«Alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio (cfr 1 Cor 13,12) e potremo leggere con gioiosa ammirazione il mistero dell’universo, che parteciperà insieme a noi della pienezza senza fine. Sì, stiamo viaggiando verso il sabato dell’eternità, verso la nuova Gerusalemme, verso la casa comune del cielo. Gesù ci dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap21,5). La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati». Sono le parole con cui papa Francesco conclude la sua seconda Enciclica, Laudato si’, il documento pontificio atteso da tutti come “manifesto ecologista” del Santo Padre. Talmente alta, l’attesa per la pubblicazione, da portare uno dei più affermati vaticanisti italiani, Sandro Magister, a violare l’embargo sul testo divulgando una bozza pochi giorni prima della presentazione ufficiale (e vedendosi di conseguenza ritirato l’accesso alla Sala Stampa vaticana). Ma cosa dice l’Enciclica, quali sono davvero le sue implicazioni diplomatiche, teologiche e strategiche? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Marcotullio, patrologo e vaticanista oltre che editorialista del quotidiano di ispirazione cattolica La Croce diretto da Mario Adinolfi.

Nell’Enciclica Laudato si’ un posto di riguardo, accanto ai predecessori di Francesco, è dato alle posizioni del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, con il quale il papa sta costruendo un rapporto di avvicinamento costante. Possiamo dire che l’Enciclica sia stata la prima occasione per Francesco di mettere “nero su bianco” questa volontà di riavvicinare le due Chiese?

Sì, a Bartolomeo è toccato un posto di riguardo, non solo tra le citazioni ma – direi di più – nel disegno di base dell’Enciclica: il Papa ha voluto rivelare in pubblico che aveva chiesto a Bartolomeo di essere lui a presentarla. Bartolomeo ha detto di non poter presenziare alla presentazione dell’Enciclica ma al contempo ha mandato Zizioulas, che è vescovo stimatissimo in Grecia e teologo apprezzatissimo in Occidente e nella curia romana (principalmente a causa di Benedetto XVI, che ne aveva introdotto il nome e i lavori ai massimi vertici della Congregazione per la Dottrina della Fede già sotto Giovanni Paolo II).

Davvero Bartolomeo era così impegnato che, avvisato per tempo da Francesco, non si è potuto liberare per volare a Roma a presentare un documento di rilievo planetario?

E’ poco credibile, e questa soluzione di compromesso (un compromesso di livello, uno di quelli che io chiamo “compromessi al rialzo”) è il segno da un lato di quel legame che viene tessuto da Roma e da Costantinopoli, dall’altro delle resistenze a questo legame, che credo oggigiorno più orientali che occidentali. Qualche membro della curia costantinopolitana vede come una liaison dangereuse il “vassallaggio” di Costantinopoli a Roma. Allo stesso tempo, Costantinopoli deve fare attenzione alle “preoccupazioni” esterne, ovvero di altri patriarcati ortodossi (Mosca in primis), che guarda con qualche apprensione, ma per motivi opposti a quelli detti prima, al suddetto “vassallaggio”. In poche parole, Costantinopoli cammina su di un sentiero molto stretto perché, essendo storicamente il patriarcato antico più vicino (geograficamente e politicamente) alla “prima Sedes“, cerca di esercitare un ruolo egemonico nei confronti del mondo ortodosso, e al contempo vorrebbe protendersi a ricucire lo strappo con l’Occidente e col Papato.

 Come si inquadra quindi complessivamente lo stato dell’arte del rapporto tra le due Chiese alla luce di questa Enciclica?

 Quando Francesco invita Bartolomeo a presentare un’Enciclica sta tentando un grande passo diplomatico ed ecclesiale: sta incoraggiando il primo dei patriarchi delle sedi che seguono Roma nell’ordine antico – ossia il vescovo della nuova Roma – ad accogliere (come nell’antichità) un proprio documento magisteriale e a diffonderlo nella propria area di competenza. Anche dal versante romano, però, non si deve credere che ci siano semplici interessi “politici” a muovere le azioni: in realtà, il Papa è semplicemente onesto quando riconosce che nella sensibilità pastorale e teologica di Bartolomeo il tema dell’ambiente è presente da molti anni. La Chiesa costantinopolitana celebra una Giornata per l’ambiente (e non è che non sia niente: fa sensibilità, sviluppa cultura, radica idee nel cuore dei fedeli), le Chiese latine e la Chiesa cattolica in genere non fanno altrettanto.

