«Credo che valga la pena di offrire il proprio contributo per riportare il centrodestra più vicino al consenso del 38% col quale è nato, mentre oggi i sondaggi lo attestano a dati molto più bassi. E mi piacerebbe che si potesse rappresentare i delusi, cioè quel 20% di italiani che non si sentono più rappresentati da noi». Queste parole di Giorgia Meloni fotografano perfettamente la situazione del centrodestra italiano: occorre trovare un leader, più giovane di Berlusconi e altrettanto capace, per costruire un’alternativa valida alla corazzata renziana che sta monopolizzando la politica italiana. C’è Salvini che scalpita, la stessa Meloni vorrebbe avere il suo ruolo e figure meno note ma non meno insinuanti si muovono nell’ombra a propugnare l’operazione primarie. Non sembra esserci alternativa.

Peccato che quelle parole della Meloni siano state pronunciate nel novembre 2012, ben tre anni fa. Anche allora si faceva gran parlare di primarie di coalizione, di successione a Berlusconi, di riconquista della guida del paese. Come andò lo sappiamo bene: nel vuoto pneumatico (il Popolo della Libertà a guida Alfano; la Lega a guida Maroni; Fratelli d’Italia non ancora costituita in partito autonomo) Berlusconi dovette tornare in campo per sparigliare il risultato delle elezioni e costringere il Partito Democratico di Pierluigi Bersani, vincitore annunciato, a sedere con lui al tavolo delle trattative. Drammaticamente, le frasi di tre anni fa calzano a pennello anche oggi: la situazione non è cambiata di una virgola, il leader non si è trovato e da più parti si respira la stessa aria d’allora. Tutti vogliono fortemente le primarie, e intanto non le fanno. C’è pure chi, orfano di quell’uomo simpaticissimo che per vent’anni ha avvinto i cuori, nel bene e nel male, ne auspica cristicamente il ritorno, nonostante Berlusconi abbia appena compiuto settantanove anni e ripeta ogni tre ore di non essere più spendibile come candidato premier o leader di alcunché. “Non ho l’età”, ha detto l’altra sera, parlando ai giornalisti prima della sua festa di compleanno. Era tenerissimo, tale quale Gigliola Cinquetti.

“Padre nobile”, “regista”, “allenatore”: molte le metafore usate da Silvio per spiegare che pur non potendo rinunciare ad un ruolo – resterà Berlusconi fino all’ultimo respiro, e pochi secondi prima ci sarà ancora qualcuno ad indagarlo per qualche mignotta – non vuol più essere il primo della fila. Avrà probabilmente la nausea. Anche nel 2012, tuttavia, il suo sentimento era lo stesso. E si è visto come dovette tornare in una strepitosa campagna elettorale. Il ricordo della spolverata alla sedia di Marco Travaglio infoia ancora i berluscones della prima e dell’ultima ora. Esistono tuttavia alcuni elementi per i quali la rimonta del febbraio 2013, ovvero il pareggio a tre con Silvio in pista, appare improbabile:

1) Le politiche del 2013 si tennero con un governo dimissionario (Monti) costituito da personaggi grigi, tristi e antipatici. Era abbastanza facile, nel generale clima di insicurezza e timore fiscale, inserirsi con qualche trovata spettacolare: abbassare, togliere e addirittura restituire l’IMU. Un popolo spaventato è più sensibile a richiami di questo tipo, pur elettoralistici che siano: basta che si cambi, che si allontani lo spettro di Mario Monti in loden che viene a pignorare la cena alla gente. OGGI (e presumibilmente quando si andrà a votare) c’è un governo di tutt’altra empatia e di tutt’altre promesse. Renzi, astutamente, toglie anche l’asso a Berlusconi promettendo lui stesso di togliere l’imposta sulla prima casa. Della serie: non mi faccio fregare con il trucco più vecchio del mondo, metto le mani avanti e tolgo l’occasione.

