Uno stato che si ritrovi in serie difficoltà finanziarie non ipotizzerebbe mai di tuffarsi in ambizioni ingegneristiche all’insegna della megalomania e del suicidio. Ebbene, l’Italia rappresenta come sempre l’eccezione alla regola, volendo autocelebrare imprese che mai sono o furono definibili tali. Probabilmente, però, sarebbe sbagliato attribuire alla gente comune questi capricci, dal momento che la radice del problema risiede piuttosto nelle intenzioni del governo italiano, o peggio, del presidente del Consiglio (portatore, invece di interessi europei). In contesti precedenti, non si è potuto fare a meno di notare che egli rassomigli a quegli allucinati che affermano di vedere una luce in fondo al tunnel, con la differenza che questi ultimi sono incoscienti e che nella realtà odierna si intravede soltanto un corridoio senza luminose speranze. Ironico come talvolta nell’auto-proclamata lungimiranza di un leader si possa riscontrare qualità di tutt’altro avviso, ovvero una visione molto ridotta dello status complessivo. Si può affermare senza dubbio che non siano mancati aneddoti divertenti, quali i discorsi sulla ripresa economica del paese o gli elogi nei confronti delle riforme sulla buona scuola. Tuttavia, nessuno immaginava che Matteo Renzi potesse giungere a simili livelli di comicità: la ripresa del progetto del Ponte sullo Stretto. Nel riascoltare queste parole, la memoria collettiva riassapora frasi di berlusconiana memoria e il fiorentino “giovane democratico” può finalmente dichiarare al mondo intero la propria ideologia politica, senza la necessità di nascondersi dietro a slogan di gusto progressista.

Pronta la reazione di Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, nonché uno degli uomini più esperti in Italia in materia sismica. Lo scienziato afferma che la realizzazione del ponte costituirebbe un’impresa troppo dispendiosa in termini economici e altamente rischiosa  a livello sismico. Il terremoto di Messina del 1908 è stato il più violento mai verificatosi nella zona mediterranea, con una magnitudo pari a 7,2 gradi della scala Richter. Per la costruzione e il completamento dell’opera architettonica, occorrerebbero circa 6,3 miliardi di euro per la campata unica, la cui lunghezza corrisponderebbe a 3300 metri e la larghezza a circa 60. Il gigante finirebbe con l’ essere una delle opere ingegneristiche più importanti del mondo, insieme al ponte giapponese di simile fattura, l’Akashi Kaiki. I sostenitori del progetto italiano affermano che non vi siano rischi sismici rilevanti, soprattutto per il fatto che il modello nipponico ha resistito a terremoti di più grave entità. Non si tiene conto del fatto che per il funzionamento di simili opere occorra un adeguato spirito di lavoro e manutenzione, oltre che di monitoraggio quotidiano dell’attività sismica, in un’area geologica perennemente instabile. Prerequisiti che implicano una certa etica del lavoro, abbastanza estranea ai parametri italiani dell’affidabilità.

Tuttavia, Messina rimane soltanto uno dei numerosi poli strategici di questa politica della “grande” ingegneria. A essere preso di mira è soprattutto il Sud Italia, il Salento nello specifico, con la pianificazione di un gasdotto che, attraversando i Balcani, arriverebbe nell’entroterra dalla località balneare di San Foca, provocando conseguenze ambientali imprevedibili, soprattutto in merito al futuro stato di salute delle coste. E’ una battaglia di salvaguardia paesaggistica che i No-Tap intendono portare avanti, dinanzi a un’economia tra l’altro fondata essenzialmente sul turismo, oltre che l’agricoltura. Si tratta dell’ennesimo tassello di una politica UE sempre più cieca, accondiscendente verso le compagnie multinazionali, non curante delle micro realtà economiche del continente e sempre più tesa a privare gli stati nazionali di un potere effettivo d’intervento sulle questioni locali.