È grazie anche a lui se oggi l’Italia sembra abbandonare il sentiero della sovranità nazionale per imboccare quella del capitalismo e del rigore finanziario. Una moneta unica fatta progetto di governo, un’imposizione divenuta cessione di sovranità. A Giorgio Napolitano, che -guarda caso- nulla hai mai saputo su quella trattativa Stato-Mafia che ha segnato le pagine più buie della storia italiana, viene invece riconosciuto il Premio “Henry A. Kissinger” 2015 conferitogli dall’Accademia americana a Berlino. Un premio, quello che riceverà direttamente a Berlino il prossimo 17 Giugno dall’ex segretario di Stato Usa, che vuole riconoscere gli “straordinari contributi al consolidamento dell’integrazione e stabilità europea” soprattutto negli anni 2011 e 2013, quando all’Italia venne imposto uno “Stato d’eccezione permanente” con il consenso di un Parlamento illegittimo ma pur sempre buono ad ubbidire ai richiami dei veri padroni.

Due mandati, un’unica missione: svendere l’Italia, da bravo trotzkista, al potere di chi ha considerato legittimo far fuori dalla politica italiana l’allora presidente Silvio Berlusconi –eletto democraticamente- a favore di un tecnicismo fatto “salvatore” tra una botta di spread e l’altra. Son bastati due anni per far sì che l’Italia venisse “salvata”- leggasi condannata- attraverso la firma dei più importanti Trattati che la riguarderanno per i prossimi vent’anni. Dal Meccanismo di Stabilità europeo al Fiscal Compact, fino alla modifica dell’art.18 già ampiamente svuotato del suo significato grazie alla riforma Fornero ed in nome di una “flessibilità” che oggi fa sempre più rima con precarietà, povertà, austerità. “Cinesizzare” il vecchio continente, dicevano. E ci sono riusciti, ci stanno riuscendo. Il sogno di un’Europa dei popoli è oggi una menzogna sacrificata in nome di un capitalismo finanziario, retto dai mercati e dalle logiche di accumulazione, che controlla l’agenda politica dei Governi e degli stessi governanti.

Eppure, per comprendere i motivi dell’assegnazione del famoso premio, bisognerebbe ripercorrere a ritroso un ampio percorso della storia politica italiana, fino a giungere agli anni in cui il democratico Jimmy Carter, eletto nel 1976, governava gli Stati Uniti. In quel periodo, infatti, gli occhi americani erano attentamente puntati sullo scenario politico italiano, tanto da individuare nell’allora responsabile delle questioni economiche nei rapporti col governo Andreotti, Giorgio Napolitano- e non prima di essersi accertati delle reali convinzioni dello stesso (spesso in contrasto con l’originale ideologia del partito)-uno strategico alleato per portare a fine l’unico scopo della potenza statunitense: scardinare, fin dal suo profondo, la coesione interna del partito comunista italiano, negli anni del più importante compromesso politico della storia della Repubblica.

Napolitano riuscì di fatto a conquistare gli americani, spianando la strada alla Cia per il suo ingresso in Italia e nello stesso partito: il Pci, secondo lo stesso, doveva adesso aprirsi alla Nato e rivedere i rapporti con la Russia. Il discorso che in quel periodo Napolitano tenne in un incontro al Council on Foreign Relations di New York fu emblematico: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia». Stabilità che consisteva nel risolvere il “problema comunista in Italia”, mettendo alla prova- attraverso incontri segreti- gli stessi membri dell’ormai mutato partito comunista, risvegliatosi già alleato della Cia all’indomani del “sacrifico” di Moro. Nel suo libro “L’ultimo comunista”, Pasquale Chessa analizza attentamente la vicenda che sconvolse gli italiani, ponendo un importante quesito: «Che ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? ». L’invito di Birnbaum, professore conosciuto per la sua vicinanza alla Cia, non si risolve con l’arrivo di Berlinguer bensì con quello dello stesso Napolitano, il cui viaggio viene organizzato- come riportato dagli autori del libro “I panni sporchi della sinistra”- dal consigliere per la Sicurezza nazionale, Zbigniew Brzezinski, già da anni intento a distruggere il blocco sovietico attraverso metodi impliciti come l’infiltrazione. Chi, meglio di Napolitano, poteva portare avanti questo progetto in Italia?

Ecco perché l’ex Capo dello Stato, grande sostenitore altresì di quella politica estera statunitense che nel 2011 decise democraticamente di far fuori il “dittatore” libico amico di Berlusconi, verrà acclamato e premiato- non a caso a Berlino- per aver distrutto, privatizzato e svenduto quel patrimonio italiano di cui una volta ci saremmo vantati e lodati. Vantiamoci adesso di dipendere dalle labbra di Draghi, di sottostare ai capricci bellici di Sir Obama e di aver sostenuto, implicitamente o meno, i creatori di quel terrorismo internazionale che oggi fingiamo di voler combattere dietro lacrime di coccodrillo. Ci vorrebbe un Premio per alto tradimento: solo allora saremo anche noi lì, ad applaudire a questa farsa democratica.