2) Berlusconi non ha più un motivo personale per combattere, perlomeno non con la furia dimostrata nel 2013. Riflettiamo: in occasione delle europee 2014, nonostante l’applicazione della sua pena fosse stata calibrata appositamente per consentirgli di fare campagna elettorale (possibilità di spostarsi dalla Lombardia al Lazio, di partecipare a trasmissioni televisive e manifestazioni all’aperto) il leader di Forza Italia non usò un decimo della forza delle politiche 2013. Non c’era molto di diverso da fare: piantonare gli studi televisivi e ripetere a macchinetta le proprie posizioni. Semplicemente OGGI Berlusconi non può più avere ciò a cui mirava in passato: l’invulnerabilità giudiziaria che era sempre stata il suo cavallo di battaglia («Sono il più perseguitato di tutti i tempi e sono sempre risultato innocente»). La condanna del 2013 non gliela toglierà nessuno, nemmeno la famosa Corte europea della quale lui stesso, dopo un iniziale entusiasmo, parla molto meno. Non ha nemmeno la possibilità di mettere tra sé e i giudici la barriera parlamentare. Resta solo l’interesse delle sue aziende, che come tutte le aziende (e come ribadito da Confalonieri) sono filogovernative per definizione. L’instabilità politica, come quella ottenuta con la rimonta del 2013, non lo favorisce quindi sotto alcun punto di vista.

3) Il convitato di pietra del 2013, ovvero il Movimento Cinque Stelle, è oggi un partito con tre anni di anzianità parlamentare e parecchie gaffe alle spalle. Perlomeno un dato è plausibile: che coloro che lo votarono allora come fresca novità oggi ne conoscano perfettamente i limiti e le capacità. Sarà così votato da coloro che ci credono, non più semplicemente a scatola chiusa. Sono comunque molti elettori, ma è possibile che tanti che al primo giro provarono con il M5S OGGI possano tornare ai partiti d’appartenenza o semplicemente ingrossare le fila dell’astensionismo. Il risultato è che in ogni caso non fungeranno da gronda nei confronti degli altri partiti, assorbendone uno strato di elettori tale da facilitare non poco il compito a Berlusconi nel 2013 (il PD perse ben tre milioni di voti, che andarono tutti a Grillo).

4) Salvini. Tutti continuano a dire (Berlusconi in testa) che un Salvini forte aiuti il centrodestra. La misura di come non ci credano sta nel fatto che non lo incoronano come tale se non televisivamente. In realtà i moderati non amano la dialettica di Salvini, che se da una parte è riuscito a portare la Lega a livelli mai visti nei sondaggi, dall’altra rischia di accentuare una diaspora di voti che, senza un Berlusconi attivo e pienamente legittimato, non potranno che indirizzarsi verso la figura più tranquillizzante: o lo stesso Renzi o, qualche sputarello, verso Alfano. OGGI Salvini beneficia dell’assenza di Berlusconi, descritta più sopra, ma pur avendo tutte le carte in regola dal punto di vista politico finisce per allontanare gli elettori per eccesso di comunicazione. La gente ama il doppiopetto napoletano e le cravatte di Marinella e quelli vuole a rappresentarli in giro per il mondo. Al limite, maniche di camicia bianca.

In conclusione il pareggio a tre del 2013 non pare plausibile. Mancano le condizioni di base, e in fondo tutti i partiti d’opposizione sarebbero contenti di arrivare al 2018 per organizzarsi al meglio. Berlusconi potrebbe sempre decedere e togliere definitivamente l’imbarazzo. L’unico che non può davvero pensare di arrivarci, al 2018, sapendo come gli italiani mediamente rovescino chi ha governato a lungo (e dal 2014 sarebbero quattro anni) in favore di qualcun altro, l’unico ad avere interesse a battere il ferro finché è caldo, ovvero votare subito dopo aver tolto il Senato e l’IMU, al massimo della popolarità, con una legge elettorale che se vince lo blinderà lì per tutta una legislatura, l’unico a poter desiderare tutti ciò chi è? Indizio: l’Italicum entra in vigore nel 2016.