di Francesco Colaci

In un contesto nazionale in cui le formazioni politiche tradizionali si sono trasformate, nel caso dei Democratici, in funzione di nuove esigenze affaristiche, o hanno lasciato spazio a nuove forme di partecipazione “meno politicizzate” e più “innocue” quali il movimentismo, è venuto a sfumare lo stesso concetto di governo e opposizione. Ne è la prova quanto sta accadendo da pochi mesi a questa parte nello scenario parlamentare italiano. Un partito come il PD, ideologicamente schierato (sebbene in via puramente formale) nell’area del centro-sinistra, è divenuto un centro nevralgico di interessi economici e lobbistici, oltre che ligio esecutore delle riforme economiche provenienti da Bruxelles. A esso fanno riferimento i principali gruppi imprenditoriali del paese, ma non, certamente, il ceto medio-basso della popolazione (in gran parte teso o rassegnato a votare il M5S o Lega). Dunque, piuttosto, si potrebbe parlare del PD come di una “democrazia aristocratica”? E’ un mistero difficile da svelare. Tuttavia, secondo l’opinione di numerosi esponenti di Sel, nel Partito Democratico la “Sinistra” c’è. Potremmo dire “c’era”, prima che, il 24 giugno 2015, Fassina e Civati dichiarassero la propria fuoriuscita. Ecco dunque che, giunti a questo “formidabile” ed “entusiasmante” evento, si può finalmente affermare che l’area dell’ ”aristocrazia democratica” sia fuggita dal Partito dell’ “aristocratica democrazia”: in poche parole, i meno malvagi e meno distanti dalla tanto celebrata causa popolare hanno abbandonato l’oligarchia.

Fondamentalmente, la speranza che alberga nei cuori di numerosi uomini e donne di Sinistra è che, data la nuova situazione, possa nascere un nuovo soggetto politico decisamente più “rosso” del PD, sia nelle questioni inerenti ai diritti sul lavoro, sia nell’ambito delle scelte governative. Per questo motivo nasce (o nascerebbe) “Possibile”. Aspettative più che giustificate, se consideriamo il vuoto ideologico e programmatico generato dai leaderismi che hanno caratterizzato gran parte delle formazioni partitiche degli ultimi dieci anni. Nichi Vendola ha rappresentato perfettamente lo “svecchiamento” di certi ideali di lotta, in nome di una modernità rosa socialdemocratico, della quale, tuttavia, non ha saputo delineare i nuovi caratteri. Ebbene, dopo conflitti ancestrali, vecchi asti fra le varie classi dirigenti e dichiarazioni fumose di progetti per una Sinistra del futuro, si arriva a una soluzione di compromesso. Sel, ex PD (o “aristocrazia democratica”), Rifondazione Comunista e altri movimenti e associazioni, danno finalmente il via al piano di collaborazione. Il programma da elaborare non è ancora chiaro, ma quanto meno si trova una linea comune di accordo: il diritto al lavoro, la difesa della scuola pubblica e una politica di ripresa economica anti-liberista. Principi più che validi, sui quali senza dubbio si potrebbe costruire una nuova forza politica come Possibile.

Tuttavia, fin dall’inizio, questa esperienza dovrà fare i conti con due problemi strutturali che la riguardano. In primo luogo, le modalità attraverso le quali si costituirà (e si sta costituendo) il movimento: si è trattato, almeno per il momento, di un’unione ideata dall’intesa fra i vari leader della galassia progressista, senza l’adesione e il contributo entusiastico di un movimento dal basso. Ciò che si può constatare, infatti, è che i soggetti aderenti siano in prevalenza militanti di partito o attivisti di area, con l’esclusione di un poderoso insieme di strati sociali disagiati, privi di una formazione politica, i quali dovrebbero invece essere oggetto di cura e interesse della nuova Sinistra. In secondo luogo, il rischio più grande è che sorgano antiche rivalità correntizie o contrasti ideologici fra i polverosi dirigenti, che metterebbero a repentaglio l’intero nuovo assetto. Del resto, le manie di protagonismo non costituiscono una novità. Si guardi all’esperimento, ormai fallito, della Federazione Della Sinistra, nato nel 2009 e dissoltosi in breve tempo. La base militante di Rifondazione Comunista (guidata da Paolo Ferrero) e del PdCI (il cui segretario era Diliberto) erano pronte a un’unificazione fra i due partiti per la costruzione di un’alternativa. In quel contesto, i contrasti e gli orgogli dirigenziali ebbero la meglio sulla volontà degli iscritti, con la conseguente frammentazione e isolamento reciproco nelle scelte elettorali. Inevitabile fu la perdita consistente di sostenitori ormai delusi.

Certamente, se una forza come Possibile volesse affermarsi, dovrebbe resistere ai duri colpi della signora eterogeneità che la contraddistingue: mentre Civati o Fassina auspicherebbero l’avvento di un partito socialdemocratico liberale in Italia, Ferrero desidererebbe la nascita di una forza politica le cui posizioni siano vicine a Syriza, Podemos e in difesa del socialismo venezuelano. Due universi politici molto distanti fra loro, che dovranno tuttavia convivere nel medesimo spazio, se l’obiettivo sarà l’unità e la sopravvivenza della Sinistra.

Ci si domanda a questo punto: questa nuova Sinistra sarà “Possibile” o Impossibile? La risposta si avrà probabilmente nel periodo congressuale del nuovo soggetto, fissato per i mesi di Ottobre-Novembre.