In Italia si è riaperto un vecchio dibattito che ha ripreso vigore con la nomina a Capo di Governo di Renzi, con la nuova legge elettorale e infine con la riforma della Costituzione. Questo dibattito verte sulla necessità o meno di rafforzare il governo e la maggioranza parlamentare. I fautori sostengono che ciò permetterebbe di garantire una continuità legislativa e di evitare l’immobilizzazione dei lavori, mentre i contrari denunciano la tendenza autoritaria di una condensazione dei poteri nell’esecutivo e in particolare nel capo dell’esecutivo e la riduzione delle opposizioni all’ininfluenza.

Un simile dualismo risulta piuttosto monotematico e quantomai datato. Risale a un’epoca completamente diversa della storia italiana, cioè quella della dissoluzione del fascismo e dell’inizio della Repubblica. Da un lato c’era quindi la necessità dei costituenti di assicurarsi contro possibili nuove tentazioni autoritarie, dall’altro l’esigenza di un governo rappresentativo ma saldo e capace di avviare la ricostruzione politica e sociale.

Nonostante che lo scenario storico sia del tutto diverso, oggi questi termini vengono riproposti quasi immutati. Da una parte ci sono coloro che sostengono la necessità di un governo non intralciato nella sua azione e che proceda spedito per far fronte alla crisi economica dall’altro quelli che vi vedono un accentramento inaccettabile e una svolta antidemocratica.

Quello del governo accentratore è un vecchio pallino della critica liberale, che si estese col tempo anche ad altre aree ideologiche. Bisogna limitare i poteri del governo, perché altrimenti esiste il rischio di derive cesariste, bonapartiste, o persino fasciste. Sicuramente il periodo fascista è un macigno storico che ha un peso rilevante.

Ma questo modo di porre la questione è fuorviante perché la considera in modo astorico e piatto. Quello che bisogna comprendere è il mutato ruolo della politica nella società postmoderna. Non è più un ruolo da protagonista, ma da semplice comparsa, o comunque da personaggio secondario. La politica non è più il luogo del potere decisionale e non detiene più la facoltà di direzione della società nel suo complesso. Esistono altre istanze, in particolare quelle dei mercati, che oggi hanno la priorità rispetto a quelle politiche. A queste ultime non rimane che l’amministrazione dell’ordinario e la predisposizione delle condizioni per attrarre capitali, cioè la deregolamentazione e la privatizzazione; ovvero, la politica per contare qualcosa deve paradossalmente liquidare se stessa. Di conseguenza anche i centri istituzionali risultano molto ridimensionati nelle loro prerogative e nei loro poteri effettivi. In questa mutata cornice ha ancora un senso il quesito sul rafforzamento dell’esecutivo rispetto al parlamento e della maggioranza rispetto alle opposizioni? Se la politica è condannata alla marginalità e all’autoliquidazione ne consegue che la ridefinizione di essa in senso formale entro un immutato contesto socio-economico non è nulla più che una disputa scolastica.

I sostenitori del “governo forte” e del presidenzialismo sono vittime di un sarcasmo involontario: chiedono il rafforzamento di un soggetto politico senza pensare di mettere un freno all’indebolimento della politica; d’altra parte i fautori del parlamentarismo appaiono sempre più delle figure donchisciottesche: protestano contro l’accentramento governativo e il pericolo di dispotismo nell’epoca del decentramento e delle tensioni centrifughe (da un lato transnazionali, dall’altro “secessioniste”) che rischiano di far collassare le istituzioni statali e le sue facoltà.

È pur vero che in certe fasi le oligarchie economiche hanno finito per convergere verso una gestione tirannica dello Stato, come avvenuto nei regimi fascisti, ma questo solo perché in quelle particolari situazioni storiche, di fronte alla poderosa avanzata del movimento operaio e delle forze socialiste, sembrava ad esse l’unica soluzione per conservare immutati i rapporti sociali tra le classi; così il ceto dirigente fascista poteva rassicurare le oligarchie facendosi garante di tali rapporti e nel contempo contare sull’appoggio di alcuni strati popolari attraverso un consenso di carattere plebiscitario. Ciò era possibile perché allora la politica era mediatore indispensabile per tutti i gruppi sociali. Oggi, al contrario, le élite possono scavalcare tranquillamente i luoghi di mediazione istituzionale degli stati e affermare il loro dominio sociale attraverso la competizione sui mercati internazionali interamente per via non politica.

L’“accentramento” di Renzi è in realtà un decentramento mascherato. Il “rafforzamento” del governo non è funzionale a una gestione dispotica dello stesso, o meglio, non di un dispotismo politico, come inteso dalla maggior parte dei suoi critici. Più che un indebolimento delle opposizioni e del parlamento in favore di un governo assoluto si tratta di un trasferimento di prerogative dallo Stato e dalla politica ai mercati e alla burocrazia sovrastatale. Renzi e i suoi accoliti cercano di accreditarsi come “fiduciari” esclusivi di fronte alle oligarchie economiche e di rassicurarle circa la stabilità della situazione politica, è questo il senso delle riforme istituzionali.

La vera questione, invece, riguarda se rassegnarsi fatalisticamente alla subalternità della politica, oppure cercare di restituire ad essa la centralità che le spetta e di cui ogni società ha bisogno, avviando un processo di deprivatizzazione e di riappropriazione pubblica degli spazi. Quest’ultimo dovrebbe essere lo scopo di coloro che reclamano maggior democrazia.