Uno spettro si aggira per l’Europa, e rischia di non essere quello di Marx. Quella che si va aprendo ormai da qualche anno, in risposta alla pesante crisi economica e soprattutto spirituale dell’Occidente, è la stagione dei populismi di destra.

C’è qualche bagliore di novità anche a sinistra, in verità, ma non sufficiente da dare adito a speranze ben riposte. Anche gli esperimenti di maggior successo, come Podemos e il Movimento 5 Stelle, sono soggetti politici strani, difficilmente inquadrabili nel classico orizzonte di senso della sinistra europea. C’è un ché di progressista, volto in qualche modo verso l’equità sociale e al superamento della democrazia rappresentativa come assetto istituzionale di riferimento, ma è difficile collocarne l’origine nel solco dell’ortodossia marxista. Sicuramente non c’è una continuità storica, difficile risulta trovare anche una qualche continuità ideologica. Di più certo c’è il fallimento di Tzipras in Grecia.

Eppure immaginare una stagione di cambiamento, forse anche profondo, senza sinistra sembrerebbe in apparenza un controsenso logico. Invece proprio quello che fu uno dei più grandi meriti di Marx rischia di esserne, nel lungo periodo, uno dei maggiori limiti. La riduzione della Storia al materialismo è stata un’intuizione geniale (che ha per la verità pagato un probabile tributo all’utilitarismo del secolo precedente). Identificarne il motore del dinamismo sociale nel conflitto di classe anche. Cristallizzare questa idea al classico conflitto novecentesco tra borghesia e proletariato, trascurando la contingenza, ne è stato l’errore fatale. Marx scrive a metà Ottocento, in Inghilterra, ed il lì e allora hanno particolare importanza. Oggi la realtà storica è completamente diversa. Va da sé, non possono essere ritenute valide le medesime categorie di analisi e soprattutto non possono essere impiegate nello stesso modo. E’ venuta meno, dunque, la capacità di analisi della sinistra, obnubilata dai figli spuri del progressismo stesso.

Non capire il presente, tuttavia, è stato solo l’ultimo passo di un lungo percorso. Forse la sinistra è stata vittima del proprio successo, proprio come temevano i massimalisti più intransigenti. Negli anni ’70 il riformismo raggiunge l’apice. Le classi subalterne occidentali conquistarono diritti che iniziarono ad apparire addirittura come privilegi rispetto alla scoperta dei nuovi sfruttati, il proletariato del Terzo Mondo. In Occidente la sinistra inizia dunque a distaccarsi dal proprio elettorato di riferimento, travolta da un vento culturale che soffia da nord-ovest, tra Said e Derrida. Tra uno studio post-coloniale e l’altro il pensiero progressista si ritrova a cedere tutti i suoi piacevoli barocchismi alla destra. L’internazionalismo proletario viene confuso col cosmopolitismo illuminista (borghese), ad esempio. La retorica dei diritti civili (individuali) soppianta quella dei diritti sociali (collettivi). La causa materialista viene dimenticata, sepolta in fretta assieme agli ultimi mattoni del muro di Berlino. Quelle che rimane è un pensiero vacuo, fighetto, da gauche caviar direbbero e dicono i francesi, prono alle istanze liberiste prodromiche della globalizzazione. Il processo di reciproca influenza valoriale, di reciproca contaminazione, tra destra e sinistra, è ovviamente graduale. Ne è esito la nascita di quello che oggi può esser definito il fronte globalista.

Fatto sta che, mentre la sinistra è impegnata a fornire i paludamenti necessari per le grandi occasioni alla destra, arriva la reazione del padronato. Questo è, analizzato da questo preciso punto di vista, quello della lotta di classe, il processo di globalizzazione. E’ un violentissimo contrattacco, dopo le concessioni keynesiane della Guerra Fredda. Lo dice lo stesso Piketty, uno dei campioni della gauche caviar. Tutto il suo “Il Capitale nel XXI secolo” è incentrato sulla nuova lotta di classe, sull’esplosione della quota di ricchezza detenuta dal celeberrimo uno percento dagli anni Ottanta ad oggi.

Ma se aumenta la disuguaglianza e se i piacevoli orpelli al progressismo come i diritti civili trovano tanto spazio sui media, perché la sinistra tradizionale è in crisi e quella antagonista ridotta all’irrilevanza? E’ qui che entra in gioco la capacità di analisi. Nel mentre è sparito il proletariato. Ha cambiato completamente forma, nel cedere il passo al precariato. Le filiere produttive si sono terribilmente complicate, disseminate come sono in tutto il globo. Molti lavoratori si sono visti esternalizzare il proprio impiego. L’altro, il subalterno di Said, il Terzo Mondo, è entrato in Occidente, ovvio corollario della mobilità di capitali, mettendo in crisi la già vacillante identità occidentale. In un contesto del genere, di intensa frammentazione sociale, pensare che possa esistere una coscienza di classe, dopo averla per di più trascurata per trent’anni, è semplicemente utopico.

Quella che sta emergendo, forse perché più forte, forse perché più inclusiva nei confronti del corpo sociale cui fa riferimento, è un’altra forma di identità, quella nazionale. E questo spiega perché a volare nei sondaggi siano i populismi di destra. Basta analizzare la demografia del voto della Brexit per rendersi conto di quale sia l’assetto assunto dal nuovo conflitto sociale che la sinistra non vuole e non può leggere. Tre dati sono fondamentali: le campagne erano per l’uscita, Londra no; gli anziani erano per il leave, al contrario dei giovani; i più istruiti (dunque, spesso, i più ricchi) erano per il remain, a differenza dei meno colti. E’ sostanzialmente la stessa dinamica all’origine del fenomeno Trump, e probabilmente è simile a quella alla base dell’uragano Le Pen. Il conflitto sociale sta aumentando la propria intensità, trovando sbocco politico, questo è il primo dato. Il secondo dato riguarda la fisionomia della polarizzazione. E’ evidente: vincenti (o speranzosi di vittoria) della globalizzazione contro sconfitti dalla globalizzazione. E’ questo il dato materiale, al quale per l’appunto il materialismo dovrebbe interessarsi per capire la nuova fisionomia assunta dal corpo sociale, le nuove classi. Da una parte i ricchi, i banchieri, i finanzieri, i manager, i laureati ad Harvard od Oxford, e chi spera di diventare come loro: i giovani della generazione erasmus, ormai antropologicamente mutati rispetto ai loro padri. Dall’altro i provinciali, i vecchi, i piccoli. Chiunque sia obbligato (dalla povertà o dall’ignoranza) a non muoversi, a non scegliere la fuga all’estero, assieme a chi è radicato, per meriti propri o per rendite di posizione. Dunque operai come agricoltori, piccoli imprenditori come piccole partite iva. Anche quella borghesia provincialotta che tanto faceva Italia nei cinepattoni, quella dei medici e degli avvocati che si conoscono tutti tra di loro. Insomma, il Paese reale, l’Italia delle piccole città e dei piccoli vizi contro la generazione sovranazionale.

E’ pertanto chiaro che tra chi ha da sempre le categorie concettuali, gli idealtipi necessari all’analisi di un fenomeno come questo, e qui alcune di queste categorie le rifiuta a priori, la Storia scelga i primi. Quella che si va aprendo è un periodo in cui il cambiamento verrà incarnato dalla destra, e la governance dalla sinistra. E’ tale, il ribaltamento di valori, in una complessità di intrecci semantici ed ideologici, che il dado è definitivamente tratto.