Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

“Sono solo un mucchio di facinorosi, dei black-block”, potrebbe pensare degli attivisti No-TAV chi, troppo preso dalle preoccupazioni quotidiane, abbia distrattamente letto in questi anni delle proteste contro i cantieri della Torino – Lione e delle relative successive vicende processuali. Il problema è che così pare pensarla anche il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino, dott. Francesco Saluzzo, che ha chiesto per gli imputati la condanna a pene da un minimo di un anno e otto mesi a un massimo di quattro anni e dieci mesi di carcere, per un complessivo totale di un secolo e mezzo di reclusione, domandando quindi la conferma o per alcuni imputati un inasprimento delle pene irrogate in primo grado. Ciò in forza degli scontri avvenuti il 27 giugno 2011, quando la Polizia sgomberò il presidio degli attivisti in località Maddalena di Chiomonte in luogo dell’erigendo cantiere TAV, e del successivo 3 luglio, in cui gli attivisti (identificati grazie a riprese video) avrebbero proceduto a un tentativo di smantellamento delle recinzioni del cantiere: durante queste due giornate i manifestanti avrebbero cagionato il ferimento di duecento agenti di pubblica sicurezza, tirando petardi, bombe carta e chiodi a tre punte.

Breve storia delle rivendicazioni in Val di Susa 

La pena più severa è stata richiesta, in qualità di pubblico ufficiale e dunque anche di “trascinatore” per Guido Fissore, pensionato oggi settantaduenne – peraltro impegnato nel volontariato – all’epoca dei fatti consigliere comunale a Villarfocchiardo (TO), che il 25 gennaio 2012 fu pure sottoposto ad arresto preventivo in carcere: il tutto perché in una ripresa lo si vedrebbe, il pericoloso sovversivo, picchiare un celerino con una stampella. Del resto una linea dura la magistratura torinese l’ha sempre perseguita fin dal primo grado, anche a livello simbolico, quando decise di celebrare il processo nell’aula bunker del Tribunale fino ad allora riservata a processi per mafia o terrorismo, il che provocò la denunzia da parte dei No TAV del tentativo di criminalizzare in toto il movimento e portò quindi a ulteriori tafferugli con le forze dell’ordine all’atto della celebrazione.

Il dott. Saluzzo, proseguendo la linea del suo predecessore Giancarlo Caselli, aveva comunque garantito fin dall’inizio “una linea di grande rigore all’interno, naturalmente, di una cornice di garantismo”: quasi che le garanzie per l’imputato siano più una graziosa concessione della Pubblica accusa che non un diritto costituzionalmente sancito. Eppure, almeno secondo gli autori del documentario Archiviato – L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa presentato a Torino il 5 luglio scorso, tutta questa imparzialità non c’è stata, se è vero che questo processo ha prodotto un’ondata esagerata di arresti e domiciliari anche a carico di persone anziane: si è giunti persino a condannare a due mesi di reclusione una laureanda di Venezia che per fare la tesi in antropologia sulla lotta No Tav ha seguito alcune azioni dimostrative, e si è vista condannare per concorso morale.

Tali misure draconiane non si è però ritenuto di applicarle in merito alle innumerevoli querele sporte dai manifestanti nei confronti di agenti e funzionari di pubblica sicurezza – anch’esse spesso supportate da riprese video – in merito a violenze effettuate durante operazioni di ordine pubblico: tali procedimenti verrebbero puntualmente archiviati, mentre per quelli a carico degli attivisti (spesso per reati bagatellari) si giungerebbe sempre a sentenza, spesso di condanna. Viene quindi da pensare male, in effetti: fino a sospettare che Erri De Luca sia stato assolto dall’accusa di istigazione sol perché celebre scrittore, qualifica che non hanno il consigliere comunale Fissore e la studentessa veneziana; sebbene De Luca la Val di Susa la viva solo come innamorato della montagna e villeggiante, seppur “consapevole”, mentre gli attivisti No TAV ci vivono e soprattutto a loro verrà imposta l’opera, dunque hanno ben più ragioni di protestare. Con tutto questo non si nega che all’interno del movimento vi siano stati, vi siano e vi saranno dei facinorosi; andrebbe poi verificato quanti di loro siano “genuini” e quanti infiltrati, dato che purtroppo la storia recente italiana non è estranea a questo tipo di deplorevoli pratiche.

