Basta guardare le foto. In alcuni casi non è necessario lasciarsi andare in infinite argomentazioni e ricostruzioni di storia processuale per capire dove sia la verità. Guardate le foto del cadavere di Stefano Cucchi. I periti incaricati dal gip di Roma hanno depositato le loro conclusioni: la causa più probabile della morte di Stefano sarebbe un improvviso attacco di epilessia, favorito da un problema di tossicodipendenza di lunga data. Insomma, Stefano era un epilettico e un drogato: sarebbe morto per questo a 32 anni il 22 ottobre 2009 nell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Il Segretario Generale della Coisp, un sindacato di polizia, avrebbe persino chiesto ai familiari di Stefano di chiedere scusa. Tra questi si presume si riferisse anche all’eroica sorella che da circa sette anni lotta per far giustizia sull’omicidio del fratello.

Guardate le foto del cadavere di Giuseppe Uva. La Corte D’Assise di Varese ha stabilito in una sentenza, contro la quale è stato presentato ricorso in appello, che nessuna lesione a carico di Giuseppe sarebbe comprovata. È emerso dopo la sua morte, avvenuta a seguito di un arresto nel 2008, che Giuseppe avesse una malattia cardiaca. Guardate le foto del cadavere di Federico Aldrovandi. Era un ragazzo di 18 anni e nel settembre del 2005, di ritorno da una serata trascorsa con gli amici, mentre si recava a casa sua a Ferrara, venne fermato da alcuni esponenti delle forze dell’ordine e poco dopo era morto riverso sul selciato. Secondo le conclusioni della perizia medico legale disposta dal Pubblico ministero nel 2006, Federico sarebbe deceduto per un eccesso di stress dovuto allo sforzo fisico, aggravato dal fatto che avesse assunto anche lui sostanze stupefacenti. Dopotutto nel 1969 dissero che Giuseppe Pinelli si fosse lanciato da solo da una finestra della Questura di Milano. Ci siamo detti tutto. 

Dicono che le sentenze vadano rispettate, al massimo è consentito discuterne, magari criticarle. Questa però è una balla. Una sentenza è espressione del potere giudiziario, uno dei classici poteri attribuiti allo Stato. Dicono infatti che le sentenze si rispettino per responsabilità, “senso dello Stato”, appunto. Tutto questo dimenticando che lo Stato sia una convenzione, un “contratto sociale”, per dirla alla Rousseau, e che Locke in determinati circostanze ritenesse legittima la disobbedienza e la rivoluzione. Difatti, come è possibile pensare di nutrire senso dello Stato nei confronti di Istituzioni che, non solo mentono palesemente ma non perseguono nemmeno l’interesse collettivo. Insomma, perché un cittadino dovrebbe continuare ad obbedire, a sottoporsi all’ordine costituito, se persino il Parlamento e i suoi rappresentanti sono evidentemente assoggettati a poteri e logiche non riconducibili alla sovranità popolare? Se una sentenza, in conclusione, invece di porre giustizia, fosse essa stessa un atto di criminosa amoralità, ci si dovrebbe limitare a discuterne o al massimo a criticarla? Bisogna altresì affrontare la questione delle forze dell’ordine che resta avvolta in un mantello di squallida ipocrisia. Impossibile dimenticare quanto avvenuto tra le dieci e la mezzanotte del 21 luglio 2001 durante il tristemente noto G8 di Genova: le forze dell’ordine (si badi bene: si utilizza insistentemente questa espressione, “dell’ordine”, con ironia), fecero irruzione nella scuola Diaz scrivendo una delle pagine più nere della storia repubblicana di questo paese. Fu un massacro. E non fu l’unico: come quello che portò alla morte Carlo Giuliani. Qualcuno disse che fosse solo un debosciato e che il carabiniere, Placanica, avesse sparato in aria. La sfortuna avrebbe però voluto che il proiettile intercettasse un calcinaccio in volo e deviando la sua traiettoria verso Carlo gli tolse la vita.

La verità è che laddove v’è potere, allora, spesso, v’è abuso. Inutile nascondersi dietro ad un dito: una bella donna alla guida della sua auto ha molte più probabilità di essere fermata per un controllo dalle forze dell’ordine rispetto ad altri. Lo sanno tutti e anche questo è un abuso. È un insopportabile abuso di potere. È una delle tante piccole violenze da subire in silenzio quasi siano un fastidio inevitabile, un effetto collaterale dovuto ad una cura necessaria per far fronte a chissà quale male. È nella natura stessa dell’uomo abusare del potere che gli viene concesso. E’ arrivato il momento che si apra un dibattito serio su questo fatto. Non se ne può davvero più di questi “uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraquà” – per dirla alla Sciascia -. Come pure non se ne può più di queste infinite parate militari, “celebrative del nulla”, guidate da generali con “cimiteri di croci sul petto”, per citare due belle espressioni deandreiane. Guccini canta che “gli anarchici gli han sempre bastonati”. Forse quella nutrita nei confronti delle guardie è un’antipatia anche culturale ed epidermica, eppure questi casi di triste cronaca nazionale e giudiziaria possono essere nella loro profonda malinconia un’opportunità per aprire una seria ed ampia riflessione su cosa si debba intendere oggi con espressioni come potere, coercizione fisica legittima, detenzione, pena, guerra. E quello che lascia maggiormente riflettere, in tutto questo, è proprio il penoso e rocambolesco tentativo di costruire una patetica “pubblica verità”, attraverso sentenze ed atti giudiziari, dietro cui è malcelata la debolezza di un sistema vizioso che, molto probabilmente, costituisce uno degli annosi ostacoli che si interpongono tra noi ed una vita di pace.