La notizia, che è una non-notizia, nel senso che nulla ci dice che già non sapessimo, è di qualche settimana fa. “Il Consiglio di Amministrazione di RCS MediaGroup”, si legge nella nota della società editrice del Corriere della Sera, “con riferimento alla manifestazione di interesse pervenuta da Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. in relazione all’eventuale acquisizione della quota di partecipazione di RCS MediaGroup in RCS Libri S.p.A., ha deliberato a maggioranza di proporre al Gruppo Mondadori la concessione di un periodo di esclusiva sino al 29 maggio 2015, al fine di approfondire termini e condizioni dell’eventuale operazione, riservandosi ogni conseguente valutazione nel merito.” E’ l’azione propedeutica all’acquisto vero e proprio di RCS Libri da parte di Mondadori, controllata dalla famiglia Berlusconi. In quest’autunno della vita del vecchio Silvio, indeciso se mostrarsi indomito fino all’ultimo o stare buono nella cura dei suoi affari, l’editoria ritorna in campo come possibile casus belli: ma nessuna guerra verrà come quella di Segrate, e che l’acquisto si concretizzi o meno la cosa sarà tacitata in forza delle nuove misure della politica italiana. Misure che sono ormai al di là delle accuse di piduismo e di voler ottemperare al Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, il quale prevedeva il capillare controllo dei mezzi d’intrattenimento, di informazione, di formazione culturale, e al di là del conflitto di interessi come argomento politico ad personam nei confronti dell’ex Cavaliere (come odia essere chiamato). Lo si è visto con l’editoriale famoso di Ferruccio de Bortoli e “lo stantìo odore di massoneria”, queste cose fanno ormai discutere per qualche giorno per abbandonare presto l’immaginazione degli astanti elettori italiani, che ormai c’è l’Isis, c’è Putin, ci sono tante di quelle diavolerie che francamente il Caimano non appassiona pù. Salvo che per i pruriti voyeuristici degli italiani divisi o compartecipati tra ammirazione e disgusto per il re di Arcore: dagli con le intercettazioni, con l’ascolto plurimo di quelle squallide comunicazioni di servizio, con “le due bambine” e Belen che “sappia che ha qui un ammiratore”. Insomma l’attenzione si concentra, al solito, sul dito e non sulla luna.

Piccolo esempio personale

Invece il problema del controllo della maggior parte del mercato editoriale da parte di un unico gruppo, che sarebbe quello di Berlusconi se la trattativa andrà a buon fine, si pone eccome, non tanto sotto il profilo del potere che ne potrà derivare (l’Italia non è un paese di avidi lettori), quanto sotto quello dell’impoverimento ulteriore del tessuto culturale italiano che ne conseguirebbe. E’ certamente come per i grossi centri commerciali, accusati di desertificare il commercio spicciolo delle botteghe artigiane. L’esistenza di un monopolista del mercato, cioè di un monopolista degli autori, corrisponde ad una diminuzione proporzionale del potere d’investimento da parte delle altre case editrici. Non essendo un matematico né un economista, ma intuendo la natura del problema in modo abbastanza concreto, procederò ad un esempio pratico ed il lettore mi scuserà se lo attingerò dalle mie esperienze personali. Garantisco però l’efficacia del paragone.

L’anno scorso scrissi un pamphlet di risposta ad un altro breve saggio uscito per un grosso editore e riguardante la situazione economica, politica e morale della mia regione, la Sicilia. Forse si intuirà di quale libro stiamo parlando (ha avuto un buon successo), ma ad ogni modo non condividendo del tutto alcune conclusioni del suo autore decisi di chiosarlo per questo blog e poi, crescendo la chiosa e andando oltre i confini di una pagina internet, di tentare di pubblicarlo con qualche editore disposto ad avventurarsi nelle mie congetture. Sapendo di essere un autore emergente, anzi di non essere affatto un autore, le mie aspettative non erano certamente molto alte. Ciononostante, invai il libro a diversi editori regionali e nazionali, attendendo serenamente l’eventuale riscontro. La mia posta elettronica iniziò a popolarsi di risposte automatiche, cortesi rifiuti e manifestazioni di cauto interesse, subito rientrate in seguito ad una compulsione più attenta del libro. Tra le risposte ricevute, alcune mi colpirono e desidero riportarle, celando giustamente l’identità degli editori. Una diceva:

