La supposizione di Massimo d’Azeglio ha avuto il merito di vederci lungo, con un anticipo di un secolo e mezzo. La lacuna del “fare gli italiani” è un ritardo culturale che ci portiamo dietro dalla pre-unitarietà. Una stortura incidente, non soltanto interpretabile nell’ottica di plasmare un’identità, o di costituire un’entità spirituale che convogli gli animi di un volgo alla ricerca di una simbologia tradizionale ed estetica. Piuttosto, è da correlare alla fatidica ingovernabilità della quale gli eredi del “Popolo di Santi, Poeti e Navigatori” sono stati tacciati. E, certo, Berlusconi è l’ultimo di una serie di Primari di Stato ad essersene accorto. Premesso che, formalmente, la si potrebbe interpretare come una peculiarità sinonimo di esigenza, ove una comunità preferisca un’amministrazione nel nome di una politica che si rifletta effettivamente nelle necessità della base sociale.

Forse, dunque, il Bel Paese ha peccato di questa mancanza, in 150 e passa anni di storia. Non una negligenza nel rispetto dei proprio oneri costituzionali – tra preferenze smistate in un’urna ed opzioni referendarie -, malgrado spesso l’ignoranza e la penuria di prospettive regnino sovrane. Bensì, un’insoddisfacente azione di una classe dirigente, affaccendata a sbrogliare le matasse interne agli apparati di partito, invece che prodigarsi per dare una sveglia allo Stivale. Le cronache ci consegnano un ulteriore dato empirico, a riscontro della tesi succitata: le diatribe del Partito Democratico e le consequenziali diaspore di alcuni suoi “dissidenti”- che già accostare un avverbio così coscienzioso ed intellettualmente possente ai cortigiani capitolini di Bruxelles, è un affronto alla sua memoria filosofica -. Nella liturgia funeraria dell’interesse nazionale, delle urgenze dei cittadini, dell’impellente desiderio di Matteo Renzi di ripristinare quella credibilità che per vent’anni finti rivoluzionari liberali e dissoluti moralisti progressisti hanno scalcinato.

Quindi, che senso ha il malessere di Civati, che cela il suo carrierismo sotto il manto di una sterile intenzione di prodigarsi per una nostalgica idea di sinistra? O le giaculatorie rintronanti del Presidente del Consiglio a Rho, che prima storpia Goffredo Mameli e i suoi versi, e non pago si esibisce nella gioviale pontificazione della sagra dei profitti delle multinazionali? Così, il partito di maggioranza – e quello con la rappresentanza più alta nella compagine di Governo – dà in pasto le sue schermaglie alla stampa prezzolata, perché l’opinione pubblica resti sempre inerme e non arrivi mai a capire che nessuno stia lavorando per il suo bene. Ma quali Civati, Cuperlo e Fassina?! Aridatece d’Azeglio!