Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Ed ecco che il Ministro Poletti, il famigerato celebratore nonché il cultore italiano della competitività giovanile sul mercato del lavoro globalizzato, non ci risparmia le sue “geniali” dichiarazioni. Egli si dimostra soddisfatto per i risultati conseguiti dal parlamento, per l’introduzione di “una misura universale fondata sull’esistenza di una condizione di bisogno economico e non più sull’appartenenza a particolari categorie”. Questo provvedimento così “democratico” ed egualitario annulla l’unica sensata esistenza delle categorie sociali, quelle che giustificano uno status di soccorso e sostegno statale all’indigenza: (anziani, disoccupati, disabili, genitori ecc.),. Se Poletti festeggia la perdita del primato negativo in Europa per la mancanza di una misura nazionale di sostegno ai bisognosi, dall’altro lato già si intravede la sterilità economica del provvedimento tanto elogiato; il “Reddito di Inclusione”, (queste le nuove entusiasmanti parole), prevedono lo stanziamento di 1 miliardo e 600 milioni di euro per l’anno 2017. Numeri che coprono a mala pena il 30% dei 4,6 milioni di italiani che, secondo un’indagine Istat, si ritrovano in condizioni di indigenza. Se i vantaggi di questa riforma non risultano soddisfacenti, gli svantaggi lo sono decisamente di più. Questo “grande” traguardo viene infatti compensato da un taglio, su 310 milioni di euro, inerente a due fondi importanti che riguardano i servizi destinati (guarda caso) alle fasce più deboli della popolazione, precedentemente menzionate. Con il Ddl approvato in Senato, si annullano dunque le risorse economiche destinate al welfare di queste ultime, oltre ad approvare il dimezzamento dei fondi per la creazione di centri anti-violenza, servizi per la prima infanzia, inclusione sociale generica.

Ecco dunque il paradosso: da un lato lo stato italiano intende distribuire 1,6 miliardi ad appena 1 milione e mezzo di indigenti, mentre dall’altro si prepara a smantellare le conquiste sociali consolidate.

Il “Reddito di Inclusione” è legato alla manovra finanziaria 2016, e attribuisce all’establishment governativo il compito di intervenire in tre ambiti: approvazione della famigerata misura nazionale di “contrasto alla povertà” con l’introduzione del Rei (Reddito Economico d’Inclusione), riordino delle prestazioni assistenziali e, infine, rafforzamento del coordinamento per quanto concerne l’intervento delle strutture nell’attuazione dei servizi sociali. Il testo legislativo ha una scadenza d’entrata in vigore di sei mesi, tuttavia il governo freme nell’attuazione di questo ddl anti-sociale, tanto da averne previsto l’approvazione entro fine giugno. Sarà necessario comprendere quale sarà la soglia prevista per l’accesso ai benefici di “sostegno”, soglia che il più delle volte costituisce oggetto di perplessità e controversie. Il governo rassicura i cittadini sul fatto che il provvedimento verrà progressivamente esteso alle altre fasce, in particolare ai nuclei familiari con figli minori o persone disabili, e i disoccupati con età superiore ai 55 anni. Della disoccupazione in età giovanile non si fa menzione, probabilmente perché risulta scontato che le nuove generazioni debbano abituarsi al nuovo status di povertà esistenziale. Qualora avvenisse questa “estensione” dei diritti sociali, sicuramente si tratterebbe di una diffusione in tempi più che dilatati, considerando gli ostacoli rappresentati dall’iter legislativo e dalla burocrazia italiana. In ogni caso, dovrebbero essere assicurati circa 480 euro al mese, trasferibili in forma di carta prepagata alle famiglie che versano in condizioni economiche precarie.

Cos’è e a chi spetta il reddito di inclusione

Come per ogni legge apparentemente positiva, esiste pur sempre “il lato oscuro della luna”. Quest’ultimo consiste in un grave attacco alle spese assistenziali pre-esistenti, socialmente molto più efficaci della riforma presentata dal governo. Il risparmio prevede il taglio di 211 milioni per il Fondo politiche sociali, lasciando intatti appena 99,7 milioni. Una riduzione ulteriore di 50 milioni è prevista per i disabili che versano in condizioni gravissime e per gli anziani.

L’operazione subdola che si cela dietro questo provvedimento è quello dell’attacco latente, una sorta di virus con effetti negativi a scoppio ritardato. L’attuazione effettiva del Disegno è prevista a partire dal 2018, il tempo sufficiente perché i comuni e gli enti locali si dimentichino del colpo mortale e, all’occorrenza, di protestare. Soltanto verso la fine di dicembre 2017 e gli inizi di gennaio avverrà la ripartizione del fondo sociale, ovvero il momento in cui le amministrazioni comunali realizzeranno con amarezza di ritrovarsi senza le risorse economiche sufficienti per garantire i servizi di assistenza ai cittadini. Non sorprende il genio maligno della macchina liberista, intenta a perseguire i propri scopi di impoverimento della società, con la complicità dell’apparato istituzionale italiano. Camuffare un provvedimento anti-sociale sotto vesti democratiche si rivela la soluzione più oculata, poiché un’operazione drastica, di stampo elitario, desterebbe un eccessivo malcontento. La vendetta dell’aristocrazia finanziaria e del liberismo nei confronti del popolo è un piatto che va servito freddo, necessita di una perversità occulta e di una macchinazione graduale e sistematica volta allo smantellamento dei diritti. Grazie a questo provvedimento, spetterà alle Regioni l’amaro compito di decidere fra i tagli all’assistenza domiciliare, agli asili nido e agli altri servizi per la prima infanzia. Per la carneficina sociale, dunque, vi è l’imbarazzo della scelta. Non spetterà di certo a Bruxelles o al governo italiano decidere direttamente delle sorti dell’Italia: saranno gli enti locali ad arrogarsi la responsabilità delle opere di austerità, ad assaggiare la rabbia e il malcontento popolare.

Il nemico non si mostra mai in prima linea: spinge in avanscoperta le pedine più deboli.