Solamente pochi mesi fa, quando le profezie più nere sul successo del Jobs Act sembravano destinate ad avverarsi, Renzi era sceso in campo in difesa di quello che doveva essere il fiore all’occhiello del suo governo. Secondo il premier, la riforma avrebbe prodotto “più posti di lavori e posti di lavoro più solidi” e chi ne parla come di un “fallimento”, avrebbe dovuto “fare i conti con la realtà”. A spazzare via l’ottimismo della narratologia renziana costringendo, come da lui stesso auspicato, a fare i conti con la realtà, ci hanno pensato i dati forniti dal Sistema Informatico per le Comunicazioni Obbligatorie del Ministero del lavoro. Una fonte, dunque, difficilmente catalogabile nella schiera dei gufi antigovernativi.

Da quando il governo ha chiuso il rubinetto degli incentivi concessi alle imprese sotto forma di sgravi fiscali per aumentare le assunzioni a tempo indeterminato, il trend positivo pomposamente celebrato lo scorso anno ha imboccato la strada in discesa: nel secondo semestre del 2016 i licenziamenti sono aumentati del 7,5% mentre i contratti stabili sono diminuiti dell’8,7%. Alla luce di ciò, appare evidente che il +11 % fatto registrare nel 2015 dal numero di assunzioni stabili e che il governo aveva velocemente sbandierato come la prova del successo del Jobs Act, fosse in realtà un dato gonfiato dall’anabolizzante rappresentato dai contributi statali. Senza dimenticare che alla sorgente degli sgravi fiscali si era abbeverato anche un numeroso manipolo di furbetti: i tanti datori di lavoro, come denunciato dai sindacati, che hanno licenziato per poi riassumere con il nuovo contratto a tutele crescenti e mettere le mani sul generoso bonus previsto dalla Legge di Stabilità. Ancora una volta, quindi, i dati reali smentiscono le promesse della macchina propagandistica governativa che, per indorare la pillola sul depotenziamento dell’articolo 18 e il decadimento dell’obbligo di reintegro per motivi economici, aveva sostenuto con forza che la riforma avrebbe reso più facili le assunzioni.

I lavoratori, al contrario delle rassicurazioni renziane, si ritrovano ad assistere impotenti all’ultimo colpo di piccone al patrimonio pluridecennale di conquiste dello stato sociale sferrato in cambio di contratti più precari e di un vacuo aumento occupazionale drogato dall’incentivo pubblico e senza alcuna possibilità di consolidamento. Il Jobs Act, peraltro, non è affatto indolore per le casse già disastrate dello Stato: in un’analisi pubblicata su “Etica ed economia”, Marta Fana e Michele Raitano quantificano tra i 14 e i 22,6 miliardi di euro il costo che potrebbe avere la riforma sul bilancio pubblico per il solo triennio 2014-2017. Una cifra monstre e che, qualora venissero confermati anche per l’anno prossimo i dati del Sistema Informatico per le Comunicazioni Obbligatorie, risulterebbe totalmente inutile perchè servirebbe solamente a nascondere il fallimento strutturale della riforma e a creare una gigantesca bolla occupazionale.