Chi ha voglia di questionare un po’ su Papa Francesco? Tutti, pare. Lo fanno con gran piacere i cattolici di ogni latitudine spirituale, i conservatori e i progressisti, gli austèri e i fru fru; lo fanno gli agnostici con uguale passione, divisi tra “questo qui non mi convince” e “mi sono riavvicinato alla Chiesa grazie a lui”; lo fanno, infine, gli sfaccendati pennivendoli che popolano il sottobosco giornalistico e culturale italiano, solo momentaneamente distratti dal nuovo (eccellente) film di Checco Zalone. Discutere del Santo Padre è ormai sport nazionale, rifugio sicuro quando non si ha nulla da fare. In realtà il ministero papale è con evidenza argomento poco adatto ad essere affrontato in conversazioni da bar – o dei non-luoghi virtuali dove tali spensierate frescacce abbondano – ed in particolare Jorge Mario Bergoglio mal si presta a chiacchiericci disordinati e idiosincratici. Detto questo, la settimana scorsa e quella appena incominciata hanno visto abbondare questo pollaio, e ciò a partire da due fatti che hanno riguardato in prima persona il Santo Padre.

Il 6 gennaio, Epifania del Signore, è stato rilasciato un breve video nel quale il Papa lancia le sue intenzioni di preghiera mensili per l’Anno Santo della Misericordia. Francesco dice: «La maggior parte degli abitanti della terra si dichiarano credenti. Questo dovrebbe portare a un dialogo tra le religioni. Non dobbiamo smettere di pregare per questo e collaborare con chi la pensa diversamente. Molti pensano in modo diverso, sentono in modo diverso, cercano Dio o trovano Dio in diversi modi. In questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni, c’è una sola certezza per noi: tutti siamo figli di Dio. Confido in voi per diffondere la mia intenzione di questo mese: “Che il dialogo sincero tra gli uomini e le donne di diverse religioni produca frutti di pace e giustizia”. Confido nella vostra preghiera». Sono parole di evidente buonsenso, e di profonda verità per i credenti: il dialogo interreligioso è stato promosso con forza da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, i predecessori cosiddetti ultraconservatori del papa argentino.

Nonostante ciò, l’occasione del video – formula questa davvero innovativa, ma coerente con l’evo multimediale presente – ha dato modo a molti cattolici conservatori di protestare per la compresenza di simboli cristiani, ebraici, buddisti e musulmani, a fronte della quale il Papa non sarebbe cattolico e addirittura apostata. E sembra di vedere in queste protesta una vena di sottile inquietudine che si fa rabbia e astio per quel Francesco che, l’abbiamo detto, difficilmente è inquadrabile in chiacchiericci e idiosincrasie. Scrive un autorevole blogger cattolico, Antonio Margheriti Mastino: «Papa Francesco nel video dice che “in modo dissimile” Dio ha detto le stesse cose in qualsiasi testo sacro, che il Dio del Corano o della Bibbia sono la stessa persona. Al “vicario di Cristo”, vorrei ricordare oltre al fatto che è capo della chiesa cattolica e che i musulmani col cavolo pensano la stessa cosa e anzi mi meraviglio che ancora non lo abbiano additato come bestemmiatore di Allah, al Vicario di Cristo dunque ricordo che il Dio cattolico è proprio Cristo stesso. Che per gli ebrei è un impostore e per gli islamici semplicemente un profeta una tacca sotto Maometto, che sarebbe l’ultimo profeta». Le parole letterali del Santo Padre sono riportate più sopra: ognuno confronti e tragga le proprie legittime conclusioni.

Altro caso è quello suscitato dall’uscita (in contemporanea, oggi 12 gennaio, in 85 paesi) del libro-intervista di Papa Francesco e Andrea Tornielli “Il nome di Dio è Misericordia” (edito in Italia da Piemme). Le considerazioni giungono stavolta dal cattolicesimo progressista-fru fru, e precisamente dal teologo Vito Mancuso, il quale annota su La Repubblica: «Non si deve chiedere quello che non può dare a questo libro-intervista di Papa Francesco con Andrea Tornielli, delle cui 120 pagine a stampa più di un terzo sono bianche o di strumenti redazionali. […] Non si deve chiedere la trattazione, anche solo come accenno, delle capitali questioni filosofiche e teologiche sottese all’argomento trattato. Per quanto riguarda la dimensione filosofica, la questione del peccato e del suo perdono rimanda al rapporto tra coscienza, libertà e giudizio morale. E le domande che sorgono dal contesto contemporaneo sono: esiste realmente la coscienza? Siamo veramente liberi e quindi responsabili del bene e del male commessi? Il bene e il male esistono come qualcosa di oggettivo o si tratta di convenzioni culturali che l’uomo più evoluto può superare andando “al di là del bene e del male”? Per quanto riguarda la teologia, la questione principale concerne il rapporto tra grazia e libertà: la misericordia di Dio si dà del tutto gratuitamente o per renderla efficace è necessario un primo passo dell’uomo? La dottrina ecclesiastica condannò come eretica (definendola per la precisione semipelagiana) la prospettiva secondo cui la misericordia divina dipende da un primo piccolo passo dell’uomo. Eppure questa è esattamente la tesi sostenuta più volte dal papa (a pp. 15, 50 e 72), in linea con la tradizione della teologia gesuita che tra la fine del 500 e l’inizio del 600 scatenò una violenta e non conclusa polemica con i più tradizionali domenicani detta “controversia de auxiliis”».

Secondo questa lettura il Papa non starebbe facendo abbastanza. Troppo morbido, accondiscendente e anzi apostata per gli uni, ancora timido e complice delle sclerotizzate gerarchie vaticane per i secondi. E se, stavolta, la soluzione stesse “in media res” come suggerito da Orazio? Se più de i lambiccamenti di chi ha molto tempo da perdere – o molti soldi da incassare – scrivendo queste cose ci interessassero, realisticamente, le intenzioni del romano pontefice a “fare il possibile” lavorando “nel mondo”, quindi con altre fedi e altre culture, per di più nella delicata situazione globale attuale? Forse – senza forse – è così: ha ragione il Papa, che sta nel mezzo. Non con i mastini né, checché se ne dica, con Repubblica.