Deputato dal 2013, ex Pd ed oggi Segretario Nazionale di “Possibile”, il partito di sinistra che ha segnato la sua definitiva rottura dalla corrente di Matteo Renzi. Giuseppe Civati, detto Pippo, non parla mai di un suo cambiamento ma, sostiene, “sono gli altri ad aver cambiato direzione, io sono sempre rimasto un uomo di sinistra”. Quasi si pente del suo peccato originale, ovvero l’aver promosso insieme a Renzi la prima edizione della Leopolda, ma oggi sostiene apertamente le sue ragioni per il “No” alla riforma costituzionale per cui il prossimo 4 dicembre saremo tutti chiamati ad esprimerci. Lo abbiamo intervistato sui punti essenziali del ddl Boschi: dalla composizione del nuovo Senato al nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni, dal problema della governabilità al combinato disposto con la attuale legge elettorale.

On. Civati, quali sono i punti essenziali per cui lei si oppone a questa riforma costituzionale?

“Intanto vorrei dire che noi siamo oppositori molto seri dall’inizio di questa storia, cioè dall’inizio del 2014 e quindi prima ancora che Renzi diventasse premier e che personalizzasse questa riforma tanto da farla diventare una campagna elettorale sua. La riforma non ci convince in primo luogo in termini di rappresentanza, e quindi sulla questione del Senato non elettivo ma molto politicizzato che è tutto il contrario di ciò che ci raccontano. Non c’è l’autoritarismo alle porte però c’è oggettivamente un problema di equilibrio tra governo e parlamento, cosa che già abbiamo constatato durante gli ultimi governi in modo forte. C’è dunque una pratica politica che viene costituzionalizzata e secondo noi questo è un limite per la possibilità del parlamento di esprimersi con qualità e precisione. Ecco perché questo tema della fretta è sbagliatissimo. Noi dobbiamo fare le cose bene, non c’è bisogno di accelerare i procedimenti legislativi”.

Quindi le sarebbe favorevole ad una eventuale riforma costituzionale ma studiata diversamente?

“Se il Senato fosse stato completamente eliminato o trasformato veramente in Senato delle Regioni sul modello tedesco, allora io non avrei avuto nessun problema”.

Qual è allora il “modello” di Senato a cui pensa?

“Se rimane, l’unico modello serio è una rappresentanza vera delle autonomie locali dei governi delle Regioni. Diciamo una forma di costituzionalizzazione della conferenza Stato-Regioni, per capirci. Una rappresentazione più lineare e razionale rispetto a questa idea per cui il Senato è fatto dai sistemi politici regionali. Peraltro lo dico in Sicilia, sapendo che questa riforma rispetto ai temi del federalismo, del decentramento e delle competenze fa un passo indietro ma non considera le Regioni a Statuto speciale”.

Si riferisce alla incompatibilità, previsto dallo Statuto speciale, tra l’ufficio di consigliere regionale e quello di parlamentare? Come è possibile che non lo avevano previsto?

“Lì bisognava avviare una riflessione partendo proprio dalle autonomie speciali per capire dove questa autonomia funziona ed è giusto che rimanga, per quali ragioni, e su questo basare la riflessione sulle altre Regioni, non il contrario cioè mortificando queste Regioni (a Statuto speciale, ndr). Che poi è paradossale, perché se uno è affezionato alla riforma vorrebbe vederla realizzata anche in Sicilia. Questo però ci testimonia una scarsa lucidità nell’impianto della riforma e soprattutto il fatto che, con un sistema così, tutte le altre Regione chiederanno alle altre a Statuto speciale di mettersi in regola. Io ridendo dico che forse il Ponte sullo Stretto lo vogliono fare per collegare dal punto di vista costituzionale la Sicilia perché per ora appunto allargano questo Stretto fino al mare aperto”.

Come giudica il modus operandi di Renzi?

“Ci sono delle questioni squisitamente legate al testo costituzionale. Dopodiché non le nascondo che se Renzi continua a fare questa campagna elettorale politica è inevitabile che certe cose vadano verificate. Quando io sento la ministra Boschi in televisione dire che se vince il ‘No’ spariscono gli 80 euro, allora è chiaro che la stiamo buttando a caciara. Io sono per una progressività costruita un po’ meglio, non con un ricatto. Anche su questa questione dei malati che si cureranno meglio con la vittoria del ‘Si’, se lei (Boschi, ndr) mi dice così allora io mi preoccupo per i malati siciliani che non otterrebbero i benefici di questa riforma. Chiaramente lo dico con una punta di provocazione. Non andiamo a votare sul destino politico di Matteo Renzi ma sulla Costituzione”.

Cosa mi dice della famosa governabilità? Anche questo è una sorta di mito renziano da sfatare?

“Sicuramente è una contraddizione, perché da una parte dicono che si vota solo sulla riforma e di lasciar perdere l’Italicum, però nello stesso tempo fanno riferimento alla governabilità. Quest’ultima la assicura più una legge elettorale, evidentemente, che una riforma costituzionale. Questa riforma ‘deparlamentarizza’ potremo dire, cioè toglie poteri e rilevanza al parlamento e dà più poteri al governo ma non assicura la governabilità anche perché se il Senato ha un colore diverso dalla Camera allora romperà le scatole in modo sconsiderato”.

Quindi se dovesse passare questa riforma con l’attuale legge elettorale (Italicum), c’è il rischio che Camera e Senato possano arrivare ad esprimere maggioranze diverse?

“Un velo di autoritarismo di vede sullo sfondo. Ma soprattutto funziona se tra queste vi è la stessa maggioranza. Se invece appunto vi sono maggioranze diverse allora sarà un pasticcio. Se vince il Movimento Cinque Stelle alla Camera e il Senato rimane con la maggioranza attuale del Partito Democratico, il Pd sarà davvero così rigoroso che non chiederà mai di discutere una legge che non è di sua stretta competenza? Secondo me no. E quando tutte le Regioni al Senato dovessero, attraverso i loro rappresentanti -che non sono così autorevoli perché non rappresentano direttamente le Regioni ma i sistemi politici regionali- piantare una grana, la Camera farebbe finta di niente soltanto perché ha l’ultima parola e chiude la discussione? Si avrà un conflitto politico notevole, un conflitto non solo tra Camera e Senato ma anche tra Stato e Regioni”.

Con quale legge elettorale invece sostituirebbe l’attuale Italicum?

“L’Italicum è un disastro. Io sono sempre rimasto affezionato, e torniamo al 4 dicembre del 2013, al  Mattarellum. Quando la Consulta bocciò il Porcellum, noi dovevamo avere il coraggio di forzare un dibattito politico in parlamento e nel Paese per tornare al Mattarellum, che è la legge migliore che abbiamo avuto negli ultimi trent’anni, come dicono loro. Io tornerei volentieri a quello, dopodiché qualsiasi cosa abbia un riferimento ad altri sistemi politici istituzionali europei o internazionali, è meglio di questo Italicum “all’italiana””.