“Gent.mo dott. Musumeci, purtroppo non possiamo far nulla, perché abbiamo un programma di pubblicazioni pieno fino alla prossima estate. Ho letto tuttavia il testo velocemente e lo trovo interessante, agile, scorrevole, denso. Sicuramente troverà un editore anche piccolo o “regionale”, non importa. Vorrei darle un suggerimento, di pubblicarlo in prima istanza con uno pseudonimo, per accendere maggiori curiosità e cercare di “appianare” il dislivello con il libro di riferimento. Ma non ritengo di aggiungere altro. Un cordiale saluto.” La risposta mi lusingò, trattandosi di un editore nazionale conosciuto se non davvero importante, di cui posseggo diverse pubblicazioni. Scrissi che se si trattava solo di una questione di tempo, ero disponibilissimo ad attendere che l’editore potesse concentrarsi sul progetto. La risposta gelò le mie speranze. “Purtroppo non si può fare, per tanti motivi. Nella precedente, per sintetizzare, gliene ho esposto solo uno: la congestione dei testi da pubblicare di qui all’estate prossima. La nostra è una casa editrice di indirizzo scientifico, che pubblica studi e ricerche del passato e del presente. Perseguiamo fini precisi da cui non ci discostiamo di un millimetro. Il suo testo, come le ho detto, l’ho trovato ben fatto, ma questo non implica la pubblicazione [corsivo mio].Si metta quindi all’opera e vedrà che riuscirà a trovare un editore disposto a scommettere sul suo lavoro.” Io mi misi all’opera, pur trovando singolare che il metro di giudizio di un editore debba confrontarsi con altri argomenti che non siano il gusto personale e il valore dell’opera in esame. So, naturalmente, che fare l’editore non è uno scherzo e comprendo che tenere i conti in ordine debba essere la priorità per chiunque abbia nell’azienda il proprio sostentamento. Ma so anche che l’arte e la cultura non dovrebbero avere prezzo, e che mercificare il processo creativo e cognitivo attraverso il filtro del mercato può essere sano fino ad un certo punto, finché cioè non iscrive il lavoro dell’editore (e dell’autore) in griglie troppo rigide oltre le quali si rischia la sopravvivenza stessa. In parole povere, mi dispiace pensare ad un editore che non possa permettersi di scommettere sul proprio gusto e la propria fantasia. Ma dovevo rendermi conto di questo fatto in modo più preciso grazie alle parole di un altro editore (la cui cortesia mi è stata confermata in circostanza diverse, insieme all’amore per il suo lavoro), che ritenne di rispondere così alla mia proposta:

“Gentile sig. Musumeci, il suo libro è interessante e pieno di spunti, ma purtroppo non lo possiamo pubblicare. Giusto due giorni fa ci è arrivato il resoconto delle vendite in libreria, nelle regioni del sud, dei nostri primi quattro titoli: 7 (sette) copie in totale. Abbiamo deciso, per il momento, di mantenere solo gli impegni già presi. La situazione è avvilente, d’altronde a farsi vedere in giro con un libro in mano oggi c’è quasi da vergognarsi. L’homo (e la donna) sapiens di questi tempi ha un solo svago: cazzeggiare con lo smartphone sempre e ovunque. Mi scusi lo sfogo, le auguro miglior fortuna con altri editori, se lo merita. Cordiali saluti.”

Il mestiere del rischio

Queste parole ancora mi stordiscono, e confermano la mia idea esposta più sopra: il mercato dell’editoria, della media e piccola impresa culturale operativa sul territorio, quella per dire che donò alla Sicilia e all’Italia dei bastioni della letteratura del Novecento come Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Stefano D’Arrigo, o quella che elevò dalla Sardegna la voce di Gavino Ledda e del suo Padre padrone, per tacere di molti altri, quell’impresa lì è prigioniera di griglie o briglie emanciparsi dalle quali non è possibile se non mettendo a rischio la propria sicurezza economica. E questo rischio non c’è nessuno disposto a correrlo, nell’anno 2015 dell’era volgare, con l’Isis con Putin e diavolerie varie alle porte. Purtroppo invece il mestiere dell’editore dovrebbe essere il mestiere del rischio, dell’azzardo per così dire sicuro, coperto, garantito da introiti altri che non necessariamente dipendano dalla sperimentazione, dall’avanguardismo, dalla factory culturale continua e fertile che esiste sul territorio, di gente che scrive poesie, racconti e romanzi, o suona e canta, recita e compone, improvvisa e beatifica l’arte in quella serenità storica che le appartiene sin dagli albori della civiltà. E come può esserci questa sicurezza, questa garanzia se gli autori spendibili e vendibili se li accaparra quel golem ancora senza nome che è l’Editore Unico? Monopolista degli autori, questi realizzerà la maggior parte del guadagno e di conseguenza del potere di spesa, di investimento, di azzardo. Andando proprio al concreto: se la Sellerio non avesse avuto Camilleri con Montalbano, avrebbe potuto pubblicare Guglielmo Negri, Hector Bianciotti o Santa Teresa d’Avila? Credo di no, e non avremmo avuto una graziosissima edizione delle Meditazioni sul Cantico dei Cantici.

