I super stipendi Rai e quella ragazzaccia della Berlinguer che s’è fatta cacciare. Il Pil che resta fermo e D’Alema con l’ossessione del Partito della Nazione. Le feste dell’Unità blindate e i reazionari dell’Anpi che non si allineano. La tempesta in un bicchier d’acqua della minoranza Dem e le trenta slide (false e gonfiate). Il terrorismo e il terremoto. Ventotene e l’Europa. Nella lunga estate 2016, in Italia, è cambiato tutto e non è cambiato niente; tranne la propaganda di Stato. Era il 29 dicembre 2015 quando il Presidente del Consiglio, sprezzante, dichiarava: «Se perdo il Referendum considero fallita la mia esperienza politica». E da lì un profluvio di esternazioni, interviste e battute pur di darsi una aura moralizzatrice. Palazzo Madama, 20 gennaio: «Ripeto qui: se perdessi il Referendum considererei conclusa la mia esperienza perché credo profondamente nel valore della dignità della Cosa Pubblica». E poi giù, senza freni. 12 marzo, alle giovani leve Pd: «Se perdiamo è doveroso trarne le conseguenze, è sacrosanto non solo che il Governo vada a casa ma che io consideri terminata la mia esperienza politica». 29 giugno, e-news, per tutti: «Dicono che io ho sbagliato a dire che se perdo vado a casa: e secondo voi io posso diventare un pollo da batteria che perde e fa finta di nulla? Pensano forse che io possa diventare come loro?».

Ma non funziona. Il fronte agguerrito del No e la scarsa eloquenza dell’ala maggioritaria del Pd – che squaderna sui giornali e urla nei talk show di scendere nel merito salvo poi argomentare in 140 caratteri – azzoppano i sondaggi. E dire che ci avevano provato, i renziani. Maria Elena Boschi – in progressione – dava dei fascisti ai detrattori, parlava di un aumento del Pil del 6% in 10 anni pari a circa 10 miliardi l’anno e (perché 4 giorni dopo l’attacco di Nizza l’occasione era ghiotta) di una patente di stabilità così da evitare inopinati attacchi delle schegge impazzite dell’Isis. La nenia era servita. E mentre l’Agcom sentenziava a metà agosto il 41% di spazio televisivo concesso da Tg1, Tg2, Tg3 e Rainews24 a Renzi&Co, lo scenario all’orizzonte si faceva cupo: col No sarebbero arrivate le cavallette. Mancava solo Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque: «Tu mi voti, ti trovo un lavoro e ti sistemo. Tu non mi voti, in tuculo a te e a tutt’a famiglia!». Le previsioni, però, restano negative: il probabile astensionismo pesa e chi è pronto a votare per favorire un avvicendamento a palazzo Chigi fa paura. Si decide Allora di rottamare quando fatto (e detto) fino a quel momento. La data del Referendum – previsto per la prima o la seconda domenica di ottobre – slitta, e si comincia a tirare in ballo novembre. Nel frattempo, spunta l’americano Jim Messina tra i più stretti collaboratori. Messina è il classico esempio di deus ex-machina; solo che arriva per restare stabilmente sulla scena. 47 anni, è un uomo pragmatico, di mondo. Tutto numeri (Big data) e strategia: e, se non c’è tempo, tattica. Ha lavorato con Obama nel 2012 (vincendo) e ha lavorato con David Cameron (per il Referendum sull’indipendenza della Scozia e le elezioni del 2015, vincendo, poi per la Brexit, perdendo). Dà subito un consiglio a Renzi: spersonalizzare per accaparrarsi il voto di chi non lo sostiene ma non ha alternative. Inizia, di fatto, la propaganda alla rovescia.

Profilo basso, toni pacati e il Presidente cerca di tornare in sella. Dopo la catastrofe appenninica e i 294 morti di fine agosto, riscrive l’agenda: flessibilità dall’Unione europea, quanto prima, e manovra sulle pensioni, alla svelta. Il Bonus sulla cultura ai 18enni sullo sfondo. Nel contempo, timidamente, la virata. 21 agosto, Versiliana: «Si vota comunque vada nel 2018». 31 agosto, alla festa dell’Unità di Firenze passa in sordina l’affondo di Luca Lotti – il braccio destro – al Corriere Fiorentino: «Chi pensa votando No di mandare a casa il Governo si sbaglia». 2 settembre, rassicurazioni da Cernobbio: «Se passa il No, non c’è l’invasione delle cavallette, non c’è la fine del mondo: resta tutto così». 5 settembre, la Boschi da Torino: «Se vince il No, non sarà la fine del mondo. Non dobbiamo immaginare scenari catastrofici». E proprio qui si inseriscono le beghe della Giunta Raggi a Roma: una manna dal cielo. Mentre Alfano e Ncd (e tanti altri) restano guardinghi, pronti a saltare sul carro del vincitore al momento giusto; la destra (di Salvini e della new entry Parisi) aspetta invece al varco il No per rilanciarsi e rimpastare il Governo. Anche se Messina si convince: il Sì – non ancora venduto agli elettori se non, appunto, con spot elettorali – ce la farà. E se non ce la fa, pazienza. Renzi intanto mischia le carte e, tallonato da Bruno Vespa, precisa (6 settembre): «No, non c’ho ripensato ma non parlo del mio futuro. Questo Referendum non riguarda il futuro di una singola persona». Peccato che due giorni prima, sull’onda del G20 in Cina, in procinto di incontrare il fondatore di Alibaba, Jack Ma, quella singola persona si tradiva e diceva ai padroni di casa (Repubblica): «Tornerò l’anno prossimo per una visita ufficiale, c’è spazio per fare un percorso».  Ecco, vorrebbe sapere il Presidente Xi Jinping – a questo punto – se per rivedere Renzi dovrà tifare per il Sì oppure se lui e Messina se la caveranno a prescindere. Forti dell’incredulità degli italiani e di quella «dignità della Cosa Pubblica».