Mercoledì sera, appena due mesi dopo Amatrice, la terra nel centro Italia ha tremato di nuovo. Due scosse, a due ore di distanza l’una dall’altra. Questa volta fortunatamente non ci sono state vittime e soltanto pochi feriti non gravi. Come due mesi fa ora ci ritroviamo davanti alle macerie dei palazzi, alle immagini catturate dai telefonini che mostrano quegli edifici venire giù come castelli di carte, agli interrogativi sul perché quelle case siano crollate, alle polemiche su irresponsabilità, negligenze, finanche illeciti, commessi nella costruzione di quelle strutture ora ridotte a cumulo di calcinacci. Già a L’Aquila e ad Amatrice avevamo sentito dire, in relazione a edifici costruiti trenta, quaranta o cinquanta anni fa e poi crollati, che purtroppo questi erano stati realizzati con le tecnologie antisismiche dell’epoca, ovviamente inferiori alle attuali, e dunque disgraziatamente con il sisma erano venuti giù. Si è visto poi lo scandaloso caso della scuola di Amatrice, restaurata nel 2012 con centinaia di migliaia di euro da destinare ad adeguamenti antisismici e completamente collassata durante il terremoto del 24 agosto scorso. Davanti a certi battibecchi mediatici in cui qualche politico o ingegnere buontempone vorrebbe convincerci che l’ingegneria antisismica sia cosa estremamente nuova, una recente trovata la cui storia non risale oltre qualche decennio fa, è utile risalire all’indietro nella storia d’Italia, ben più di qualche decennio, anzi ben oltre la stessa storia d’Italia che propriamente parte dal 1861, per arrivare a 233 anni fa, nel 1783. Siamo in Calabria, all’epoca parte del borbonico Regno di Napoli. All’inizio di quell’anno la punta dello Stivale era stata devastata da un terribile terremoto che aveva causato più di 30.000 vittime. Per la ricostruzione re Ferdinando IV fece approvare quello che sarebbe diventato il primo regolamento antisismico d’Europa, un mirabile insieme di norme ingegneristiche non solo sull’edilizia degli edifici, ma anche sulla pianificazione urbanistica.

Amatrice, le immagini della scuola dopo il terremoto

Amatrice, le immagini della scuola dopo il terremoto

Decine di città furono ricostruite applicando il regolamento di re Ferdinando, il cui vero cuore tecnologico risiedeva nell’obbligo di inserimento all’interno delle mura di una struttura lignea a forma di croce di Sant’Andrea, che permetteva alla struttura muraria di non collassare in seguito alle sollecitazioni sismiche, formando una vera e propria armatura interna all’edificio. Gli ingegneri borbonici giunsero a questa intuizione guardando ad esempi di edifici resistenti ai sismi presenti in altri Paesi del bacino mediterraneo, come le himiş turche, ma soprattutto rielaborando un accorgimento utilizzato nelle mura degli edifici del I secolo d.C. a Ercolano, che proprio in quel secolo venivano nuovamente dati alla luce. E la risposta ai successivi sismi degli edifici costruiti secondo la tecnica dettata dal protocollo del 1783, definita poi della “casa baraccata”, fu ottima. Eloquente è il caso del Palazzo del Vescovo di Mileto a Vibo Valentia. Costruito secondo i dettami del regolamento di Ferdinando IV, esso ha attraversato più di due secoli e diversi eventi sismici (tra cui il devastante terremoto del 1908), ed è tuttora in piedi.

Struttura degli edifici nel regolamento antisismico di epoca borbonica

“La casa baraccata”. Struttura degli edifici nel regolamento antisismico di epoca borbonica

Tre anni fa il CNR, in collaborazione con l’università della Calabria, ha deciso di effettuare un test antisismico sull’edificio, ricostruendone una parete in laboratorio. In seguito ai test la dichiarazione è stata che l’edificio ha mostrato “un eccellente comportamento antisismico. […] Un sistema costruttivo ideato a fine Settecento è in grado di resistere a eventi sismici di una certa rilevanza e questa tecnologia […] potrebbe essere favorevolmente applicata a edifici moderni garantendone stabilità e dando sicurezza alle persone che vi abitano”. Quattro tavole inchiodate a forma di X, questa l’intuizione degli ingegneri di quasi due secoli e mezzo fa e inserita nel regolamento borbonico . Eppure non sembriamo aver imparato molto da questo protocollo di ancien regime, visto che oggi, nel 2016, a 230 anni di distanza, le case ad Amatrice vengono ancora giù, come se fossero di cartapesta. E pensare che basterebbero due tavole di legno, altro che le chiacchiere dei nostri politici e dei nostri avveniristici ingegneri. Per non contare tutti gli innumerevoli pregressi che sono stati fatti nell’ingegneria antisismica in più di due secoli. Eppure la storia del regolamento borbonico del 1783 è un ottimo esempio per chi crede che nella tecnologia e nella modernità risiedano tassativamente le soluzioni a tutti i nostri problemi, tanto da respingere con ribrezzo tutto ciò che odora minimamente di vecchio. Eppure oggi, dopo Amatrice, dopo L’Aquila, alla luce di tutto questo, sono più antimoderne le nostre palazzine di cemento armato che collassano sul capo di innocenti o le banalissime tavole di legno degli ingegneri borbonici?