Dopo la richiesta di un ministro delle finanze europeo è arrivata puntuale quella di un ministro degli interni. Strumentalizzando i fatti di Bruxelles (e prima la persistente crisi economica), i paladini nostrani dell’europeismo più spinto non sono diversi dal Salvini di turno sciacallizzato dalle strisce del Fatto Quotidiano. Il Corriere della Sera ha concesso un’intera pagina a Laura Boldrini per esplicitare il suo convinto messianismo europeo e lo stesso ha fatto Repubblica col puntuale editoriale del grande vecchio Scalfari, che approfitta di ogni catastrofe per riporre le sue speranze nel “più Europa”. La retorica europeista impiegata è ormai talmente logora da aver abbandonato ogni residuo di razionalità in favore dell’emozionalità più spinta. Essa è, per l’appunto, attesa messianica di salvazione. Come direbbe Massimo Fini, abbiamo preso solo gli aspetti più tragici dell’Illuminismo, perdendo per strada tutti gli altri. Che sia l’universalismo alla base del ruolo taumaturgico affidato all’Europa o una fredda logica da realpolitik distorta come nel caso di D’Alema poco importa: la soluzione a tutti i nostri mali può solo arrivare dall’Unione.

Uno di questi mali però è il deficit di democrazia, tanto insito nello Stato-Nazione quanto pesantemente aggravato dall’architettura sghemba dell’Unione Europea, ormai ben integrata sul piano economico ma lungi dall’esserlo sul piano politico. E per fortuna, ci sarebbe da aggiungere, come vedremo più avanti. Oggi si chiedono l’unificazione dei servizi di sicurezza, delle intelligence, l’istituzione di una polizia di frontiera comune. Qualcuno sostiene anche la creazione dell’esercito unico, per poter affrontare l’Isis (che, sarebbe bene ricordare, conta su qualche decina di migliaia di guerriglieri sul campo e sta retrocedendo velocemente di fronte all’esercito di Assad, neanche lontanamente paragonabile, per esempio, alle sole forze francesi). Una domanda che diventa necessaria, di fronte a queste ipotesi che acquistano giorno dopo giorno sempre più sostenitori e voce, è quali disastri irreparabili, dopo l’esempio dell’integrazione economica, possa provocare un’integrazione poliziesco-militare senza una reale integrazione politica. Si vuole forse un modo per mandare tedeschi e francesi a manganellare direttamente i greci?

E qui, chiaramente, gli europeisti spinti giocano la carta dell’unificazione politica. Di fronte ai sempre più grossi problemi che l’integrazione stessa pone, questa li può superare solo andando oltre, incrementando sé stessa. Un po’ come sostenere che la cura per il cancro sia fumare di più, insomma. Comunque sia, di fianco all’istituzione dei superministri viene sempre più caldeggiata la necessità di dare più poteri e legittimazione al parlamento europeo, magari di eleggere anche un governo europeo (presidenziale o parlamentare non è dato sapere). Questo ci ridarebbe la piena sovranità, il pieno controllo democratico su istituzioni fino ad oggi prevalentemente tecno-burocratiche, fase grigia ma necessaria lungo questo meraviglioso cammino verso il benessere e la pace universali. Ne siamo sicuri?

Nel 2014 la Princeton University Press ha dato alle stampe un paper congiunto elaborato da due professori di Scienze Politiche, Martin Gilens and Benjamin I. Page, uno della medesima Princeton l’altro di Northwestern University. Il tema del lavoro non era dei più facili: si tratta di un primo tentativo di analisi quantitativa dell’impatto indipendente delle diversi fazioni operanti all’interno della società americana sulle scelte politiche effettivamente prese dal Congresso. Tradotto: quanto pesa politicamente l’average Joe e quanto pesano le élites, finanziarie in particolare, nel processo politico. Prendendo le mosse dalle quattro grandi correnti di pensiero, i modelli teorici, che hanno cercato di descrivere la democrazia in America, cioè democrazia elettorale maggioritaria, dominazione delle élites economiche, pluralismo maggioritario e pluralismo parziale (“biased” in inglese, cioè problematico, chiaramente nel senso di influenzato maggiormente da alcune parti rispetto alle altre), hanno cercato, affidandosi alla statistica e all’analisi quantitativa di una discreta mole di dati, di individuare quale di queste correnti di pensiero fosse quella più scientificamente corretta. Hanno preso in esame 1779 decisioni del Congresso tra il 1981 e il 2002 sulle quali disponevano di un’ampia sondaggistica ripartita per ruolo/classe sociale, sistema di valori di riferimento, eccetera. Le conclusioni sono state sconfortanti. L’average Joe, l’americano medio, “ha influenza minima o zero sulle decisioni prese”, a differenza dell’oligarchia finanziaria che vede quasi sempre realizzarsi ciò che desidera. L’unica “nota” di democrazia rilevata dallo studio è che spesso l’opinione dell’americano medio è simile a quella delle grandi corporations, delle élites, e gli autori si interrogano su quanto queste siano in grado di “influenzare” l’opinione pubblica. A proposito è monumentale l’opera di G. William Dumhoff, che parla dei meccanismi utilizzati dalle élites per convincere il signor Joe a pensarla come loro, principalmente think tank, fondazioni, attività di lobbismo, controllo più o meno diretto dei media.

