Ironizzava, il Corrierone, sulla presenza di Franco Piperno e Oreste Scalzone all’assemblea costitutiva della nuova “Coalizione sociale” promossa dal segretario della Fiom, Maurizio Landini (“I compagni di strada di Potere operaio che sarebbe meglio perdere”, 8/6). Brutta gente, quegli intellettuali che, assieme a Toni Negri, negli anni ’70 «si inerpicarono su quel filo che divideva le Brigate rosse dai movimenti di sinistra che non disdegnavano le spranghe, i roghi e le pistole».

Intendiamoci bene: che questi due signori siano stati fiancheggiatori di quel sanguinoso e ignominioso aborto di rivoluzione che fu la lotta armata, che fossero le teste pensanti di un movimento che veniva chiamato, giusto per dare l’idea di quanto fosse in realtà borghese e figlio di borghesi, “molotov&champagne”, che siano comodamente riparati nella Francia di Mitterrand per evitare la galera, e insomma che siano soggetti da consegnare ai libri di Storia – 1 riga al massimo per ciascuno – su tutto questo non si discute. Ma, a differenza proprio di Toni Negri, che quel bel tomo di Pannella a suo tempo candidò parlamentare, e che da teorico di un’ennesima “rivoluzione mondiale” dai contorni alquanto demenziali (il compianto Preve ha scritto cose definitive sul dilettantismo filosofico e politico dei concetti negriani di “Impero” e “Moltitudine”, paccottiglia buona per il frequentatore medio di centri sociali di retroguardia) ci ha gonfiato le gonadi per tutto l’ultimo ventennio saltabeccando da una tv all’altra, coccolato e vezzeggiato come una star, a differenza sua, Piperno e Scalzone hanno vissuto sostanzialmente nell’oscurità, a parte scrivere su giornali samiszdat e comparire qua e là, fra gli operai di Pomigliano d’Arco (Scalzone), o in brevi esperienze politiche locali, come Piperno assessore nella giunta Mancini a Cosenza a cavallo degli anni 2000.

Tuttavia domandiamo: perché questi due sopravvissuti, che oggi sono due uomini liberi e godono dei diritti di ogni cittadino, non potrebbero partecipare alla vita politica come più li aggrada? E soprattutto: cosa avrebbe dovuto fare, Landini, chiamare il servizio d’ordine e farli cacciare? In base a quale legge, di grazia? Solo perché sono stati “compagni che sbagliano”? Sì, hanno sbagliato. Ma non sbagliano meno i benpensanti della sinistra salottiera che piace tanto al Corriere, cioè quelli che assomigliano tanto alla destra regolamentare, tutti fusi in un semi-distinguibile calderone da cui sono banditi i gusti forti, le ricette radicali, i menù non conformi. Per intenderci ancora: quasi meglio un Piperno o uno Scalzone, che non hanno fatto carriera come altri PotOp (avete presente Mieli?), piuttosto che l’ideologo stesso della “Coalizione sociale”, Stefano Rodotà, che nel sistema ci sguazza da sempre. E che infatti, come tutta questa sinistra di finti rinnovatori, in realtà ibernati e consunti, predica la Costituzione come fosse il vangelo. Patetico: mai visto un rivoluzionario, o comunque un critico radicale e antagonista, brandire la carta dell’ordine vigente come suo breviario.

Cari inquieti e arrabbiati, non è Landini che dovrebbe essere schifato da Scalzone e Piperno, sono Scalzone e Piperno che non si capisce cosa accidenti ci facessero lì. Da fiancheggiatori del partito armato a sostenitori dello statu quo istituzionale. Proposta: più ospizio per tutti.