Voltare le spalle al proprio trascorso, non è soltanto il risultato della poco meditata ed odierna intuizione di progresso. È soprattutto la mancanza di sensibilità nei riguardi della straordinarietà degli eventi pregressi. L’assenza di una prospettiva – per ben orchestrare il presente ed auspicare in un futuro notevole – è affine alla totale indisponenza nei confronti del precedente, di quello che è stato, di un cessato che ha reso possibile l’attecchimento delle tradizioni nella Storia di un Popolo. Perché, in effetti, il vigore di una cultura si misura in funzione di ciò che le tradizioni siano riuscite a sedimentare nel decorso degli anni. Banalmente, qualsiasi cosa arricchisca e circondi il nostro quotidiano, cela un plausibile spiraglio di tradizione. Anche il minimalismo di un dettaglio non scrutato, l’irrilevanza di uno sprazzo non considerato, la volatilità di un attimo non colto. Gli odori, i sapori, i suoni, la musicalità di un vicolo in festa, nella splendore del suo berciante vociare e dell’irrefrenabile incrocio di anime. La bellezza dell’unicità è proporzionale a come la stessa venga assimilata dalla comunità ove appare in tutto il suo splendore. Ma non si adatta, non si svende, non si adegua all’utilità del momento: questo è il segreto. Ed ecco che quegli odori, quei sapori, quei suoni, si adagiano sulla rocciosità della memoria e sulla dolcezza del ricordo, assumendo le fattezze del vivere.

La tradizione è, appunto, assimilata e cova in grembo la non replicabilità di miriadi di culture. L’insediamento di un’estraneità è, invece, adeguamento, nonché prosecuzione del fanatismo del neoliberismo con altri mezzi. Con il mercato a spadroneggiare e i guadagni posti al vertice della graduatoria valoriale della contemporaneità. La deprimente propaganda della McDonald’s è stata improntata esattamente su questo. Ossia esaltare la riluttanza (e l’insalubrità) di un suo prodotto, tramortendo la secolarità di un’icona dell’enciclopedia gastronomica italiana: la Pizza. Da perfetta cornice, la scelleratezza di inscenare un’insensata pubblicità, fondandosi su un irrealismo sfrenato. Un bambino – con palesi segni di squilibrio mentale prepuberale e generato dagli infoiati apparati riproduttivi di genitori intellettivamente discutibili – predilige un HappyMeal, quale antitesi della prelibatezza, alla fragranza finissima e al croccante bordo di una Margherita cotta a puntino… Nemmeno la fervida immaginazione di un antesignano della rappresentazione fantastico-creativa come Stanley Kubrick avrebbe potuto prevedere una fandonia simile.

Malgrado “l’Ombra di Wall Street” abbia offuscato le razionalità – rendendole a loro volta cortigiane di un sistema che le esige prone al dogma del denaro -, le tradizioni non possono chinarsi con la medesima facilità. Altrimenti, andrebbero a svilire un’annosità che l’ha consacrate nella concretezza per divenire il riferimento popolare di una territorialità. E sarebbe intollerabile che le ultime ancore, alle quali sorreggersi per affrontare la tempesta di una globale deriva sociopolitica, si lascino corrodere dal goloso appetito di un manipolo di magnati. Dopo tutto, necessitiamo di poco per assaporare la spettacolarità del nostro essere. La Pizza e la sua capacità di raggiungere ogni sperduto angolo di Pianeta, inaugurando il proprio viaggio nei quartieri partenopei. Oppure, l’operare nell’impasto di un artigiano ricoperto di farina e di passione, nell’esercizio di un’arte immortale. Nel frattempo, ci ricordate un attimo quale sia il “top sponsor” ( le sciagure hanno sempre il marchio angloamericano!)  dell’EXPO?