C’era una volta un partito. Un grande partito in termini elettorali. Una formazione che anche per tramite di un’operazione di maquillage si era riuscito ad imporre nelle urne e nelle gerarchie politiche nazionali. Cavalcando il liberalismo, la dottrina sociale, l’ambientalismo, il mercatismo, l’antimercatismo, il giovanilismo, l’antiamericanismo, l’atlantismo, la terza via, il nostalgismo, Tolkien, il militarismo, la sicurezza sociale, Alain De Benoist e Sarkozy, David Cameron e Codreanu, Evita Peron e Giovanni Paolo II e un altro po’ tra dicotomiche contraddizioni e reflussi ideologici.

Un partito parcellizzato in mille rivoli, con un vero e proprio esercito di militanti giovanili ancorati idealisticamente ad un credo in cui confidavano sul serio. Una folla tra universitari, territoriali e studenti che avrebbe volentieri fatto a meno della tirannia dei colonnelli ma che aveva trovato uno spazio tanto enorme d’espressione politica che decise di ingoiare quasi tutto. Alcuni. Altri a quei colonnelli sembrerebbe debbano la vita politica e/o professionale e che a quel credo ci credevano relativamente. Poi venne il potere,i ministeri, i posti nei cda, l’anello di Gollum. E la destra si ammalò. E così divenne ostaggio dei concerti di Demo Morselli, dei congressi fatti con 1.500 teglie di pasta al forno, 400 chili di mozzarella, 10 mila litri d’acqua e oltre 2.500 litri di vino. Tanto ben di Dio che l’idea di non entrare nel berlusconismo non passò nella testa d quasi nessuno. Senza interporre il popolo, tutto divenne leadership, tutto divenne liquido, tutto divenne un’altra cosa. Meno male che Silvio c’è e gente della libertà. Riposti così gagliardetti e croci celtiche nei cassetti di quelle che venivano chiamate ” sezioni” ci si oppose solamente a quello che proprio non era sopportabile. Le posizioni laiciste, ad esempio.

Ci si innamorò, d’altro canto, dei Sacconi e dei Tremonti, cercando quasi disperatamente un canale di condivisione valoriale dentro ad una cronaca giornalistica-partitica che parlava quasi solo di Mare Carfagne e Nicole Minetti. I giovani ci provarono seppur replicando il principio correntizio degli adulti. I colonelli, invece, nel mentre del gioco del potere, trasformarono la vecchia An in una Fondazione e adesso vogliono che la Fondazione torni ad essere Alleanza Nazionale. Lo vogliono, pare, soprattutto perché non sanno più che fare e perché lì dentro ci sarebbero gli strumenti economico-logistici per rimettersi in carreggiata Ma è tardi. In più hanno il problema dei politicamente sopravvissuti di Fratelli d’Italia, gente un po’ schiacciata dal salvinismo ultimamente che, però, mediante un uso un po’ sfrenato del tatticismo e delle alleanze territoriali è riuscita a rimanere a galla e che di riavere a che fare con certi “quarantenni” sembra non avere alcuna intenzione.

E il problema,inoltre, dei colonnelli storici che nel berlusconismo ci si sono trovati benissimo tanto da diventarne buona parte dell’espressione in questa fase da canto del cigno. Il rischio è che il drago che stanno tentando di risvegliare,si rilevi essere una lucertola. Pure perché, non ce ne voglia nessuno, ma i ” quarantenni”, quelli veri, hanno creato Fratelli d’Italia, di fatto e la mozione per resuscitare la tigre sembra non possedere sapore di novità, per usare un eufemismo. Insomma,c’è gente che dopo aver militato nel centrismo alfaniano e in Forza Italia ha cambiato idea e vuole tornare a destra. Una destra neoliberista, antileghista, antilepenista, con un europeismo mitigato e un nazionalismo debole che parla di democrazia delegata sui social network. Riunire un altro po’ di “moderati”, tra chi si è presentato con i tecnici provenendo dal Movimento Sociale ed è già stato cancellato dagli elettori e chi è scomparso per un po’ non trovando più spazio da nessuna parte, rosicando a perdita d’occhio perché l’eredità ,seppur precaria, l’hanno raccolta Giorgia Meloni e i suoi. L’ennesima riproposizione di uno schematismo del passato, proposto da chi quello schema lo ha frantumato. E allora se si legge la mozione viene fuori la sagra della garbatezza, dei maglioncini blu a V, delle cravatte rosa e dei capelli impomatati.

Un revival, essenzialmente. Metaforicamente sembra la favola di un bambino che ha comprato un bellissimo giocattolo nuovo e ci ha giocato per anni, un gioco tecnologico, vincente. Poi si è reso conto che quel giocattolo un po’ non era proprio il suo,un po’ è andato in disuso e allora torna in cantina a rovistare per ritrovare il suo vecchio pupazzo, polveroso, da risistemare ma pur sempre utile. Solo che qua non si sta giocando. La destra beneducata, fine, raffinata, cortese, perbene, di buone maniere, libera e liberale, abbiente e possidente, capitalista, con aperture su diritti civili e terzomondismo, privatizzatrice magari, con la cultura mondialista e una spruzzata di tricolore sul simbolo, assestata, disciplinata, la destra delle settimane bianche, omologata culturalmente, radical chic destrorsi. Forse servirà a chi, ad oggi, è fuori dalla politica. Altra cosa è chiedersi se serva realmente all’Italia. In virtù di ciò, potrebbe servire lanciare un monito che forse si rivelerà ancora una volta, come se dieci non bastassero, profetico: “se lo scopo di un partito è diffondere un’idea, il partito liberale lo ha raggiunto: ed appunto per questo è morto” G. Prezzolini.