Possiamo parlare di una reciproca influenza, in tal senso, tra i massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica e di quella Ortodossa (anche guardando ai papi e ai patriarchi del recente passato)?

Ovviamente, anche in occidente il tema dell’ambiente non è un’invenzione di Francesco, per cui è senz’altro possibile che lo stesso Bartolomeo sia stato confermato e incentivato nella sua personale inclinazione dai documenti di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II – senza dubbio la comunione ecclesiale, per qualche via carsica, esiste già, o la Chiesa non sarebbe la Chiesa. Trovo emblematico, in tal senso, che Zizioulas, presentando l’altro giorno l’Enciclica in Vaticano, abbia proposto di trovare una data unica per la “Giornata dell’ambiente” (che loro già celebrano, te lo dicevo): lo trovo emblematico e paradossale, visto che non più di dieci giorni fa Francesco tornava a parlare, coi sacerdoti convenuti per celebrare con lui la solennità del Sacro Cuore, della possibilità di unificare la data della Pasqua. Ecco, non abbiamo la data unica per la Pasqua (e a sentire i russi non ce l’avremo, almeno per il momento) e qui si parla di stabilire “Giornate per l’ambiente”.

 E’ una moda green?

Certo che no, Zizioulas non è uno sciocco e non insegue “mode”: sa però quanto l’unità tra i cristiani si dica prima nelle azioni pratiche (in primis la liturgia) che nei proclami dogmatici, e da buon dogmatico vuole cominciare a costruire la propria casa dalle fondamenta. D’altro canto è attenzione chiaramente presente sia in Bartolomeo sia in Francesco (e nei suoi immediati predecessori) che la sensibilità ambientale non sia in alcun modo confondibile con una qualche forma di ambientalismo.

Più volte nel corso dell’Enciclica il papa sottolinea come il discorso non riguardi un mero rigurgito ecologista della sensibilità cristiana, ma una riflessione profonda sull’igiene morale dell’uomo, destinata a riflettersi nella sua igiene materiale. Perciò nell’Introduzione scrive: «La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio». E più avanti, nel primo capitolo: «L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale».

 E’ una lettura corretta?

Sì, queste considerazioni sono importanti, e tuttavia credo che esse sole non bastino a dire l’intera cifra del pensiero di Francesco: ancora possono essere soggette a riduzionismi di varia sorta. Vito Mancuso, ad esempio (e spero per la sua intelligenza che fosse in malafede, come per la sua anima che fosse in buona fede) cade in alcuni di questi riduzionismi e sembra commuoversi di fronte ai passi in cui il Papa evoca l’interconnessione di tutte le cose tra loro. A quel punto ha le sue ragioni (fallaci) di chiedersi: come mai il Papa non ha menzionato anche le grandi religioni orientali, da sempre dedite all’ambiente? L’interconnessione di tutte le cose tra di loro, in sé, è ancora insufficiente a dire la peculiarità dell’ecologia cristiana, ovvero la ratio per cui essa si scopre parte integrante e non posticcia del cuore della fede. Il punto è che, il Papa lo premette già nella prima pagina del documento, citando Paolo, «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio» [Romani 8,19]. Insomma, i dolori del creato sono non genericamente “interconnessi tra loro”, ma sono il segno mistico di un equilibrio rotto in quella creatura che, compendiando in sé la materia e lo spirito, è la sintesi della creazione.

Insomma, se non equivoco il papa vede nella realtà immanente la manifestazione di un disordine trascendente dell’uomo.

