di Francesco Colaci

Paolo Gentiloni, con eccessiva riverenza nei confronti delle istituzioni, ha affermato che gli scenari bellici dell’Iraq sono in continuo cambiamento, così come il progetto di collaborazione militare con i paesi alleati, asserendo: “l’Italia non ha preso nuove decisioni sull’utilizzo dei nostri aerei. Tuttavia, se dovesse prenderle, il governo non lo farebbe di nascosto, ma coinvolgerebbe come è ovvio e doveroso il Parlamento”. Il tono utilizzato suscita non poche perplessità, dal momento che da queste parole si evince che gli organismi decisionali all’infuori del governo vengano oramai considerati alla stregua di una figura anziana in stato di malattia terminale. Ciò non basta, continua, infatti, il Ministro degli Esteri: “gli sconfinamenti della Russia all’interno del territorio turco si sono rivelati imprudenti e pericolosi, hanno suscitato la giusta reazione della Nato“. Affermazioni, queste, che suscitano non poca ilarità, poiché rivelano una scarsa conoscenza della situazione geopolitica mediorientale da parte del ministro, considerando che, in una situazione di conflitto permanente quale quella mediorientale, non sia un fatto allarmante che aerei militari alleati possano varcare  i cieli di uno stato. Di fatto, è risaputo che non sia ancora stato inventato il teletrasporto. E’ tuttavia innegabile che la stessa Turchia, da sempre in bilico (e affari) fra interessi occidentali e levantini,  soffra di manie di persecuzione nei confronti della Russia di Putin, il quale si limita a trovare un numero sempre maggiore di paesi interlocutori, al fine di trovare una soluzione diplomatica e più accettabile, in termini di vite umane e costi economici.

Quanto all’annuncio dei due ministri, si può ben ipotizzare che questo intervento militare sia stato forzato dallo stesso governo, in seguito alle richieste di riduzione delle spese militari, recentemente avanzate dal ministro del Tesoro Padoan. Un’operazione bellica, infatti, impedirebbe i tagli previsti per i budget della Difesa. Ecco dunque evitato l’insormontabile ostacolo. Un intervento militare che il paese, tuttavia, non può permettersi, ma che “deve” intraprendere, poiché, come afferma lo stesso ex generale Fabio Mini:  “Quando si è parte di una coalizione militare internazionale, come l’Italia per la Siria e l’Iraq, non si può semplicemente farne parte e ridursi a fare gli spettatori. Renzi è a conoscenza di ciò, tuttavia egli sa anche che chi interviene in una lite tra elefanti rischia di rimanere schiacciato”. In breve, l’Italia non è oppressa soltanto dal punto di vista economico, ma anche militare. Essa non ha alcuna autonomia di scelta, bensì è costretta a seguire una determinata linea strategica e a impiegarvi i propri mezzi, il tutto per la sola appartenenza al sistema dei paesi Nato. Se il paragone può risultare divertente e non grossolano, è come se il Paese fosse un cucciolo canino allevato da due padroni (in questo caso, Unione Europea e Nato). Il primo inizialmente esercita una sorta di violenza “addomesticatrice” sulle zampe e gli artigli dell’animale (l’economia della nazione). Successivamente, il secondo lo lancerebbe con forza a lottare, ormai debole e sanguinante, contro un altro essere canino dalle dimensioni decisamente superiori.

In questi meccanismi risiedono dunque le contraddizioni di un sistema di potere fondato sulla controllo e il ricatto degli stati ad opera di organismi finanziari e, in questo caso, anche militari. Tuttavia, l’ex generale, animato da cotanta preoccupazione per la consapevole debolezza dell’ “italico esercito”, (probabilmente cosciente delle superflue operazioni belliche), ha lietamente annunciato un’impresa non troppo dispendiosa per gli impavidi soldati italiani: “L’Italia probabilmente condurrà dei raid aerei nei territori dello Stato Islamico, tuttavia non lo farà in Siria, dove la situazione è più complessa, e nemmeno nelle zone dell’Iraq più problematiche o le aree dove si trovano i pozzi petroliferi. A essere bombardati saranno prevalentemente territori desertici, lanceremo bombe su qualche sasso”.

Considerato che i caccia italiani sorvoleranno zone non troppo calde, ci si domanda, a questo punto, su quali fantasmagorici obiettivi si concentrerà la Difesa, ma soprattutto in quale fondamento logico risiedano le motivazioni e l’utilità di un simile spreco economico.