Secondo l’Istat sono 4 milioni gli italiani in condizione di povertà assoluta, il 6,8% della popolazione. Ma accanto alla povertà assoluta esiste quella relativa, cioè calcolata in rapporto al reddito medio pro capite. La povertà relativa coinvolge il 13% degli italiani, quasi 8 milioni. Accanto ad essi poi ci sono quelli a rischio. Sempre secondo l’Istat il 28,4% è a rischio di povertà.
La povertà oggi non riguarda soltanto i diretti interessati. Proietta la sua ombra inquietante anche su persone e famiglie che fino ad alcuni anni fa se ne sentivano immuni.

In una realtà “agiata” come quella italiana, non cessa di far sentire la sua presenza minacciosa. Eppure è sempre più oscurata dalla rappresentazione pubblica della società italiana. Non compare esplicitamente nei discorsi, se non come un fatto lontano, che interessa unicamente paesi sottosviluppati e pochi disagiati. Il senso di precarietà ormai è diventato una condizione endemica e stritola i ceti medi dei paesi occidentali. Accanto ad essa, la povertà si profila come una eventualità per molti non più tanto remota. La presenza della povertà, per coloro i quali non la sperimentano empiricamente, è avvertita come incombenza psicologica e ricatto sociale cui non è possibile sottrarsi.

Nelle moderne società occidentali il capitalismo ha tolto qualsiasi sicurezza alle classi medie. Nessuna certezza, nessun punto fermo. Anche le ultime garanzie giuridiche sono state ormai abolite e qualunque lavoratore è esposto al ricatto padronale; il “posto fisso” è abolito. Esso, nei discorsi dei politici e degli intellettuali più accreditati, è considerato un retaggio del passato, un ostacolo allo sviluppo dei mercati e dell’economia “I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita” aveva detto Mario Monti in una trasmissione televisiva. Ma non esiste nessuna crescita, nelle società capitalistiche occidentali contemporanee, se non per i profitti degli oligarchi e i guadagni delle élite economiche. Il terreno è venuto a mancare sotto i piedi dell’individuo del Terzo Millennio: tutto dipende dai mercati e come logica conseguenza nulla può essere garantito con certezza. I finanziamenti pubblici alle cure mediche, all’istruzione, allo Stato Sociale, devono essere ridotti per andare incontro alle esigenze dei mercati, ovvero alle classi capitalistiche che reclamano sempre nuovi e più ingenti profitti.

Lo spettro della povertà compare sullo sfondo dei proclami dei governi e dei media, sul tasso di crescita che si alzerebbe, ogni anno, secondo le più ottimistiche previsioni, di un mirabolante 1%. La povertà viene rimossa dai discorsi, ma rimane come arma di ricatto che usano le élite, per mezzo dei loro referenti politici, per imporre leggi a loro favorevoli. Anche forse “progressiste” si fanno portavoce delle politiche restauratrici e liberiste. Il sottinteso di questi programmi è che la povertà non può essere cancellata, ma soltanto, temporaneamente, lenita. Essa diventa uno strumento per il dominio sociale.

Mentre nei decenni passati il capitalismo propagandava l’illusione che esso potesse eliminare la povertà, pur in presenza di forti squilibri nella distribuzione della ricchezza, diffondendo l’entusiasmo nella “ricerca della felicità”, ovvero la fiducia nel miglioramento delle condizioni di vita personali, l’ottimismo riguardo a un futuro migliore, oggi guarda perfino con disprezzo a ogni ingenua speranza. Non c’ è utopia possibile. L’unica ideologia ammessa è quella del disincanto. Nessun governo occidentale si propone lo scopo (nemmeno sul piano puramente retorico) di abolire la povertà, come di eliminare la disoccupazione. Il disagio sociale, la carenza, sono dati ineliminabili nella società dell’opulenza. Ma questo disincanto, che coglie un elemento di verità, viene giustificato con una nuova menzogna: la povertà non riguarda soltanto una data organizzazione sociale, ma è un fenomeno costitutivo e ineliminabile della storia umana. Il capitalismo non è (non più) il migliore dei mondi possibili, ma l’unico possibile. Al di fuori di esso non vi è nulla di umanamente concepibile. La società attuale deve essere considerata un dato di fatto immutabile e non c’è bisogno che si riconosca buona, perché è senza alternativa. E allora la povertà cessa di diventare un problema per le oligarchie al potere; crollato il socialismo, e l’esperienza di una forma diversa e più giusta di organizzazione sociale, i governi non sono più impegnati nel rendere il capitalismo più appetibile. C’è solo una gestione dei desideri individuali che spetta al mercato, che genera l’impulso al consumo disperato, emarginando nel contempo chi non può o non vuole lasciarsi sedurre. Alla politica rimane la semplice retorica, convincere la popolazione che “There is no alternative” come recitava lo slogan della campagna elettorale di Margaret Thatcher, non c’è alternativa, piaccia o non piaccia. Persino coloro che si propongono come riformatori radicali, fanno presto a convertirsi alla retorica della gestione dell’esistente, come dimostra la parabola greca di Syriza, presto esaltata dai sempre ricettivi emuli italiani.

Ciò che è ammesso, al più, è la possibilità di alleviare gli “effetti collaterali” più duri del capitalismo odierno, attraverso una “carità di stato” che riduca le conseguenza più dannose e ingestibili del sistema, come è il caso dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” tanto cari ai politici di centrosinistra.

La censura cede sempre più il posto all’autocensura della coscienza individuale che non trova il coraggio neanche di formulare un diverso paradigma sociale. La colonizzazione delle coscienze ha raggiunto il massimo risultato e non si è in grado di immaginare una dimensione collettiva di riscatto. Rimane soltanto la speranza (per chi è ancora possibile) di miglioramenti individuali, ma anche questi sembrano sempre più lontani e hanno smesso di appassionare fette sempre crescenti di popolazione, che non coltiva altro ormai che la rassegnazione e l’oppio della soddisfazione disordinata di pulsioni indotte.