Si è conclusa a Milano la due giorni di convention organizzata da Stefano Parisi, lo sfidante sconfitto da Sala al ballottaggio per Palazzo Marino. Con Megawatt, nome assegnato all’evento, l’ex ad Fastweb rompe gli indugi e si candida alla leadership di un centrodestra con le pile scariche da ormai troppo tempo. A chi gli chiedeva, solamente tre mesi fa, se questa prospettiva fosse presente nei suoi progetti futuri, uno sprezzante Parisi aveva risposto che il futuro leader del centrodestra dovevano cercarselo altrove. Rischia di infrangersi presto, troppo presto, la promessa di guidare l’opposizione alla giunta Sala per i prossimi cinque anni fatta ai milanesi che lo avevano scelto nelle urne. Parisi sta dimostrando di non riuscire a contenere le ambizioni nazionali, che solo poco tempo fa negava di avere, di fronte alle sconfinate praterie presenti nell’elettorato della ex Cdl. Praterie che, inoltre, si sono sempre trasformate in sabbie mobili per gli avventurieri in doppiopetto che hanno provato a solcarle.

La designazione a delfino di Berlusconi, arrivata con un comunicato in burocratese, è tutt’altro che una garanzia di successo: negli ultimi vent’anni se ne sono visti di ex delfini del Cavaliere, trasformatisi in piranha che hanno poi finito per arenarsi come tonni. Inoltre, i commentatori tendono a sopravvalutare l’influenza di Berlusconi e a confondere il popolo del centrodestra con quello prettamente berlusconiano: tutti i berlusconiani sono elettori del centrodestra, ma non tutti gli elettori del centrodestra sono berlusconiani. Questi ultimi, se negli ultimi vent’anni hanno tollerato il Cav in quanto male minore, oggi vorrebbero consegnarlo alla storia e si augurano l’apertura di una fase nuova in cui rispecchiarsi con più facilità e convinzione. Per questo se ne infischiano dell’ennesima investitura calata dall’alto di Arcore ed hanno disertato la kermesse meneghina lasciando che la platea si popolasse solo grazie agli amministratori forzaitalioti e agli alfaniani pentiti, ammirevoli per come hanno applaudito con nonchalance ai propositi “rottamatori” dell’ex ad Fastweb. Dal palco di via Watt, Parisi si serve della solita retorica sulla “società civile” per assestare una mano di bianco alla parete sgretolata del berlusconismo. Così, si assiste alla paradossale scena di gente come Formigoni e Scajola, costretta ad ingoiare il rimprovero del delfino in pectore che, stizzito per il rumoreggiare della platea, ostenta il “nuovismo” della sua “piattaforma”: “questa è una conferenza programmatica dove si parla di temi e di idee, se dovete chiacchierare andate fuori, così si faceva nei vecchi congressi di partito”.

Ma quali sono le caratteristiche che dovrebbero fare di Parisi il Veltro del centrodestra? Dove sta il suo quid? I suoi sponsor ne indicano due, complementari tra loro: il miracolo di aver unito il centrodestra a Milano e la sconfitta per una “manciata di voti” nel ballottaggio.  In una tornata elettorale in cui il PD ha preso schiaffi in tutte le città principali, Parisi è riuscito a perdere a Milano, dove fino al 2006 la Cdl era sempre passata al primo turno, dopo cinque anni disastrosi di Pisapia, contro un candidato indebolito dalle dimenticanze sulle certificazioni, mentre in tutti gli altri ballottaggi d’Italia si realizzava un travaso di voti da M5S e centrodestra e viceversa. L’unità ritrovata della vecchia coalizione sotto il suo nome non è un’attenuante ma, al contrario, un’aggravante che aiuta ad inquadrare nelle sue vere dimensioni la “quasi vittoria” contro Sala. E, in ogni caso, è un’unità che non esiste più dal momento che Salvini, realisticamente, ha smontato subito dopo le elezioni il fantomatico modello Milano e lo stesso Parisi, forse poco informato sul vento che soffia in tutta Europa e ignorando che ormai una buona fetta della torta moderata se l’è pappata Renzi per rimpiazzare i voti “de sinistra” in fuga dal suo Pd, ha pronunciato un lapidario “mai con i lepenisti”. Davvero si può pensare di lanciare una scalata ad un’intera area politica utilizzando come trampolino di lancio una sconfitta in controtendenza con l’andamento elettorale nazionale, peraltro conseguita nell’ex roccaforte berlusconiana reduce da un insoddisfacente mandato della sinistra?  O si sta solo cercando di fornire a Renzi una stampella “di destra” più presentabile rispetto a quella offerta finora da Verdini?