di Manuel Cipollone 

Arriva sempre quel momento, quello in cui devi capire che è giunta l’ora di smettere, quello in cui devi esser capace di trovare un limite oltre il quale è meglio non spingersi. Per te, per i tuoi cari e per chi, in generale, ti circonda. Certo, c’è chi ha tale soglia posta molto in alto, per abilità e capacità. Chi ha potuto tanto, a volte troppo, ma che in ogni caso non potrà tutto. Nemmeno se ti chiami Silvio Berlusconi e sei stato il protagonista indiscusso della politica italiana degli ultimi vent’anni.

Lo ricordiamo tutti ai tempi d’oro. L’immagine smagliante del super imprenditore che doveva gestire l’Italia come una sua azienda. L’epopea narrata più che concreta, nata all’ombra di Craxi e culminata col matrimonio (rivelatosi poi sfortunato) con Fini nel “Popolo della libertà”. Il Berlusconi dei circoli della libertà, di Forza Italia, delle piazze gremite ed acclamanti il Presidente, “meno male che Silvio c’è!”. Quando per vincere le elezioni era sufficiente tirare fuori dal cilindro l’ultima trovata elettorale, come l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Roba forte in questa politica fatta di compravendite, roba rimasta ineguagliata almeno fino agli ottanta euro di Renzi. Ma ancora il Berlusconi che divideva. Quello che rievocava lo spettro del(l’euro) comunismo infiltrato nei gangli dello Stato, un giorno sì e l’altro pure, di tanto in tanto a ragione. Quello che si trascinava dietro alleati e avversari. Eri con lui o eri contro di lui. Per così tanti l’unto dal Signore (autocit.), martirizzato dalla magistratura comunista, per altrettanti il demonio incarnazione stessa di tutti i mali del bel Paese.

Per molto tempo Berlusconi lo si è inquisito e gli si è perdonato tutto, si è vilipeso il suo nome e subito dopo glorificato. Croce e delizia nostrana. Quel tempo però, in cui se ne parlava bene o se ne parlava male, ma se ne parlava, è finito. Il Cavaliere non si è mai ripreso dal ”complotto” dello SPREAD e, a dire il vero, non gliene si può fare una colpa. Da lì in poi è stato il declino psichico e morale, anche se, da grande comunicatore quale è stato, ha avuto ancora alcune cartucce da sparare.

Pallido nelle sue esternazioni, ripetitivo quasi fosse inficiato dall’alzheimer politico, circondato da “alleati” ai quali non è più capace di dare disciplina. E vista la linea spesse volte dettata dalla Pascale, almeno su questo, ci sarebbe da tirare un sospiro di sollievo. Malgrado faccia i salti mortali per mantenere il pallino del gioco, non è più nemmeno l’ombra di sé stesso. Al Cav non restano che Dudù, Toti e tanta nostalgia “canaglia”.

Ora il cuore. Si tratta evidentemente dell’ultimo segnale, questa volta dal cielo. L’ora della pensione è arrivata inesorabile, non è più prorogabile. E non sarebbe neanche un dramma se considerasse quanti italiani vorrebbero andarci ma non possono. Sulla soglia degli ottanta è giunto il momento di tirare il freno e godersi i nipotini. Null’altro. Nessuna promessa di ritorno in scena, nessun colpo di mano. Magari, se sentisse la necessità, potrebbe stilare il bilancio di una vita politica, il quale con tutta probabilità sarà impietoso. Anche se, in un certo qual modo, sarebbe autolesionismo su un cuore che pare malandato. Non ci resta che sperare che non riprovi il ritorno, quello che a questo punto si profilerebbe come l’eterno ritorno del moribondo. Auguriamogli umanamente una buona vecchiaia e tanti anni davanti, su alcune cose ci ha fatto sorridere sornioni, ma è il momento di un cambiamento.

Siamo all’alba di una nuova stagione politica. Anzi stagione potrebbe essere riduttivo, siamo di fronte all’alba di una nuova Era. La terza Repubblica è imminente e vi sarà con o senza la riforma Costituzionale. Silvio Berlusconi e seconda Repubblica sono stati così per intimi per così tanto, che la fine politica di uno sarà anche la fine istituzionale dell’altra.