C’è chi resiste all’arroganza del conformismo, chi interferisce chiassosamente alle esequie della Tradizione. Il paradigma dell’irresoluto capeggia, ma non è ancora la sola alternativa al nulla. Il candore della sciocchezza prevale sulla complicanza della riflessione, eppure l’appetito di curiosità impone l’articolazione dell’intelletto. Privando dell’esistenza tramite le frenesia di un traffico di faccende, il contraccolpo del dovere estromette il sollievo del piacere. Un piacere non parente dei sensi. Piuttosto, invaghito della sincera spontaneità del momento, della semplice sembianza della purezza, della profonda immediatezza dell’impatto. Quell’impatto racchiuso nello stupore dinnanzi al peregrinare di un bus adibito a libreria, sulla circonvallazione a Milano, in un appagamento dall’analfabetismo spirituale. L’assuefazione al mercimonio ha infatti innescato l’agonia dello spirito. L’atroce trauma della società odierna sillabata dalla tragicità del “consumismo”.

I 40 anni che ci distanziano dalla scomparsa di Pier Paolo Pasolini, consegnano proprio questo: un’eredità culturale profonda, affine alla melodia della prosa, della sceneggiatura, del sentimento. PPP l’aveva predetto: la maliziosa inconsapevolezza delle contraddizioni del nostro tempo, ha recuperato dallo scaffale della presunzione il santino della sua poeticità, profanandolo nell’inflazionata e paraculata esaltazione della sua assolutezza. Espressa nella riluttante apoteosi de “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, dove i padroni sperimentano i propri feticismi e le proprie perversioni, violentando l’inoffensiva debolezza dei loro sudditi. O nella finezza narrativa de “Il Decameron”, in cui il prospetto di un’Italia di campanili e di borgate, di suore voluttuose e di cornuti rimbambiti, diveniva il cantico della Strapaesanità. Oppure nell’antesignano filone letterario de “Le ceneri di Gramsci”, che inquadrava la funesta velocità della vita nel desiderio di completarsi nella grazia dell’amore.

Pasolini sapeva. Noi continuiamo a non capire. Deviati dalla distorta pretesa di adattare forzatamente la sua personalità alle contemporanee convenzioni borghesi, che l’estro pasoliniano ha sempre condannato e provato a combattere. Il girotondo mediatico che oggi lo celebra, ieri boicottava la sublime avanguardia delle sue opere, bollandole come scadenti, irriguardose, dissacranti. Smarrendo il nesso tra la lotta al potere (commerciale, economico, finanziario), e la straordinaria immensità della sua letteratura. “L’Italia […] è nel suo insieme ormai un Paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione”. Scusaci, Pier Paolo: anche noi sapevamo, e abbiamo finto di dimenticarci.