Il referendum costituzionale sul ddl Boschi, che si terrà il prossimo ottobre, sta assumendo sempre di più il profilo non di un referendum sulla riforma costituzionale in sé, bensì quello di un vero e proprio plebiscito sulla persona di Matteo Renzi.  È stato infatti nei giorni passati lo stesso premier a far intendere che dall’esito del referendum sarebbe dipeso il suo permanere o meno a Palazzo Chigi, salvo poi poco tempo dopo accusare il fronte del no di voler “personalizzare” eccessivamente il dibattito e il referendum stesso.

Dunque il quadro attuale è un dibattito polarizzato su posizioni che, ben oltre il semplice (che semplice non è) quesito referendario, vogliono far diventare la consultazione di ottobre un giudizio, eventualmente una condanna, nei confronti dell’operato dell’ex sindaco di Firenze.

E il fatto che si vada a porre un giudizio di valore su una questione come la riforma del Senato è emblematico di come sia il Governo, sia chi a questo si oppone (o almeno dovrebbe opporsi) siano tutti ormai molto lontani dalla realtà del Paese. Un referendum su una riforma del Parlamento trasformato in plebiscito sul Primo Ministro, la settimana scorsa l’approvazione e i festeggiamenti per il ddl Cirinnà sulle unioni civili; questi e altri fatti sono davanti a noi, a dirci come le priorità del governo siano questioni che nulla hanno a che fare con il risollevare il Paese dalla crisi, dalla disoccupazione e dai molti disagi sociali che lo affliggano, bensì riguardanti questioni marginali come i diritti civili o aspetti puramente teorici come le riforme istituzionali. E giustamente essendo questa la priorità di un Governo che non sembra interessato ad altro, su questo viene posto il plebiscito. Plebiscito che comunque è sintomatico della ormai consolidata tendenza all’autoritarismo di Matteo Renzi, che come un bambino viziato ormai pone fiducie, veti e plebisciti su qualsiasi cosa, poiché o si gioca come vuole lui o lui se ne va a casa.

Ma il fatto che anche le stesse opposizioni abbiano catalizzato la questione su un “no” non alla sola riforma, ma allo stesso Renzi, testimonia come anch’esse, come lo stesso governo che dicono di avversare, siano ormai distanti anni luce dalle reali esigenze del Paese, le quali non sembrano essere captate nemmeno lontanamente da nessuna forza politica.

Stando così le cose, dunque, perché qualcuno torni a occuparsi di questioni più pragmatiche e di più immediata utilità sembra si debba sperare che al referendum di ottobre passi il no, e come detto Renzi faccia un passo indietro (bisogna anche sperare che mantenga la parola data, c’è da dire…). Ma abbiamo visto la situazione delle opposizioni qual è, nemmeno queste sembrano troppo consapevoli delle urgenze del Paese. Dunque che vinca il sì o che vinca il no siamo sicuri che davvero cambierà qualcosa?