“Il mondo è in guerra, ma questa non è una guerra di religione. C’è guerra per interessi, soldi, risorse della natura, per il dominio sui popoli. Qualcuno parla di guerra di religione, ma tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri, capito?”. Queste le parole con cui papa Francesco ha commentato l’attacco terroristico avvenuto pochi giorni fa a Saint Etienne du Ruvray, in cui ha perso la vita un sacerdote cattolico, sgozzato sullo stesso altare da cui stava dicendo messa. Parole molto dure, che colpiscono per la loro estrema chiarezza, una chiarezza che forse in questo momento ci saremmo aspettati di più da un capo di Stato che da un capo religioso. Nel marasma del terrorismo islamico, della lotta (vera o presunta) all’Isis, il Pontefice, forse unico tra i grandi del mondo, ha preso una posizione molto chiara, che dietro alle semplici parole cela una profonda speculazione filosofica, una precisa visione della realtà.

Le guerre di religione sono solo l’apparenza, una scusa per infuocare le masse e spingerle a combattersi. Ma il vero motivo per cui si uccide non è la fede in questo o in quell’altro dio, bensì i soldi. Le risorse della natura, come ha azzardato Bergoglio. Ed è tutto lì il materialismo storico di Marx: l’intera storia umana come sviluppo di rapporti di produzione, l’economia il motore strutturale delle sorti del mondo. La religione è una sovrastruttura ideologica; non si combatte per essa, ma per l’economia. È evidente che il Papa conosce Marx e le sue teorie, e le sue parole sono quasi una citazione del filosofo ottocentesco. Come ha detto Francesco la religione vuole la pace, la guerra la vogliono gli altri, che si servono delle masse facendo credere che sia in corso una guerra di religioni, uno scontro di civiltà, quando invece la vera partita si gioca per controllare il capitale mondiale.
Ed è sempre stato così. Ora la guerra di religione la starebbero combattendo gli islamici, ma era lo stesso quasi mille anni fa, al tempo in cui la guerra santa la facevamo noi cristiani, con le Crociate. Quando da Clermont nel 1095 Urbano II indisse quella che fu poi detta “Prima Crociata”, l’Europa viveva infatti una fase di grande espansione economica: dall’anno Mille aveva avuto luogo una forte ripresa dell’agricoltura, dei commerci e delle attività economiche, dopo i lunghi secoli di decadenza e assestamento dell’Alto Medioevo. Dunque l’Europa si trovava nella necessità di trovare nuovi mercati, nuovi sbocchi alla sua economia in ripresa. E quei mercati si pensò di trovarli in Terrasanta. Tant’è che c’è anche chi, in riferimento alle Crociate, ha parlato di prima esperienza di colonialismo europeo.

Ma c’è di più. In quell’epoca si andavano infatti profilando embrionali forme statuali che poi secoli dopo (con approssimazione meccanicistica) avrebbero assunto la fisionomia dei noti Stati nazionali tardomedievali e moderni. A capo di queste vaste istituzioni protostatuali si erano poste grandi casate feudali, i cui rami cadetti si ritrovarono pian piano diseredati, poiché tutto il patrimonio andava ora ai primogeniti. Fu così che moltissimi di questi esponenti della nobiltà cadetta europea, mossi da uno spirito d’avventura e da una disponibilità psicologica favoriti dalla ripresa economica in atto, si lanciarono nella Crociata sperando così di trovare un loro posto nella feudalità (extra)europea, dei loro nuovi possedimenti da far fruttare.

Ecco quindi i due grossi motori che alimentarono le Crociate: il mercato, il potere. Relativo fu l’impeto religioso prodotto dalla fede, o l’accorato appello dell’imperatore di Costantinopoli rivolto ai cristiani d’Occidente per riconquistare i luoghi della vita di Cristo, caduti nelle mani degli infedeli turchi selgiuchidi. Lo stesso imperatore tra l’altro contava nella restituzione di tali territori ai domini di Costantinopoli (che ovviamente non avvenne).

La religione anche mille anni fa fu dunque soltanto una sovrastruttura, un’ideologia. Come oggi. Ed è paradossale che ora a sottolinearlo debba essere proprio il Vescovo di Roma, il capo della Chiesa Cattolica, con una lettura degli eventi così marcatamente marxiana. Ma tanto è il torpore cui è giunto l’Occidente, che preserva pulita e inutilizzata la sua coscienza, fingendo ancora di credere alle guerre di religione.