L’odore degli struffoli si mischia all’aroma dei mostaccioli e dei roccocò, che il forno caldo ha deciso di dispensare alla casa, per la gioia dei residenti e degli ospiti. Il brusio delicato e costante dell’elettrico ruscello d’acqua del presepe scandisce la ritmica intermittenza luminaria della Stella Cadente a batteria, posta a salvaguardia della Capanna del Bambinello. L’alticcio ghignare di uno zio a tavola – sostenuto dall’immancabile bicchiere di vino rosso – e la fatica dolcissima della madre ai fornelli – sospinta dall’incondizionata amorevolezza della bontà -, compongono il fragoroso calore emotivo del ritrovo, che sprigiona intensi attimi di catartico sentimentalismo ed abbondante sazietà da misticismo culinario.

La Natalità di Cristo matura nel grembo della genuinità: la sacralità dell’immenso risiede nello spontaneismo della felicità. I primi sentori del Natale si scorgono entro il confine della festiva semplicità, perché questa insapora gli attimi che suggellano la memoria. La purezza del Sacro, appunto, prevarica la mercificazione della solennità: la grotta di Betlemme sfata la mitologia del consumo, ed esaurisce l’individualismo delle multinazionali. Al covo di Gesù, Giuseppe e Maria, non riesce, però, l’impresa di catechizzare alle liturgiche convenzioni Giorgia Meloni, coinvolta nella preparazione del “presepio partecipato” del suo partito. La garbatellina, infatti, mal declina l’esigenza del tradizionalismo, e maschera l’appetito di voti sotto il manto dell’ennesima (e politicamente truffaldina) furberia: statuette dei Marò da porre a ridosso della mangiatoia. Un immane cataclisma sulla cultura della socialità comunitaria della Destra che fu.

Sembra di vederli, traditi e raggomitolati nella grandezza del loro retaggio: Gentile e Papini si staranno scambiando reciprocamente pensieri al vetriolo sull’inaccettabile e nefasta portata intellettuale dei loro “epigoni”, confidando nella concretizzazione dell’avanguardia letteraria di Julius Evola. La neonata strategia comunicativa della Meloni – erta sulla demagogia macchiettistica, per sfamare le pulsioni dell’ignoranza – rende suppellettile natalizia la vicissitudine di Salvatore Girone e di Massimiliano Latorre, dovendo rispondere ad implicite e deplorevoli ragioni propagandistiche. Nonostante si sgoli a “difenderla”, la Tradizione non viene affatto tutelata dai promotori della “Destra al cartoccio”, patinata da un’imponente eredità storico-culturale e sostanziata nell’opportunismo elettorale. Anzi, quest’ultimi spingono perché l’Identità venga percepita al pari di una grottesca consuetudine, da abbellire continuativamente con la trovata di circostanza. Si salvi Salvatore e Massimiliano dalla strumentalizzazione, prima ancora che dall’India…