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Questo lunedì sono usciti sul Corriere della Sera due pezzi interessanti e complementari. Il primo è l’editoriale di Angelo Panebianco, che tenta un paragone tra le elezioni del 1948 e le prossime del 2018. Ad accomunarle la posta in palio, cioè il posizionamento strategico internazionale dell’Italia (e le possibili ricadute di questo sull’ordinamento interno). Le alternative, a settant’anni di distanza, rimarrebbero le stesse: Stati Uniti d’America e liberaldemocrazia da una parte; Russia e autoritarismo, stavolta non comunista, dall’altra. Panebianco, coerentemente con sé stesso, guarda dunque con spavento alla levata di scudi di quei partiti che definisce filo-russi (ed euroscettici) di fronte al raid trumpiano in Siria.

L’altro pezzo di rilievo è scritto a quattro mani da Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito. Il titolo è un evocativo “Eleggiamo il presidente d’Europa”, l’intenzione quella di riaprire il dibattito, perlomeno intellettuale, sulla questione dell’unione politica. La tesi di fondo, infatti, è che un’unione solamente economica e giuridica sia destinata a fallire, sia per la vocazione universalistica dell’economia, sia per la vuotezza simbolica di un potere così costituito. Prima, però, il duo affronta il problema cruciale dell’identità europea, cercando di delinearne brevemente i tratti salienti. C’è quindi un’intuizione profondamente corretta nel ragionamento di Galli della Loggia ed Esposito: politica ed identità vanno di pari passo. Entrambe si basano infatti sulla dicotomia tra un noi e un loro, unico modo per avere un gruppo umano sufficientemente dotato di senso di appartenenza e solidarietà attiva da potersi definire un soggetto politico. Quali sono dunque i confini, non solamente fisici, ma immateriali, spirituali, dell’Europa? Quali i tratti salienti del noi europeo?

Galli della Loggia ed Esposito cercano di risponde individuando due cardini, uno sul piano della Storia del pensiero, l’altro concreto, nella sua forma etno-storica. Si tratta, chiaramente, di un’operazione di astrazione simbolica, come è necessario fare in questi casi. Il primo è il processo di progressiva secolarizzazione del Cristianesimo, da loro individuato come sintesi della dialettica tra radici giudaico-cristiane e la grande rivoluzione intellettuale del razionalismo illuminista. Il secondo, suo contraltare, è l’unione dell’elemento latino con quello germanico, che si presta a suggestive attualizzazioni, sostanzialmente la contrapposizione tra Pigs e paesi virtuosi. Questa contraddizione irrisolta starebbe alla base di buona parte dei problemi recenti dell’Unione Europea. Della correttezza o meno di questo ragionamento discuteremo in seguito.

Ciò che i due studiosi invece colgono sicuramente in modo corretto è lo snodo storico fondamentale che ha obbligato l’Europa latino-germanica (che loro individuano con esattezza come il cuore dell’Europa come noi la intendiamo) a negare sé stessa: la seconda guerra mondiale. Quello che non dicono è che è impossibile per l’Europa richiamarsi alle proprie radici principalmente per due motivi, strettamente correlati tra loro ed entrambi conseguenti al problema di fondo dell’unione politica, che è l’egemonia americana. Il primo è l’orizzonte post-storico, dunque post-identitario, nel quale si muovono le popolazioni europee oggi. L’identità è data dall’incontro-scontro tra noi e l’altro. Se l’altro non esiste più perché non viene più percepito come tale non ci sono né identità né politica. Il secondo motivo è la globalizzazione che si è sovrapposta al processo d’integrazione europea, impedendo all’Europa di demolire i confini interni creandone però parallelamente dei nuovi esterni.

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Senza confini non ci sono punti d’incontro-scontro e dunque, di nuovo, non c’è identità. Orizzonte post-storico e globalizzazione sono dunque due facce della stessa medaglia, un sentimento ed una costruzione economica funzionali l’uno all’altra. Alla radice di entrambi sta l’egemonia culturale americana, che possiamo interpretare simbolicamente come l’ipertrofia di una delle molteplici anime dell’identità europea, in realtà storicamente minoritaria. È l’anima, chiaramente, liberale, liberista e democratica propria del mondo anglosassone, che si è andato definendo nel corso della Storia sempre più in antitesi al mondo europeo, continentale. Se l’Inghilterra prima e gli Stati Uniti poi sono mare, la Germania e l’Europa sono terra, per dirla con Carl Schmitt. A metà strada sta la Francia, che ha introdotto in Europa il pensiero liberale, ma non le appartiene compiutamente. Anzi, in realtà, la Francia ha avuto i suoi momenti migliori quando ha prevalso l’altro elemento, quello strettamente politico/sociale. La sovranità di Rousseau non è quella di Montesquieu, un noto anglofilo, ma è statuale, per quanto popolare, ed è più vicina al leader che incarna la volontà del popolo, a Napoleone, che alla democrazia rappresentativa dello stato minimo inglese.