Il dottor Berlusconi (è l’unico titolo che gli è rimasto, dottore) è il volto locale di una tendenza globale destinata purtroppo ad uccidere la cultura del libro, quindi in definitiva la cultura stessa. Perché la tendenza a guardare il mondo dal buco della serratura di un bilancio senza più permettersi di spalancare la porta dell’arte condurrà prima o poi all’esaurimento delle risorse editoriali di questo paese e probabilmente di altri paesi del mondo. Non sarà casuale il fatto che la considerazione dovuta sul piano letterario e culturale all’Italia risalga a quel tempo precedente al neoliberismo cieco e sordo applicato anche al campo culturale. Lo spiegò bene l’editore Cesare de Michelis (Marsilio) in un’intervista del 2001: “In passato, quando l’editoria di cultura diceva di disprezzare il denaro, in realtà metteva l’ideologia al centro della cultura, della vita e del potere. L’egemonia culturale si poteva pagarla cara, perché rendeva potere. Oggi, la perdita di centralità di qualsiasi motivazione ideologica rende illogica tale prospettiva e quindi caduco un simile progetto editoriale. Oggi l’altrove non c’è più, perché mai qualcuno dovrebbe investire su qualcosa che non esiste? Come diceva Fortini, non esiste più il mandato sociale. Se ci fosse ancora, ci sarebbero decine di editori pronti a rimettersi in quell’ottica. Ma non è così. Di conseguenza, è vero che il parametro del mercato è diventato determinante. Ma non è solo per fini di lucro, visto che alla fine l’attività editoriale resta a bassa redditività e perfino un filo mecenatesca. Il mercato è diventato importante perché, in una società liberale, l’unica misura del successo e dell’egemonia è quella del successo numerato”. A quindici anni di distanza da quell’accorta dichiarazione, che metteva l’ideologia al posto di quella che io chiamo fantasia, alla parola liberale andrebbe messa la coda, chiamandola con il suo nome: liberismo. E il progetto editoriale basato sulla fantasia, sul gusto, sull’idea, da caduco è divenuto folle.

Editori in trincea

Nel 1979 il filosofo catanese Manlio Sgalambro (1924 – 2014), assurto in seguito a gloria nazionale per essere stato l’autore di vent’anni di canzoni di Franco Battiato, inviò un proprio manoscritto intitolato La morte del Sole all’editore Adelphi. L’uomo scriveva di filosofia su riviste e compilava tesi di laurea a pagamento. Viveva nella nostra polverosa via Umberto, e nonostante anni dopo fosse destinato fare di tutto, sono abbastanza sicuro che da buon catanese sarebbe rimasto nel suo umbratile àlveo se l’editore non lo avesse richiamato, un giorno, per pubblicare il libro.

Di che si trattò, da parte di Adelphi (i cui rappresentanti sembrano tra i più scettici rispetto alla fusione con Mondadori), di intuizione, fantasia, incoscienza, estro creativo, mettersi a stampare le opere di questo illustre sconosciuto per un pubblico che non sarà vergogna definire di nicchia? Eppure la telefonata arrivò, Sgalambro andò a Milano e oggi noi possiamo ascoltare le belle canzoni che in seguito all’incontro con Battiato (che certamente non sarebbe avvenuto se Sgalambro non fosse venuto alla luce con La morte del Sole) il filosofo catanese scrisse per il cantante de La cura. E il mondo sarebbe stato un po’ più povero, e non avremmo amato allo stesso modo.

Verosimilmente, da qui a maggio sapremo quale sarà il destino effettivo della trattativa, nonostante negli ambienti giornalistici la si dia già per fatta. Non so nemmeno formularmi un augurio preciso, se di buono o cattivo fine, perché la fusione interviene in un panorama culturale talmente desertificato che viene il dubbio che sia troppo tardi, che arrestare l’inesorabile caduta nel baratro della massificazione e del confezionamento ad hoc di prodotti librari asettici e valutati solo in base al numero di copie stimato sia ormai inutile. Speranza viene da tentativi coraggiosi degli editori davvero innamorati della loro professione e della pienezza di comprendere profondamente il senso di un buon libro di autore sconosciuto. Sconosciuto appunto finché qualcuno non lo conosce. Qualche giorno fa ho scritto all’editore di cui parlavo più sopra per sapere se la situazione fosse in qualche modo cambiata. Mi ha risposto nel consueto modo verace: “Purtroppo siamo sempre con le stesse difficoltà distributive e di vendite. Da diverse parti mi consigliano di fare solo libretti di cucina, che tanto in qualche modo si vendono sempre. D’altronde il cibo, grazie anche alla tv, è ormai diventato la nuova pornografia.” Si è informato poi del destino del mio saggio, augurandomi ogni fortuna e invitandomi a farmi vivo di tanto in tanto. Ricambio l’augurio, se la cultura e l’arte italiana continueranno a sopravvivere sarà merito di piccoli e medi editori in trincea, come lui.