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Il Presidente del Consiglio si è molto prodigato per presentare la riforma costituzionale come una riduzione dei “costi della politica”. L’argomento è stato più volte usato, da diverse parti, dalle maggioranze o dalle opposizioni, per difendere o per accusare. Da quando in Italia si è smesso di occuparsi di questioni di interesse sociale (il lavoro, la distribuzione del reddito, le politiche fiscali, l’organizzazione della produzione, ecc.) è un argomento ricorrente, trasversale e buono per tutte le occasioni. Il periodo di Tangentopoli ne ha inaugurato il ricorso frequente e smodato da parte dei più diversi attori; ultimo caso, la riforma costituzionale, il cui merito, secondo i promotori, sarebbe quello di ridurre i costi del Parlamento in conseguenza della fine del Bicameralismo perfetto. In verità, come solitamente accade in questi casi, tali costi non sono così esosi, anzi del tutto ininfluenti per le casse pubbliche (circa un caffè per persona, come è stato calcolato). Ma ciò che dovrebbe apparire stupefacente è come l’argomento dei “risparmi”, veri o presunti, venga usato in riferimento a una modifica della Costituzione. Come a dire che l’ordinamento fondante di un paese non debba essere stabilito in virtù dei principi e dei valori che si ritiene debbano ispirare una società – come è stato per la Costituzione del ’48 – ma sulla base dei costi.

Il populismo di Matteo Renzi sulla riduzione dei costi della politica 

Una concezione svilente della politica, che denota una mancanza di rispetto da parte degli attuali “destituenti” nei confronti della materia trattata. Più in generale, questo tipo di approccio che vuole apparir pragmatico, e che in realtà è soltanto stolido e insensato, segnala un modo di concepire lo Stato alla stregua di un’azienda, che in quanto tale deve produrre degli utili, o perlomeno evitare un passivo di bilancio. La perdita della sovranità, che trasforma lo Stato da erogatore della moneta a beneficiario di un prestito, ha sicuramente favorito una visione di questo tipo. Ma alla base vi è una cultura liberista che dietro la maschera del “risparmio per il contribuente” nasconde l’esproprio dei beni pubblici e la sottrazione degli spazi di dialettica civile considerati come inutili spese e rendite parassitarie da cancellare.

L’altra faccia del populismo: il M5S

Queste “spese” sono sicuramente inutili per chi ha interesse ad appropriarsi del patrimonio collettivo di un paese e sottrarlo alla comunità per farne una fonte di profitto. Mentre sono non utili, ma indispensabili per ogni società che prediliga il beneficio della moltitudine a quello della élite e che fondi il processo decisionale non sui ricatti della finanza, ma su una dialettica forse meno rapida dei mercati, ma libera e aperta a tutti i soggetti. La riduzione dei “costi”, che millanta Renzi col sostegno della J P Morgan, è in verità una riduzione della rappresentanza pluralistica presso le istituzioni, in modo tale che il processo deliberativo proceda senza alcun intoppo secondo i dettami delle oligarchie. Queste ultime dopo aver tolto agli stati la loro sovranità ora si apprestano a rimuovere gli ultimi ostacoli. Referendum permettendo.