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È arrivata la seconda incoronazione scontata della nostra politica. Dopo Matteo Renzi tocca all’altro Matteo, Salvini, vincere, anzi, stravincere le primarie di partito. Diversa la formula, in grande stile e con numerose delegazioni estere avvistate ai seggi per Renzi, solo i (pochi) militanti per il leader della Lega. Stesse percentuali bulgare, invece: Salvini raccoglie quasi l’83% contro il povero Gianni Fava, con un’affluenza discreta, circa 15mila voti. Quella dell’assessore all’agricoltura lombardo pare quasi esser stata una candidatura di testimonianza, per ricordare che l’antica anima bossiana da qualche parte resiste, anche se numericamente esigua. Confermati così i due uomini giovani, più che nuovi, del nostro quadro politico, ora ci si deve domandare dove andranno. Di Renzi è facile intuire, ha già governato, quello di cui (non) è stato capace l’abbiamo già visto. A rammentarci la rotta, sempre e comunque, l’immortale Eugenio Scalfari, che ha una passione d’antan per i leader impresentabili, da quando preferì De Mita ad un roboante Craxi. Salvini è invece un “animale politico” più interessante, più che altro perché sta tentando un esperimento più originale (e più difficile, onestamente) di quello di Renzi, che come abbiamo già trattato si è posto in continuità con la lunga marcia regressiva del fu PCI.

Salvini, al contrario, ha effettivamente impresso un cambiamento alla Lega. L’ha rianimata dopo averla presa al 3%, sull’orlo del collasso tra scandali di diamanti e pesci di fiume, e l’ha portata, stando almeno ai sondaggi, ma anche a qualche importante test come le regionali, ai massimi storici. Nell’analizzare le prospettive del suo progetto, tuttavia, è bene partire dalle quasi risolte magagne interne. Il problema per l’esiguo manipolo che ha preferito Fava (e per i fuoriusciti e/o espulsi, non così pochi in realtà), infatti, è che il cambiamento è stato tale da creare notevoli problemi identitari. Maroni è stato esplicito (ma cassato) quando ha sganciato la bomba, sotto forma di intervista al Corriere della Sera, decretando la fine della fase lepenista. I militanti non gli hanno dato ascolto: Salvini aveva chiesto un plebiscito per poter dettare la linea alla faccia della vecchia guardia e l’ha ottenuto.

Umberto Bossi e Roberto Maroni.

Umberto Bossi e Roberto Maroni.

I corollari del vecchio modello di Lega Nord, quello di Maroni e di un infuriato Bossi, sono quelli già visti in vent’anni di vita politica della creatura padana. Lega come sindacato del Nord, dunque necessariamente arginata dal Po nei tempi di magra e qualche volta sospinta, come le alluvioni che un tempo il grande fiume offriva agli abitanti della bassa, fino alle pendici dell’appennino. Poi, regolarmente, avveniva il riflusso. Difficile ipotizzare il 20% in Toscana o nelle Marche delle ultime regionali, per quella Lega lì. E dunque, inesorabile, il bisogno del Cavaliere in un’ottica di do ut des, i voti delle valli in cambio di qualche regalia, leggasi autonomia mal congegnata e spesso mal operante, o la candidatura di un leghista in qualche città simbolo, nelle roccaforti, al massimo in entrambe le regioni a trazione Lega, Lombardia e Veneto. Più di così, poco o nulla, e neanche sarebbe servito, probabilmente.

Non è questa, però, la Lega di Salvini. Di fermarsi agli appennini Matteo Padan non ne vuol sapere, ha già provato a sfondare la linea gotica e tenterà di nuovo. Se è furbo, adesso che ha i numeri all’interno, cambierà nome al partito, forse un ritorno alle origini pre-secessione come Lega Italia Federale, esattamente come sta meditando di fare Marine Le Pen di là dalle Alpi. Il peso del passato, pur nella diversità, è notevole per entrambi. Una deve vincere l’antifascismo, l’altro deve convincere i meridionali che per la Lega non sono più terroni. I due cavalli di battaglia principali sono diventati quindi la lotta all’immigrazione di massa e quella all’euro. Il simbolo del nuovo corso è Claudio Borghi, economista spesso mandato in televisione dal capo, autore dell’opuscolo Oltre l’Euro, un Q&A per elettori digiuni di economia in cerca di alternative al Sole24Ore. In orbita Lega è entrato anche Marco Zanni, europarlamentare ex-5Stelle, convintamente euroscettico, e ai convegni spesso si vedono anche Alberto Bagnai e Paolo Becchi. Questo garantisce un minimo di spessore culturale alla proposta di Salvini, alla disperata ricerca di un partito telegenico in grado di affiancarlo.

