Manifestazione contro il lavoro precario

Quando “Italia” è sinonimo di “contraddizione”

In Italia si assiste tanto a rigurgiti nazionalisti quanto a una retorica antipatriottica. Il culto autoreferenziale del passato non si sposa con le esigenze di rinnovamento e il prezzo da pagare per questo sono migliaia di emigrati.
di - 23 febbraio 2015

Quello che potremmo definire il “fenomeno Italia” è avviluppato in una dialettica interna dalla quale non riesce ad uscire. Il contesto culturale (in senso lato, riferendosi alla sovrastruttura del nostro Paese) è scisso in due momenti inseparabili. Generalizzando per facilitare una lettura d’insieme, da un lato i Salvini di turno si fanno portavoce di istanze xenofobe e quasi nazionaliste, richiamandosi alla “cultura italiana” da difendere dalle contaminazioni ad ogni costo; dall’altro le rappresentazioni della tragicità nostrana (le celebri imitazioni di Crozza, per fare un esempio, ma l’ironia anti-italiana è pervasiva ad ogni livello e con una frequenza masochistica) riscuotono successo proprio per il velato disprezzo con cui molti guardano al Bel Paese e ai suoi rappresentanti. Sono due fenomeni apparentemente contrari ma, in realtà, complementari nel loro essere indice dell’assenza di un’identità o di un progetto indirizzato al futuro. Un’identità storica italiana, infatti, non manca (nonostante il panorama certamente composito), il problema è che il richiamo feticistico a questa paralizza, atteggiamento che il Nietzsche delle Inattuali condannerebbe, e non può far fronte al deserto futuro. In questo modo tanto la retorica nazionalista quanto quella disfattista non hanno difficoltà a ritagliarsi il proprio spazio. Non si può, in sostanza, non pensare all’Italia con la categoria della scissione e della contraddizione, in uno spazio di tensione fra l’eredità culturale inestimabile e la, ormai proverbiale, inettitudine e lentezza.

Andando a considerare le relazioni dell’Italia con l’estero, quanto detto viene riconfermato. Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili (quelli ufficiosi sono ben più allarmanti), nel 2013 gli italiani espatriati sfiorano i 100.000, di cui circa la metà sono giovani (under 40). Dal 2002 al 2011 la quota di emigranti laureati con più di 24 anni è passata dal 12% al 27,6%, stabilendo un rapporto del doppio di laureati in uscita rispetto a quelli in rientro. L’esterofilia dilaga fra i giovani studenti, fra i quali una fetta fra il 60 e il 70% vorrebbe spostarsi all’estero. Magari a qualcuno va pure bene, chi studia ha il brutto vizio di chiedere tutele e meritocrazia (sia chiaro, ove le condizioni di partenza fossero uguali per tutti, giacché chiederlo solo per sfruttare le zone dove non è quasi garantito il sistema d’istruzione è sullo stesso piano del nepotismo). Allo stesso tempo, per contro a tutti gli esotisti e a quelli che campano di facile satira, l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo, preceduta solo da inglese, cinese e spagnolo, precedendo molte altre più parlate come tedesco, russo e francese. Aldo Giannuli ha scritto al riguardo un articolo efficace dove ricostruisce la duplicità di cui si è parlato: si studia l’italiano per la sua grande letteratura, per il melodramma, per la cucina, per la sua tradizione artistica, ma anche per i milioni di espatriati, perché è il linguaggio di parte della criminalità internazionale. È paradossale che molti abbandonino un Paese a cui così tanti sono interessati, eppure non hanno tutti i torti. Per quanti se ne vanno per inseguire qualche mito esotico di consumo sfrenato o di american lifestyle (questo si può e si deve dirlo in inglese, va bene tenere una certa distanza, anche linguistica), meglio così, ma di certo sono un’esigua fetta. È quasi ridicolo che pur essendo così ammirati ci facciamo scappare tante opportunità, eppure è vero.

Per approfondire con il Circolo Proudhon

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