Il dramma della creazione viene visto come specchio e sintomo del dramma dell’umano: aspirare al bene, ossia sapere ciò che si vuole e desiderare ciò che si sa di volere, e disgraziatamente ricadere nel suo contrario per ignoranza, debolezza o malvagità. Questo è uno degli aspetti, che definirei il portato antropologico della sensibilità ambientale cristiana. Nota che ho detto “antropologico”: quando Repubblica o altri scrivono “salvate il mondo dall’uomo” – peraltro contraddicendo nettamente il testo dell’Enciclica, che dice tutt’altro – mostrano di non aver capito proprio questo punto fondamentale. Il mondo, cioè, non si rovina perché l’uomo lo sfrutta dissennatamente, ma perché l’uomo è diviso in sé. E’ una ragione mistica che non coinvolge solo disboscamento, trivellazione e desertificazione, ma anche il semplice salto con cui il leone (pur senza cattiveria) si avventa sulla gazzella e le strappa la vita che Dio le aveva dato. Dunque un aspetto antropologico, non meramente antropico, che indica la trascendenza della questione ambientale: l’uomo ci si può specchiare e dunque bisogna che esso sia in qualche modo commensurabile con la propria trascendenza.

Qual è la cifra teologica di questo assunto?

Il primo passo in cui nell’Enciclica compare il nome di Cristo è estremamente denso, a questo riguardo: «Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata già raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale. In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispotico e irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto. L’essere umano, infatti, dotato di intelligenza e di amore, e attratto dalla pienezza di Cristo, è chiamato a ricondurre tutte le creature al loro Creatore» [Laudato sì, 83]. Ciò che Francesco, anche nel solco della sua formazione gesuitica, chiama “lo scopo” – «alabar, hacer reverencia y servir a Dios nuestro Señor» – è quel punto di fuga dell’e-sistenza umana, e mediante l’uomo dell’e-sistenza cosmica, che la rende trascendente, destinata all’Altro-da-sé che si è rivelato in pienezza nella persona di Cristo.

In termini meno heiddigeriani?

Noi cristiani crediamo che la soddisfazione piena di quella sete si abbia solo nella persona di Cristo, ma riconosciamo pure, come già san Paolo nella Lettera ai Romani, che il contatto col mondo creato è capace di condurre al vero Dio. Che necessariamente è quello di Cristo, e che dunque presto o tardi si rivelerà a tutti col suo volto proprio, quando il suo nome non sarà più per nessuno oggetto di contese e di logomachie.

Quest’Enciclica si può considerare – più di quanto non lo sia per sua stessa natura – un documento programmatico per il futuro, una sorta di manifesto?

Io non userei il termine “manifesto”, se non altro perché un manifesto intende dare una presentazione succinta ma completa del complesso di una dottrina. Qui mi sembra che, quasi al contrario, si voglia dare presentazione dettagliata e necessariamente incompleta (soprattutto sulla parte più “tecnica” e meno “impegnativa” dell’Enciclica, sul piano dogmatico) di una tematica in cui l’argomento centrale si declina, ma che di per sé non lo costituisce. Di cosa sarebbe dunque “manifesto”? Del “Papa verde”? Certamente potrebbe esserlo, se Francesco fosse il Papa verde. Poiché però il suo ministero non si restringe all’ambito ecologico, il suo magistero che tratta quest’ambito non può definirsi emblematico: ovvero, l’Enciclica avrà mille spunti di originalità ma in esso si trovano riverberati gli elementi principali del bagaglio dogmatico, e quegli stessi o altri ricevono un bagliore di ritorno dalle considerazioni del testo… però non c’è l’ambizione, in ultima considerazione, a voler abbracciare tutto l’essenziale in sé e per sé.

Risulta quindi errata la lettura mediatica di questo testo come del più aderente al carattere e al magistero del papa?

Una simile ambizione è riscontrabile nella lettera apostolica Evangelii Gaudium: lì sì che si ha in ogni pagina la sensazione che il Papa stia esponendo la sua visione dell’essenza della fede e della struttura fondamentale della comunità dei credenti. Se volessimo accostare i due documenti, di caratura e vocazione diverse, direi che Laudato si’ si “incastona” bene nelle “linee generali” di Evangelii Gaudium, ma che il viceversa non funziona.