di Alessandro Procacci

“Anche in Italia si e’ avviata la ripresa. Dobbiamo cogliere questa opportunita’ per portare il Paese su un sentiero di crescita stabile e piu’ sostenuto, cruciale per offrire opportunita’ ai giovani, per concretizzare l’aspirazione a un futuro migliore”:  è quanto dichiarato in un’intervista a “Le Figaro” dal nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Con questo intervento il  Capo dello Stato ha dimostrato non solo di esistere dato che, da dopo il giorno della sua elezione, non si è saputo più nulla di lui ma anche di avere a cuore l’avvenire di questo nostro Paese che sta diventando sempre più provinciale. Ovviamente sembrava tutto troppo bello e, difatti, si è smentito subito dichiarando che “le istituzioni e la politica devono proseguire lungo il sentiero delle riforme strutturali per migliorare il contesto per fare impresa, promuovere la cultura della legalita’ del merito e della responsabilita’, garantendo cosi’ condizioni per la competitivita “, una frase che puo’ sembrare, se vi aggiungiamo, da qualche parte a caso, un “come se fosse Antani”, una supercazzola del conte Mascetti tratta direttamente dal celeberrimo film “amici miei”.

Facciamo un passo indietro: cosa diamine è una riforma strutturale, termine che, da qualche mese a questa parte, ci giunge all’orecchio di continuo?  Essa nasce dall’unione delle due parole “riforma”, che significa “modificazione, volta a dare un ordine nuovo e migliore, a trasformare una situazione, una società et similia ” (“Lo Zingarelli, 2006) e “strutturale” che vuol dire “relativo alla struttura, alla base” (“Lo Zingarelli, 2006). Il suo  significato è dunque, a rigor di logica, quello di cambiamento radicale atto a trasformare la società. Non ci sarebbe nulla di male nel cambiare l’ambiente in cui si vive per perfezionarlo, il problema vero è che queste fantomatiche “riforme strutturali” non nascono dall’esigenza interna del nostro Paese ma dall’imposizione esterna di Stati che non possono comprendere i problemi che abbiamo, perché non ne soffrono, e che si rifugiano dietro a dei regolamenti e delle norme burocratiche che hanno come conclusione l’imperativo riformatore

Lo scopo dichiarato di questi cambiamenti è nobilissimo: aumentare l’adesione al mercato del lavoro ma, nei fatti, sappiamo tutti che non bisogna modificare il sistema dalla base per far si che le imprese tornino a produrre all’interno dei confini nazionali e ad assumere: l’unica necessità che le aziende hanno è quella di non venire oppresse dalla pressione fiscale esagerata, figlia del debito pubblico e delle scelte della classe politica di tassare i propri cittadini per restituire i prestiti. Se le risorse che si ottengono vengono immesse tutte nella spesa corrente esterna (ovvero soldi che escono dal prprio paese e non torna più indietro, come, appunto, i rimborsi dei debiti) al posto che in investimenti e programmi di aiuti e agevolazioni fiscali la vera crescita non ci sarà mai poiché si entra in un circolo vizioso.

La parte più folle di questo meccanismo del debito è che, per appianare i buchi di bilancio aggravati dagli interessi, si contraggano nuovi finanziamenti e si vada avanti così fino a che la vittima non sia più in grado di pagare; in quel momento interviene la proposta dei creditori che corrisponde, appunto, con la raccomandazione (e molto spesso l’obbligo) di effettuare le benedette “riforme strutturali”. Ovviamente chi trae vantaggio dalla situazione non è l’attore che esegue i cambiamenti nella base del proprio sistema ma chi li impone. A riprova di ciò basta guardare che solo negli ultimi anni ci sono state moltissime acquisizioni di imprese italiane da parte di stranieri: quei capitali non resteranno a casa nostra e finiranno in investimenti da altre parti! Quindi, siamo tutti vittime di un sistema di schiavitù internazionale e la cosa spaventosa è che i nostri governatori siano in combutta con certa gente.