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Nuovo scontro parlamentare tra Pd e 5 Stelle sulla proposta di legge dei pentastellati (prima firmataria la pasionaria Roberta Lombardi) che prevede il taglio della metà delle indennità parlamentari. Il sollievo per le casse dello Stato è stato quantificato in circa 87 milioni di euro. Per il momento, la Camera l’ha rinviata in Commissione sotto gli occhi inviperiti di un Grillo spettatore. La proposta ha chiaramente scaldato gli animi della base a 5 Stelle, essendo l’attualizzazione di una battaglia che portano avanti ormai da anni. Proviamo però a lasciar da parte la demagogia per analizzarla razionalmente. Il primo dato politico interessante è che finalmente il Movimento 5 Stelle ha imparato l’importanza del tempismo. Il secondo è che, purtroppo, si è abbassato al livello del Premier. La finalità politica della proposta è evidente: combattere la retorica referendaria renziana con le sue stesse armi. Forse spaventati dal confronto televisivo tra Renzi e Zagrebelski, dove l’anziano giurista sperava giustamente, ma rimanendone deluso, di poter controbattere coi contenuti agli slogan, i 5 Stelle hanno deciso giocare la carta della demagogia spicciola. In questo modo il dibattito tra Sì e No, da confronto sulla concezione dello Stato e del Potere, è diventato scontro su di una manciata di milioni di presunti risparmi. Inezie, a fronte dei contenuti in ballo. Per entrare nel merito della questione invece è necessario partire da un assioma di base: la democrazia richiede inequivocabilmente le indennità. Verdini, suo malgrado, ce l’ha ricordato quando, incalzato da un giornalista scomodo sulla controcontroproposta renziana (le indennità correlate al numero di presenze in aula) ha citato lo Statuto Albertino.  La prima costituzione monarchica dell’Italia unita infatti vietava esplicitamente i rimborsi. Non è difficile immaginare perché: aveva alla base una concezione elitaria del potere e della democrazia. I membri del nostro primo parlamento non avrebbero avuto problemi a dedicarsi all’attività politica senza i rimborsi perché erano tutti già ricchi. Addirittura si votava per censo, figurarsi fare politica attiva. Che poi quel parlamento avesse un tasso di intellettuali lievemente superiore a quello odierno, dove imperano i Razzi, era uno dei portati positivi di quella concezione della democrazia. La Costituzione Repubblicana invece prende le mosse dalla concezione opposta: tutti devono poter partecipare al grande gioco del potere. La conseguenza è ovvia: per poterlo fare devono venire pagati. Si discusse molto all’epoca su come determinare il rimborso, se in base al reddito precedentemente percepito ad esempio, o se riservarlo solo ai nullatenenti o comunque ai poco abbienti. Alla fine si lasciò il compito di definire con esattezza le cifre e le modalità ad una legge ordinaria. La necessità intrinseca del rimborso invece sta in Costituzione. Non che i nostri padri costituenti avessero scoperto granché, in realtà, visto che già al momento del primo avvento del regime democratico gli ateniesi stabilirono una diaria per chiunque avesse ricoperto incarichi istituzionali.

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La vignetta della settimana per L’Intellettuale Dissidente a cura di Breccia Vignettista

