A leggere i titoli dei giornali non si potrebbe, avendo la possibilità di una visione sinottica e onnicomprensiva dai prodromi della crisi fino a oggi, intuire o avere coscienza di una depressione economica della portata di quella attuale. Nell’epopea degli splendenti annunci carichi di pathos millenaristico, da prosaico messianismo dell’ennesimo duce teso a risollevare le sorti delle italiche sponde, il giornalista italiano svolge la propria funzione di fedele scriba delle mirabolanti promesse scolpendole a grandi caratteri nei titoli delle testate, dimostrando di considerare e pesare le parole degli imbonitori al potere come la post-fazione delle parole bibliche. Purtroppo dunque ci si mantiene diffidenti, per naturale riflesso incondizionato, memori del passato prossimo, quando in questi ultimi giorni ricomincia a peregrinare sulla bocca del volgo il termine “ripresa” anche se lo spread si aggira intorno ai cento punti, aumenta l’occupazione, le borse sono in positivo, il prodotto interno lordo cresce, i consumi si innalzano.

Appena appena si approfondisce la questione, scopri però che, nonostante tutto, i tuoi dubbi non erano né ingiustificati né infondati perché le percentuali dei vari indici si attestano poco sopra lo zero: 0,1 in più di pil, 0,1 in meno di disoccupati a fronte del massacro, del catastrofico bilancio mietuto dal mostro della crisi. Si dirà: da qualche parte bisognerà pure ricominciare, riavviare la palingenesi, l’ascesa, la tendenza positiva. Eppure la stagnazione economica è un concreto pericolo paventato da molti economisti, peggiore forse di qualsiasi altro, anestetizzando e soffocando le numerose opportunità che i periodi turbati e le difficoltà necessariamente aprono e che, se adeguatamente impiegate e catalizzate, possono risultare rivoluzionarie. Speriamo che il rischio si trattenga nell’universo delle pure possibilità e che i giornali, una volta tanto, abbiano ragione. Speriamo, anche se non crediamo. Ovviamente (al fine di fugare qualsiasi timor panico) come afferma la docente della London Business School, Lucrezia Reichlin, i meriti della pur labile crescita non sarebbero da addebitare all’Italia, né al suo premier, non esistendo alcun “nesso tra le sue politiche e la ripresa”. Una delle poche (amare) certezze.