Domenico Settembrini, che fu professore di Storia del pensiero politico all’Università di Pisa, scrisse nel 1996 un libro intitolato: “C’è un futuro per il Socialismo? E Quale?”. In tale opera il Settembrini faceva una disamina sulla storia dei maggiori partiti socialisti d’Europa, giungendo alla conclusione che, se essi non fossero stati capaci di riformarsi, sarebbero andati incontro ad un inevitabile declino. Fa specie credere che nel 1996, a soli sette anni dalla fine del socialismo reale rappresentato dall’Unione Sovietica, si potesse prevedere tale evoluzione. Infatti i partiti socialisti (in particolare le socialdemocrazie) erano stati gli attori principali della vittoria del capitalismo sul comunismo, in quanto avevano rappresentato la prova provata del fatto che anche nei regimi capitalisti le classi operaie potevano avere un ruolo di primo piano.

Tuttavia erano già presenti alcuni elementi che rendevano la narrazione socialdemocratica fragile dinnanzi alle nuove sfide che il mondo stava presentando. Una di esse è stata senza dubbio la lettura che tali partiti hanno dato della globalizzazione, dato che l’approccio verso il nuovo sistema economico-politico globale è stato assai contraddittorio. Questo in quanto molti dei precetti delle socialdemocrazie erano da sempre stati quelli dell’unione tra principi terzomondisti e una politica economica di stampo interventista. Tale connubio risultò assai complicato da mantenere con l’apertura dei mercati, l’inizio delle migrazioni di massa verso l’Europa e l’avvio delle politiche neoliberiste. Di fronte a questi cambiamenti epocali infatti la sinistra ha avuto difficoltà nel rintracciare gli umori popolari e, soprattutto, i nuovi timori che stavano iniziando a serpeggiare tra le classi meno abbienti della società, ovvero il suo bacino di voti tradizionale.

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A ciò va aggiunto l’atteggiamento verso l’Unione europea che, da sempre, era stato di appoggio e implementazione delle idee integrazioniste. Tuttavia a partire dal Trattato di Maastricht del 1992 e al più recente Patto di bilancio europeo (o Fiscal compact) del 2013 che prevedono una netta virata su istanze liberiste e di abbattimento della spesa pubblica, i partiti socialisti e socialdemocratici europei hanno deciso di accettare supinamente tali nuove regole, che erano in netta contrapposizione con la loro storia politica incentrata sull’intervento dello Stato in economia. Tale cambiamento ha fatto sì che buona parte del corpo elettorale di sinistra si sia sentito disorientato e finanche tradito dai partiti che fino a non molti decenni fa avevano come obiettivo quello di organizzare la vita dei cittadini dalla culla alla tomba. Ovviamente bisogna ricordare che molte delle politiche economiche interventiste sarebbero ad oggi difficilmente riproponibili, data l’esplosione del debito pubblico che si è presentata in numerosi Paesi (Grecia e Italia su tutti). Ad ogni modo fa specie che i partiti storicamente “operai” abbiano accettato e spesso promosso attivamente questi cambiamenti strutturali rispetto all’Europa nata dai Trattati di Roma del 1957.

Tuttavia, come detto, l’evento che più di ogni altro sembra aver nuociuto alla sinistra democratica europea è stato il crollo del comunismo e la fine del bipolarismo. Tale asserzione potrebbe sembrare a prima vista errata, se è vero che proprio la socialdemocrazia era stata forse la principale artefice della vittoria del capitalismo tramite l’invenzione e l’applicazione dell’ordoliberalismo e dell’economia sociale di mercato. Con il comunismo terminava anche un periodo storico caratterizzato da una relativa chiusura economica che era stata alla base dello stesso successo delle politiche sociali promosse dalla socialdemocrazia. Con l’apertura totale dei mercati mondiali che si è presentata a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e, in misura ancora maggiore, dopo il 1989, è stato necessario aprire “il cortile di casa” e accettare la concorrenza di Paesi che fino a pochi anni prima erano estromessi dai grandi circuiti dell’economia mondiale. Tale concorrenza ha avuto un effetto anche sul mercato del lavoro in quanto molti Stati occidentali, per cercare di far fronte al nuovo stato delle cose, hanno deciso di adottare misure che assottigliassero i diritti in favore di una maggiore flessibilità.

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Sergio Romano in un libro del 2015 intitolato “In lode della Guerra Fredda” sostiene che paradossalmente un sistema bipolare, soprattutto se guidato da due potenze atomiche, sia di gran lunga preferibile di uno multipolare in quanto la deterrenza atomica evita escalation belliche. Nonostante la riflessione di Romano si incentri sul sistema politico, un’analoga riflessione si può fare anche in ambito economico. I Paesi industrialmente maturi infatti, caratterizzati spesso da alti salari e da ampie protezioni sindacali dei lavoratori, non sembrano reggere alla competizione al ribasso rappresentata da molti dei nuovi attori internazionali (generalmente Paesi caratterizzati da un minor grado di sviluppo) che risultano di gran lunga più appetibili per gli investimenti delle grandi imprese multinazionali. Tale evoluzione ovviamente non era neanche lontanamente pensabile quando il mondo era diviso a metà e lo stesso blocco capitalista era caratterizzato da regole ben più stringenti in ambito economico.

I partiti di sinistra hanno inoltre approcciato il tema dell’immigrazione irregolare in una maniera non priva di controindicazioni. Seguendo alla lettera la loro matrice mondialista, hanno accettato con entusiasmo tale sfida, credendo che culture molto diverse tra loro potessero integrarsi e mischiarsi alla perfezione nel giro di pochi anni. La realtà però si è rivelata molto differente, giacché ha mostrato che le eterogeneità marcate non possono essere cancellate nel giro di una o due generazioni (come dimostrato dalla nuova radicalizzazione che sembra caratterizzare i giovani musulmani europei in misura maggiore rispetto ai loro padri e nonni).

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Oltre al tema dell’integrazione, la sinistra sembra essersi sbagliata anche sui benefici economici e politici che l’immigrazione avrebbe dovuto portare. Se, infatti, è senza dubbio vero che l’immigrazione regolare crea generalmente crescita economica, gran parte di quella irregolare si distingue per ricadute non sempre benefiche. Se osserviamo ad esempio il caso dell’Italia, i notevoli flussi di immigrati degli ultimi anni, provenienti soprattutto dall’Africa centro-meridionale, si sono tradotti in peggioramento generale del decoro di gran parte delle città e, parallelamente, in un fenomeno generale di sfruttamento lavorativo che nei fatti ha rappresentato una ulteriore riduzione dei salari e delle protezioni sindacali. Parallelamente le classi tradizionali della sinistra sono state le più direttamente colpite da questo nuovo fenomeno ed hanno finito per abbandonare, loro malgrado, i partiti che fino a pochi decenni fa vedevano come il naturale sbocco alle proprie pulsioni politiche. In definitiva, se i partiti della sinistra vogliono continuare ad avere un ruolo determinante in futuro, come tutti ci auguriamo, è necessario che rivedano in profondità il loro pensiero. Non è un caso che l’unica sinistra che abbia ottenuto un certo successo negli ultimi anni sia quella che non ha abbandonato del tutto la realtà di fronte all’ideologia, sottolineando l’importanza dei mercati e delle organizzazioni internazionali, pur senza disconoscere il ruolo della nazione e dello Stato.