Possiamo ora passare alla questione economica in sé. Quanto deve guadagnare un politico? Nell’opinione di chi scrive, uno dei principali demeriti del Movimento 5 Stelle è stato quello di gridare agli italiani come i politici siano in realtà loro dipendenti. Questo, se da un lato ha positivamente rafforzato il tenue afflato verso la politica attiva delle migliori componenti della nostra società, un sorta di risveglio politico del popolo, dall’altro ha liberato quella volontà di comando irrazionale che Montanelli, in una celebre intervista, ricordò essere stata la ragione del successo di Mussolini. Il fascismo diede ad ogni italiano una fettina di potere ed il diritto ad abusarne. Allo stesso modo, il Movimento ha trasformato disoccupati e diseredati, in generale i più incazzati per la crisi che vivono personalmente, in pseudoimprenditori che non vedono l’ora di poter tagliare lo stipendio a qualcun altro dopo che qualcuno ha tagliato il loro. Vediamo di inquadrare le cifre in gioco. Per semplicità consideriamo identico il trattamento riservato a senatori e deputati, le differenze sono minime. L’indennità parlamentare è di circa 10400 euro lordi, dunque sui 5000 netti. A questi vanno aggiunti 3500 euro di diaria per il rimborso delle spese di soggiorno; altri 1650 euro di rimborso delle spese generali, sostanzialmente spese di viaggio; infine circa 4000 euro per le spese di rappresentanza, lo stipendio del collaboratore in pratica. In totale un parlamentare ci costa all’incirca ventimila euro l’anno, dai quali ne vanno detratti seimila circa tra tasse e contributi, suoi e del collaboratore. Premesso che fare un raffronto con le altri nazioni è difficile, date le diverse voci di pagamento, i differenti sistemi di tassazione, ecc. (tanto che una commissione parlamentare nel 2011 l’ha ritenuto impossibile), è comunque interessante provarci, almeno per inquadrare, anche se malamente, la questione. Prendiamo a titolo d’esempio il Paese più virtuoso d’Europa, la Germania. L’indennità lorda è di circa 7700 euro, il netto varia in base all’imposta sul reddito, ma non ci sono le ritenute previdenziali. La diaria è di circa 4000 euro, più 1000 per la gestione dell’ufficio fornito dal Bundestag. I collaboratori vengono assunti dal Parlamento, non direttamente dal deputato come da noi, per un massimo di 14712 euro per parlamentare. Totale, se si sfruttano appieno i soldi per i collaboratori, circa 26mila euro. Di positivo c’è che almeno in quel modo si è sicuri che non li assumano in nero, ma come cifre in generale vincono i virtuosi tedeschi. In Francia, a spanne, un deputato può arrivare a costare sui 22/23mila euro. Altri Paesi invece, ovviamente, spendono meno rispetto all’Italia. Fin qui per ciò che riguarda la proposta oggetto di dibattito. Dove invece spendiamo davvero di più rispetto al resto d’Europa è per i vitalizi. Si sa, la pensione è importante. Noi la concediamo prima rispetto agli altri e siamo generosi anche riguardo all’ammontare. Stesso discorso per l’indennità di fine mandato, che servirebbe a garantire il reinserimento nel mercato del lavoro: siamo di manica piuttosto larga. Curioso che i 5 Stelle non siano andati a colpire dove effettivamente un poco si potrebbe. Per concludere, dopo la microeconomia vediamo di passare al mondo dei grandi numeri. Per dirla chiara: sui conti dello Stato 87 milioni sono il nulla (così come quelli di Renzi). Il bilancio italiano oscilla tra i 700 e gli 800 miliardi di euro, a seconda che si consideri il pre-crisi o il durante-crisi.

Esiste una percezione popolare, paradossalmente alimentata da una certa classe politica, che siamo in crisi perché i politici ‘se so magnati tutto’, e quindi la colpa sarebbe della corruzione del ceto politico che avrebbe fatto lievitare la spesa pubblica per arricchirsi. La corruzione va ovviamente combattuta, ma questo argomento populista non trova particolare supporto nella letteratura scientifica

Le spese per la politica in sé sono difficile da quantificare. A seconda delle fonti, pendenti chi più chi meno da una parte o dall’altra, vanno dai 18 miliardi stimati dalla UIL ai 22/23 del Sole24ore. Sono numeri però gonfiati, che includono tutto l’includibile, comprese le direzioni delle aziende ospedaliere ad esempio. Lo studio più interessante è questo. Per quel che riguarda Camera e Senato in sé siamo sotto ai 2 miliardi di euro. Tra indennità, rimborsi e vitalizi siamo sui 400 milioni. Insomma, il nulla rispetto ai 90 miliardi di interessi pagati ogni anno sul debito pubblico, ad esempio. Dunque non saranno i tagli ai costi della politica a salvarci dalla crisi. L’impattare delle due demagogie quindi, invece di avvicinarci ai nodi gordiani che il Paese prima o poi dovrà affrontare e sciogliere, da questi ci allontana. Per una concezione repubblicana della politica, e dunque della vita, sedere in Parlamento è il più grande onore che un uomo possa ottenere. Si tratta, però, anche di un onere molto gravoso, se fatto con coscienza, intelligenza e conoscenza. Questo gli italiani, spaventati dall’immagine di sé che il Parlamento riflette, sembrano averlo dimenticato. Avvezzi allo sfruttamento e all’autodenigrazione come siamo, sembriamo aver interiorizzato il concetto di deflazione salariale euroindotta, così ben esplicitato dal premier finlandese Juha Sipila, e sembriamo non vedere l’ora di applicarlo anche agli ultimi redditi che resistono. E allora “Dagli all’untore!”, che chiaramente risiede sempre nel settore pubblico, perché il privato, si sa, è efficiente. Non è tagliando gli stipendi ai parlamentari che ci risolleveremo, né tantomeno avremo un Parlamento migliore. Un buon politico lo fa il voto, basterebbe ricordarsi di questo ogni volta che entriamo in cabina elettorale.