Cosa ci fa pensare che la situazione europea sia differente da quella americana? Nulla, o perlomeno è ciò che asseriscono Lorenzo del Salvio e Matteo Mameli, rispettivamente Research Fellow alla Universitätsklinikum Schleswig-Holstein e Reader in Philosophy al King’s College di Londra, in un interessante articolo pubblicato su opendemocracy.net.

Preso atto dell’incessante opera di propaganda delle élites pro-Eu, mostrano come queste riescano ad utilizzare a loro vantaggio il vulnus democratico delle istituzioni europee per crearne uno ancora più grande. Già oggi le istituzioni europee sono tecnocratiche e quasi completamente avulse dal controllo popolare, controllo popolare che, proprio a causa dell’esistenza delle istituzioni europee, sta perdendo la presa anche sulle istituzioni nazionali, che pure già prima presentavano problemi di democraticità analoghi. La piena legittimazione politica del parlamento europeo, come spesso richiesto, non farebbe altro che aggravare questo deficit di democrazia, dando parallelamente l’impressione ai più di averlo ridotto. La legittimazione del parlamento sarebbe solo apparente perché il cittadino medio sarebbe convinto di poter votare, e dunque avere più voce in capitolo rispetto ad oggi, ma il livello sovranazionale dell’istituzione non farebbe che aggravare il peso, l’influenza, delle élites medesime. Come dicono i due ricercatori, le élites economiche non smetterebbero di cooptare le élites politiche, né sparirebbe il fenomeno delle revolving doors, il passaggio degli eletti da importanti cariche nel settore privato ad altrettanto importanti cariche nel settore pubblico od il contrario (basta vedere il caso di Mario Draghi, ex vicepresidente di Goldman Sachs Europe). Anzi, paradossalmente, sarebbe ancora più facile. La quantità di capitale finanziario e soprattutto sociale (gli “agganci” sostanzialmente), il livello d’istruzione richiesto, i mezzi finanziari per poter competere elettoralmente, richiesti dal livello sovranazionale sarebbero ancora maggiori rispetto al livello nazionale, che già presentava questo bias. “I loci internazionali (della politica, ndr) sono generalmente fisicamente, psicologicamente e linguisticamente più distanti dai cittadini ordinari che i luoghi nazionali. Questa distanza significa più spazio per la cooptazione oligarchica. I loci internazionali del decision-making politico sono solitamente strutturati in maniera da rendere estremamente difficile per il cittadino ordinario capire come le decisioni vengano prese e  poter influire e/o contestare queste decisioni in maniera efficace. Questo rende i meccanismi di cooptazione delle élites più efficaci”. Così i ricercatori, e concludono dicendo: “le strutture elettoral-rappresentative stanno diventando sempre più, e fino ad un certo punto sono sempre state, strumenti di dominazione oligarchica. Queste strutture sono spesso utilizzate per ridurre il peso politico del cittadino ordinario, ed il trasferimento di queste strutture al livello sovranazionale un ulteriore passo in questa direzione.”

Arrivano dunque a teorizzare una democrazia “anti-rappresentativa”, suggerendo alcuni strumenti, in parte ripresi dalla lezione della storia, in parte nuovi, per ridare potere ai cittadini. Alcuni esempi: 1) ricorrere frequentemente ai referendum (abrogativi, confermativi, propositivi), lasciando a gruppi di cittadini la possibilità di indire i referendum stessi e non agli eletti (altrimenti come dicono Gilens e Page la politica, quando non vuole negare qualcosa all’average Joe per paura di ripercussioni, semplicemente non lo mette in agenda). 2) Introduzione del vincolo di mandato e di efficaci meccanismi di recall, per ridurre la capacità delle élites di cooptare gli eletti. 3) Istituire, sull’antichissimo modello ateniese, alcune cariche assegnate per sorteggio, permettendo in questo modo a cittadini ordinari di rivestire un qualche ruolo politico, di accedere direttamente alle cariche. Un altro esempio lo offra Roma antica, del periodo repubblicano, con l’istituzione del tribunato della plebe, che non era elettivo ma funzionava da contrappeso al dominio politico della classe dominante.

Tutte queste proposte, ovviamente, lasciano aperto il problema del controllo pressoché totale dei media da parte delle élites. La capacità di influenzare l’opinione pubblica rimarrebbe sproporzionata, e qui potrebbe tornare di moda un’antica proposta di Beppe Grillo per l’indipendenza della stampa: proprietà popolare e diffusa di tutti i mezzi di comunicazione di massa, in modo da garantire un certo pluralismo e libertà editoriale.

Tutto ciò, chiaramente, non potrà mai essere fatto nell’Europa dell’euro. Occorrerebbe abbattere tutto e ripartire da zero riavvicinando la politica ai cittadini, ridando importanza al livello locale. Solo così si potranno riavvicinare i cittadini alla politica.