Ci sarebbe a questo punto da riesumare l’irriesumabile, cioè il pensiero conservatore mitteleuropeo, principalmente tedesco. Il cuore dell’Europa è la Germania, e la Germania pre-seconda guerra mondiale era autorità e Stato, non liberal democrazia. L’esito caricaturale e infausto della rivoluzione conservatrice è Hitler, l’uomo che ha suicidato l’Europa. Però, quella era l’anima tedesca: Weber, Tonnies, Schmitt, Heidegger sul piano del pensiero politico; e List e prima di lui Fichte sul piano economico: lo Stato commerciale chiuso. Al centro vi era, anche qua, lo Stato. L’anima europea anela alla sovranità politico-militare-statuale, ne è un tratto identitario. È Jean Bodin a teorizzare in forma scritta questo tratto saliente. Se l’Inghilterra è individuo e mercato, l’Europa è collettivo e Stato. In quest’ottica, anche la grande frattura socialista è riconducibile ad unità: nonostante le velleità di dissoluzione dello Stato, sempre di collettivismo e autorità parliamo, perlomeno nelle sue forme storiche.

Riformulando, la sconfitta dell’Europa nella seconda guerra mondiale le ha imposto di rinunciare a fette determinanti delle sue molteplici identità in favore dell’identità altrui, quella essenzialmente anglosassone. Quindi delle due l’una: o della Loggia ed Esposito auspicano il richiamo a radici non europee, ma anglosassoni, o sperano di riesumare ciò che gli anglosassoni hanno sepolto e Panebianco teme mortalmente, che è incarnato attualmente dal Cesare Borgia di oggi, Vladimir Putin, perché quella è l’Europa che è uscita cancellata dalla seconda guerra mondiale.

Poi, per carità, si può parlare di cristianesimo e razionalismo illuminista, a ragione in entrambi i casi, ma non sono quelli i cardini di un’identità politica. Né si può limitare l’identità europea sepolta al pensiero idealista-conservatore tedesco. In realtà, nella storia d’Europa è presente di tutto, basta aver voglia di fare cherry-picking. Se si guarda un po’ più lontano, un po’ più indietro, si va dalla democrazia diretta assoluta e imperialista di Atene, al mini stato nazione etno-gerarchico di Sparta; dalla separazione putativa dei poteri di Roma repubblicana all’assolutismo federale dell’impero romano; dall’anarchia mercantile dell’Italia dei comuni all’assolutismo del Re Sole. Cosa è dunque l’Europa? Tutto e niente, l’unica costante è il conflitto, spesso armato, tra poteri politici concreti ed ideologie politiche astratte. Di nuovo, la sovranità politico-militare-statuale, benché in forme di attribuzione e gestione del potere differenti. Checché ne dica Kagan, è l’Europa a nascere nel segno di Marte, non l’America.

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Se vogliamo quindi riprendere della Loggia ed Esposito, l’Europa come spazio geopolitico nasce cristiana nel 700 d.C. quando l’imperialismo islamico trasforma il Mediterraneo da centro di gravità in linea di frattura. La prima contrapposizione noi/loro d’Europa è quella tra noi cristiani e loro musulmani. In questo senso, ed è un’astrazione simbolica forzata, il primo europeo della storia è Carlo martello. E il razionalismo illuminista? Arriva molto dopo, uccide e non secolarizza il cristianesimo, e aggiunge all’eterna frammentazione politica la frammentazione spirituale, non necessariamente religiosa. Da quel momento, ma se ne scorgono i prodromi prima, l’Europa sarà ancora più divisa. Si possono individuare infatti le molteplici traiettorie culturali come quella conservatrice accennata prima, quella liberale, quella marxista, in un eterno dualismo tra tensione all’unità, all’eterno ritorno all’Impero romano (basti pensare a Dante e alla sua concezione politica), e volontà particolari individualistiche, sia sul piano politico che antropologico. Di nuovo, il tratto saliente della storia d’Europa è il conflitto.

Cos’è dunque l’Europa? L’unica risposta possibile è che è ciò che nasce dall’individuazione di un nemico. È sempre l’altro a determinare il noi, a giustificare l’esistenza dei soggetti politici, che poi possono essere coltivati dagli strumenti del nation-building, ma non creati. È il nemico a dare la missione storica, il senso politico. Alla luce degli sviluppi attuali, questo nemico può essere alternativamente l’Islam, la Russia, gli Stati Uniti. Quelli che più di tutti hanno contribuito ad affossare l’identità europea sono gli ultimi, gli amici di Panebianco, gli americani. Gli unici che possono quindi far nascere veramente un’Europa politica, e quindi necessariamente sovrana, sono proprio i partiti euroscettici e filorussi che tanto spaventano gli apologeti miopi della debolezza dell’Europa.