 Conferenza stampa di Salvini dopo la vittoria alle primarie.

Giunto fino a questo punto, quali sono dunque i bivi davanti ai quali si trova Salvini? Partiamo dal principale: archiviare o meno il centrodestra. Se l’obbiettivo è imporre la linea sovranista, Salvini deve decidere se tentare di fare da solo, al limite con l’appoggio della Meloni (che pure ha tacciato Marine Le Pen di estremismo, e questo fa subodorare contatti berlusconiani intensi), o se cercare di fagocitare Forza Italia. La redivività di Berlusconi meriterebbe un libro tanto è sorprendente, ma nessuno è immortale, specie in politica. Ultimamente i sondaggi premiano relativamente l’ex-cavaliere, ma i due rimangono appaiati al 13%. Tuttavia sia Salvini che Meloni sanno che il “polo sovranista” difficilmente sfonderebbe il 20%, quindi i voti (e le televisioni) di un Silvio ridimensionato, ma vivo e vegeto, farebbero comodo. Non è un caso pertanto che Salvini parli spesso di primarie: scalata la Lega, l’obiettivo potrebbe essere quello di scalare anche il centrodestra. Difficile però che Berlusconi accetti la “gazebata”, così com’è difficile ipotizzare un compromesso negoziale. Questo stallo tattico-strategico dà spazio ad un’ipotesi alternativa che ogni tanto qualche giornale azzarda, pure noi: il fronte sovranista col Movimento 5 Stelle. I numeri ci sarebbero.

La questione esiziale diventa quindi quella della legge elettorale. Un sistema maggioritario imporrebbe l’accordo con Berlusconi, con tutte le conseguenze del caso. Chi vincerebbe il lungo braccio di ferro tra i due leader non è dato sapere, facile che alla fine spunti un terzo nome più moderato, come quello di Zaia, ma a quel punto bye bye sovranismo. Il proporzionale viceversa darebbe un senso all’altra ipotesi, e aprirebbe, post-elezioni, alla possibilità inedita di un governo giallo-verde, ma per il momento siamo alla fantascienza. Il fatto che Salvini abbia parlato di maggioritario fa presagire che alla fine, almeno sulla questione alleanze, ci sarà un ritorno al passato anche se su rapporti di forza nuovi.

La seconda questione riguarda invece la strategia per il Sud. Il cambio di nome è imperativo, la rottura simbolica col passato necessaria: Alberto da Giussano può rimanere, l’articolo 1 dello statuto della Lega no. Salvini avrà il coraggio necessario? Soprattutto, quali saranno le conseguenze sia sul piano interno che da un punto di vista elettorale? I mal di pancia si possono tollerare, probabilmente anche l’uccisione metaforica del padre, cioè l’uscita di Bossi. Perdere Maroni, in quanto governatore della Lombardia, molto meno. Sicuramente prolifereranno micropartiti indipendentisti/autonomisti nel lombardo-veneto e qualche voto verrà disperso. L’impressione è che alla fine il saldo sarà positivo per Salvini. L’ipotesi peggiore resta quella dell’immobilismo figlio della paura: col 13% si torna al punto uno e probabilmente alla dipendenza da Berlusconi.

Il “tanko” dei Serenissimi che nel 1997 issarono la bandiera di San Marco sul campanile della cattedrale di Venezia. Bossi ha già citato il movimento indipendentista di Bertazzoni, l’autore del curioso mezzo corazzato, come possibile approdo in caso di Lega al Sud.

