Defenestrato Marino, nella Capitale già si è aperto un acceso dibattito sul candidato che il PD presenterà alle prossime elezioni amministrative, le quali, per Roma, con tutta probabilità si terranno in primavera. Diversi i nomi che hanno iniziato a circolare in questi giorni: da Gentiloni a Cantone, da Marchini a Madia, passando per Malagò e addirittura Santoro, tanti i papabili, anche se per il momento nessuno si è affrettato a dare la propria disponibilità alla candidatura, anzi.

Ma oltre che sul nome di chi dovrà sostituire Marino, il dibattito ruota anche intorno al tema delle primarie, precisamente sul se ripeterle come nel 2013 o andare alle elezioni direttamente con una candidatura di partito. Renzi già all’indomani delle dimissioni di Marino sembrava deciso a non passare per le primarie proponendo direttamente un nome da mandare a elezioni, mentre dalle ultime dichiarazioni del ministro Boschi sembra che l’eventualità di ricorrervi si stia facendo strada, non fosse altro per il fugone generale di tutti i possibili candidati proposti in questi giorni.

Primarie non volute ma obbligate in sostanza, questo il quadro che emerge incrociando tutte le dichiarazioni susseguitesi in questa settimana. Non volute, per evitare l’ascesa di un nuovo personaggio come Marino; obbligate, perché dopo il totale sfacelo di questi ultimi due anni e mezzo nessuno vuole rischiare la faccia buttandosi in una situazione disastrosa e delicata come quella romana. Il risultato: manca un candidato certo, e volenti o nolenti con tutta probabilità bisognerà ricorrere alle primarie per selezionarlo.

Lo strumento delle primarie, dalla sua introduzione in Italia nel 2005, ha goduto di un popolarità sempre crescente. Il motivo è facile da intuire: favoriscono la massima partecipazione degli elettori alla vita politica del Paese, potendo essi con tale mezzo scegliere il candidato sindaco di una certa coalizione o addirittura il segretario di un partito. Ma dietro quest’apparenza le elezioni primarie si rivelano essere un’arma a doppio taglio. Non è detto infatti che la partecipazione dell’elettorato a qualsiasi decisione politica debba essere per forza un fatto auspicabile.

Una carica come quella di candidato sindaco o premier, e tanto più quella di segretario di partito, dovrebbe essere espressione esclusiva degli accordi tra le forze politiche in campo, o nel caso del segretario, delle anime interne e dell’organigramma di quel partito. La scelta di un candidato sindaco o di un segretario dovrebbe partire dall’interno di ogni organizzazione politica, dalle sezioni di quartiere, e poi salire su fino ad approdare alle segreterie nazionali. Certo, l’obiezione a questo punto è: ma le sezioni non esistono più. È vero. Ed è proprio questo il punto: dalla pressoché totale scomparsa delle strutture rappresentative partitiche di base, e dalla concentrazione degli affari politici nei soli palazzotti del potere, per le stesse forze politiche è derivato un inevitabile e incolmabile deficit democratico, essendo venuta completamente a mancare una base interna che possa contribuire a formare e legittimare una certa linea di partito.

Così si è tentato di arginare tale deficit democratico con le primarie, causando nei fatti una grave distorsione della rappresentanza: a esse può partecipare chiunque, e il risultato che ne esce è espressione della volontà di una informe e non definita massa elettorale, dall’appartenenza partitica più disparata. Conseguenza di ciò, la possibilità di ritrovarsi alla guida di un partito o candidato come sindaco una figura che non sia in sintonia con gli equilibri partitici che dovrebbe rappresentare. Circostanza questa verificatasi in parte sia con Renzi sia con Marino: il primo che subito dopo essere stato designato segretario del PD ha dato origine alla lunga serie di fronde e dissidenze interne di cui sentiamo parlare ogni giorno, il secondo invece che, evidentemente non coordinato con le priorità del suo partito, è stato quasi subito scaricato da esso e lasciato solo (aldilà della sua inettitudine, che è altro discorso).

Un segretario o candidato premier/sindaco deve infatti esprimere solo la volontà del suo partito, non la volontà di non meglio identificati elettori; e ciò non significa affatto mancanza di democrazia, o imposizione dall’alto. La democrazia potrà inverarsi regolarmente durante le elezioni, sede consona in cui gli elettori avranno modo di confermare o sconfessare il partito e la candidatura proposta, evitando così la grave confusione tra rappresentanza interna di partito e rappresentanza popolare insita nel meccanismo delle primarie.