Di seguito le parole incriminate dello scrittore, in astratto non prive di una certa ragionevolezza, visto pure l’ascolto pressoché nullo che negli ultimi anni si è dato alle esigenze dei valligiani: “La Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo, sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile… hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa”.

Erri De Luca assolto nel processo sulla “istigazione al sabotaggio” della Tav

Erri De Luca assolto nel processo sulla “istigazione al sabotaggio” della Tav

Tuttavia, compito di un giudice savio sarebbe – prima ancora di applicare la legge e proprio per applicarla al meglio – operare un discernimento tra le diverse componenti di un attivismo che, peraltro, nasce come del tutto trasversale rispetto a partiti politici che (con l’eccezione del M5S) hanno sempre più o meno appoggiato la “grande opera” (leggi l’intervista). A tutt’oggi, auspici prima Caselli poi Saluzzo, la magistratura torinese è stata di diverso avviso, sottoponendo inflessibilmente a procedimenti poi sfociati in condanne tutti: giovani attivisti, anziani valligiani, amministratori locali (chissà se per gli spacciatori di droga del quartiere di San Salvario si userà la medesima mano pesante…). Il tutto ovviamente condito da demonizzazioni sulla carta stampata, divide et impera praticato su larga scala (manifestanti contro operai dei cantieri, spesso provenienti da tutt’altre regioni italiane e costretti a lavorare rischiando l’incolumità per un’opera di cui non comprendono le implicazioni; agenti della celere mandati a picchiare e a farsi picchiare, con i loro sindacati che piagnucoleranno di “fango sulle divise” e “servizio dello Stato” senza mai responsabilizzarsi sul tipo di Stato che si serve). Vi è dunque per ora un sospetto e pericoloso appiattimento del giudice sul boiardo di Stato, sul governo, sulla stessa Unione Europea, che preferiscono investire su un’opera costosissima e vantaggiosa più per il commercio che per le persone (certo assai poco per i valsusini) e banalizza ogni opposizione trattandola come mera questione di ordine pubblico o di Not In My Backyard.

Un sistema – a cui la magistratura si è dimostrata pienamente organica – che seppellisce le “piccole patrie” sotto colate di cemento (è stato spesso così un po’ dovunque in Italia), che non ha mai soldi per le scuole, gli ospedali o l’edilizia sociale, ma che si rifiuta di riutilizzare in parte la vecchia linea del Fréjus (con la scusa che si allungherebbe la percorrenza di una mezz’ora) e li ha eccome per traforare la montagna per cinquanta chilometri (alterando per sempre l’equilibrio delle sorgenti, come già avvenuto per la TAV in Appennino, e ponendo il problema dello smaltimento dei materiali di risulta dello scavo, alcuni anche tossici).

Nessun compromesso, nessun dialogo la politica, l’industria e la magistratura hanno mai cercato con i valsusini – in ciò ha ragione De Luca – spingendoli di fatto all’azione. Del resto essi (in contrasto con lo stereotipo del montanaro ignorante che magari serpeggia nei lontani palazzi di Roma e Milano) si sono riuniti, si sono informati, hanno studiato, hanno formato comitati trasversali, prima di passare ai fatti. E chi meglio di loro, che ci vivono da secoli se non millenni, potrebbe farsi guardiano delle tradizioni, della natura e della sacralità (per chi non lo sapesse da questa valle transitavano la Via Francigena che conduceva a Roma e la Via Michaelis seguita dai pellegrini che si dirigevano a Monte Sant’Angelo) della Valle di Susa? Essi sono la Montagna, perché ne sono l’anima, molto più di un parlamentare europeo, di un palazzinaro romano o milanese e anche di un magistrato di carriera.

Forse chi è chiamato a giudicare sul processo ai No TAV dovrebbe porsi il problema di quali siano i veri interessi in gioco, di quale possa essere sacrificato a discapito dell’altro, più che domandarsi chi si sia o meno “dissociato” dai fatti del 2011. In caso contrario si rischia di processare la Montagna nella persona dei suoi abitanti: il che è piuttosto stolto, oltre che essere profondamente ingiusto.