Il “tanko” dei Serenissimi che nel 1997 issarono la bandiera di San Marco sul campanile della cattedrale di Venezia. Bossi ha già citato il movimento indipendentista di Bertazzoni, l’autore del curioso mezzo corazzato, come possibile approdo in caso di Lega al Sud.

La terza questione, infine, riguarda il programma della Lega a trazione sovranista. Che sovranismo è quello della Lega? Soprattutto, è vero sovranismo? Intanto una premessa: alla Lega va riconosciuto il merito di essere il partito mainstream più coerente nel sostenere il recupero della sovranità monetaria. Si obbietterà che è facile farlo quando non si rischia di governare, meno quando si è all’ultimo miglio, vedasi Le Pen. Eppure la debolezza della candidata del Front National al decisivo dibattito presidenziale è stata, ad opinione di chi scrive, proprio quella di aver ritrattato parzialmente le proprie posizioni per apparire più moderata. Il risultato è stato quello di dare voce ad un pensiero incoerente, facendo fare un figurone al nulla cosmico travestito da Macron.

Marine Le Pen e Matteo Salvini, a Milano le destre contro l'Europa e l'immigrazione

Marine Le Pen e Matteo Salvini, a Milano le destre contro l’Europa e l’immigrazione

Veniamo ora al succo, e per farlo bisogna prima rispondere ad un’ulteriore domanda: che cosa è il sovranismo? Se ne possono dare diverse interpretazioni, calcando a seconda dei punti di vista su sfumature più “di destra” oppure più “di sinistra”. Può quindi comprendere la difesa dell’identità nazionale, finanche da un punto di vista etnico, oppure guardare particolarmente alle condizioni delle classi subalterne, degli sconfitti della globalizzazione e assumere quindi una connotazione più sociale, o essere tutte e due le cose assieme e tanto altro, dalla sovranità monetaria all’uscita dalla Nato, all’applicazione della Costituzione del ’48. In questo senso ha ragione il professor Becchi quando sostiene che per essere vincente il sovranismo dovrebbe unire entrambe le “macro-istanze”, quella identitaria e quella sociale.

 Paolo Becchi a Radio Padania Libera sulle elezioni francesi e i limiti del lepenismo.

In sostanza, però, il sovranismo è da un punto di vista metapolitico il rilancio della possibilità della politica di operare nel mondo reale per poterlo cambiare, liberandola dai lacci e lacciouoli (e la citazione liberista non è casuale) impostele dalla scienza economica e giuridica degli ordinamenti tecnocratici sovranazionali. Non è quindi la direzione del cambiamento impresso al corso degli eventi il punto principale, ma il recupero da parte della politica e dunque da parte dello Stato della possibilità concreta di mutare il corso degli eventi, di agire concretamente nella Storia e sulla Storia. È dunque, da un punto di vista metastorico, il rimettere in moto la storia. Quanti di voi sono pronti a scommettere che Salvini abbia compreso questo? Al di là delle sfumature (pesanti) di liberismo della Lega, figlie del suo passato quasi anarco-libertario e della composizione di classe del suo elettorato; degli atteggiamenti grotteschi di certi suoi esponenti; della pochezza generale, Borghi escluso probabilmente, di chi sta attorno al capo, c’è una frase che Salvini ha ripetuto spesso che ci lascia perplessi. Quasi per rassicurare i famosi moderati, incubo di chiunque si appassioni alla politica, Salvini ha spesso affermato che “non sarà l’Italia a far saltare l’Europa, salterà da sola o sarà qualcun altro a premere il grilletto”. Ecco, un capo che si ponga alla testa di un progetto sovranista in questo momento storico deve sapere che quello che sta facendo è scoperchiare il vaso di pandora del politico. Questo significa avere il coraggio della volontà di decidere, perché quella è la caratteristica peculiare della dimensione politica dell’esistenza, di ciò che goffamente sta tentando di ridestare. Per farla breve, quanto hanno in comune Salvini e, ad esempio, Vladimir Putin? Ai posteri l’ardua sentenza.