Nello spiacevole incidente ha perso la vita Giacomo Campo, operaio di una ditta esterna presso l’Ilva, nonché addetto alle pulizie degli impianti. Il giovane venticinquenne è rimasto ucciso a causa dell’impatto con un rullo, provocato dal movimento imprevisto di un nastro trasportatore nell’area vicina all’Altoforno 4. Di fronte a questa situazione, associazioni e sindacati, soprattutto Fim, Fiom e Uilm, non hanno esitato a indire una mobilitazione. Nello specifico, l’Usb del capoluogo tarantino ha annunciato presidi e sit-in di protesta a Roma, richiedendo inoltre un confronto con le istituzioni. Le dichiarazioni sindacali accuserebbero una responsabilità nelle procedure dello stabilimento, per cui non si sarebbe trattato di una semplice fatalità, bensì di un deficit nell’osservanza dei parametri di sicurezza. L’Ilva, al contrario, sostiene che essa stessa avrebbe seguito le regole standard per lo spegnimento dei macchinari durante la fase di pulizia, con l’inaspettata accensione del nastro trasportatore. Sembra dunque difficile stabilire dinamiche precise per quanto concerne lo svolgimento dell’incidente, come del resto avrebbe affermato il viceministro Teresa Bellanova: “Vi è l’urgenza di comprendere come sia potuta accadere questa tragedia e per quali cause il nastro trasportatore abbia ceduto. A tal proposito, abbiamo intrapreso un dialogo con i vertici dell’azienda”. Suonano piuttosto ridicole le pretese del ministro Bellanova: comprendere i fatti dalla stessa Ilva la quale, nell’elargire onestà nella suddetta vicenda, avrebbe soltanto da perdere, oltre a interessi da difendere e misfatti da celare. Innanzitutto, parliamo della cattiva gestione dell’intero impianto industriale, dello sperpero privato di denaro pubblico, risorse che avrebbero dovuto rimettere a norma e in sicurezza le acciaierie, rimaste “affezionate” al proprio look originale, forse un po’ vintage e retrò: del resto è risaputo che in Italia sia comune il gusto per l’antico.

Sfortunatamente l’episodio non costituisce una novità, anzi, mette in luce una questione spinosa, oramai rinviata da decenni: le sorti del famigerato stabilimento di Taranto. Quello avvenuto a settembre è il quarto incidente nel settore siderurgico a partire dal periodi di commissariamento della struttura. Per citare altri casi, Cosimo Martucci, quarantanovenne di Massafra e dipendente di una ditta appaltatrice, morto nell’agglomerato dell’acciaieria il 17 novembre 2015, mentre Alessandro Morricella, trentacinquenne, è deceduto mentre lavorava nell’Altoforno 2.

Di fronte al problema, tuttavia, Taranto non riesce a concepire soluzioni di mezzo, anzi, la città è divisa fra i sostenitori (ambientalisti ecc..) della chiusura dell’Ilva e coloro che, in essa, vi difendono legittimamente il posto di lavoro. Non si dimentichi, infatti, che lo stabilimento permette la sopravvivenza di 12.000 dipendenti e 10.000 famiglie. Tuttavia, se la drastica chiusura potrebbe rivelarsi fatale per non pochi lavoratori, nello stesso tempo la produzione di scorie inquinanti è altamente nociva e miete, ogni anno, una miriade di vittime. E’ stato infatti registrato un aumento ingente dei decessi per tumore, sia nelle zone della provincia tarantina, sia nell’adiacente salentina. Se non si può negare il fatto che “la città stia morendo”, nemmeno si può chiudere un occhio su un territorio pugliese che si sta ammalando. Da ciò si deduce che una futura chiusura del “mostro delle acciaierie” sia inevitabile, al fine di prevenire l’aggravamento ulteriore dello stato di salute della popolazione locale.

La società civile tarantina, fatte le dovute eccezioni, anziché proporre una soluzione razionale e progressiva, opta per due strade: l’indifferenza individualistica degli abitanti o l’attivismo incentrato sulla lotta fra fazioni pro/contro Ilva, generando inutili divisioni nel contesto delle risorse umane militanti. Sarebbe invece auspicabile, per quanto difficile da realizzare, il restauro e la modernizzazione degli impianti, con la possibilità di riduzione delle emissioni inquinanti superiore al 50% e la conseguente salvaguardia occupazionale. Un’altra soluzione, palesemente a lungo termine, consisterebbe nella chiusura graduale dell’Ilva e una riconversione del personale in settori affini o nel campo del terziario, con la rivalorizzazione e il recupero dei beni culturali della città.

Taranto è una città che, nonostante le proprie difficoltà, dimostra di camminare a testa alta, fiera e memore del proprio passato, ma poco reattiva e alienata dinanzi al presente. E’ giunta l’ora di porre fine a questa maledizione psicotica che avvolge la “polis”, la quale potrebbe trarre una rinascita culturale, oltre che turistica, proprio dai suoi splendidi ruderi.