Parlando di garanzie legate al reddito, si parla di “welfare state”. Il dibattito, infatti, è decollato, ma i politici, soprattutto Renzi, hanno paura a parlarne chiaramente. In discussione non c’è chi merita un sussidio o meno, quali sono le priorità o come agire, ma la necessità ormai di un nuovo modello di stato sociale, slegato ormai dal lavoro a tempo indeterminato.

Il welfare state in effetti è datato: nasce nel XIX secolo e cresce di pari passo con la rivoluzione industriale. In principio erano garantiti diritti e dignità alle sole classi povere e meno abbienti, la prima legge (Poor law) nel 1601 assicurava assistenza a questi ceti e a particolari situazioni sociali come minori, orfani e così via. Si credeva che riducendo il tasso di povertà, si potesse limitare anche l’aumentare della criminalità. In Germania, grazie ad Otto von Bismarck, si sviluppò l’assistenza sociale, nata per non gravare alle aziende il costo della sicurezza sociale dei lavoratori. Nel 1942, sempre nel Regno Unito, l’economista William Beveridge definì i concetti essenziali di sanità pubblica e pensione sociale per i cittadini, coprendo quindi tutte le fasce sociali. Occorre ora puntualizzare una cosa: lo sviluppo dello stato sociale è strettamente collegato al progresso del lavoro a tempo indeterminato. Oggi la “flessibilità” del mercato pare quasi un dogma, questo va ad incrinare la forma ottenuta dopo secoli di espansione del welfare state. Le liberalizzazioni, o meglio, privatizzazioni dei servizi (diritti) garantiti dallo Stato non sono riuscite a porre un rimedio concreto alla crisi dello stato sociale (vedi crisi 2008 in USA).

Cavalcando quest’onda silenziosa di cambiamento sociale, il Movimento 5 Stelle propone il “reddito di cittadinanza” che, considerando attentamente la forma linguistica, pare sia aperto a tutti gli individui in possesso del requisito fondamentale: la cittadinanza. In realtà, ciò che intende il M5S è il reddito minimo garantito, presente in tutta Europa (tranne Grecia, Ungheria ed Italia). Il reddito minimo garantito assicura un utile individuale considerato dignitoso dai parametri sociali, nel caso italiano, a parer di ISTAT, € 780 lordi. Un cittadino maggiorenne, in cerca di lavoro, otterrebbe 600€ netti al mese e in caso di rifiuto di 3 posti di lavoro proposti dal centro territoriale d’impiego, l’individuo non godrebbe più del reddito minimo garantito. Un reddito minimo garantito che è anche integrativo ad un lavoro svolto dal cittadino, fino ad arrivare sempre (per singola persona) ad un reddito annuale di € 7.200. Quest’obblighi “reciproci”, ovvero, il reddito garantito per l’accettazione di un lavoro, garantisce l’attività lavorativa del cittadino eliminando il problema dell’inattività di quest’ultimo. Una criticità della proposta dei 5 Stelle è il punto per quanto riguarda i centri d’impiego, dove non si specifica come riformarli o le linee guida del loro lavoro. Questo è un punto fondamentale poiché  attraverso i centri d’impiego si mette in moto la proposta di legge. Purtroppo in Italia i centri d’impiego sono lontani anni luce dai modelli europei e quindi ne consegue la necessità di maggiori investimenti, dove trovare dunque altri soldi?

L’idea dietro il “reddito di cittadinanza” grillino è quella che un cittadino deve avere vita dignitosa anche senza lavoro, ma soprattutto il suo inserimento nel tessuto sociale non è più legato al lavoro, ma al suo reddito. Dietro la filosofia del lavoro e della persona è celato un ragionamento che apre ad un nuovo tipo di stato sociale. L’economia di mercato sta migrando dal modello del lavoro a tempo indeterminato con tutele ad esso correlato ad un modello flessibile legato a “progetti di lavoro”, anche perché sempre più rapidamente notiamo la scomparsa di figure professionali. In un mondo dove il “lavoro lo si crea” il nuovo stato sociale, o welfare state, non può più garantire la continuità del lavoro, bensì la continuità di reddito, così da non far divorare la dignità della persona dalle logiche di mercato.