Forse, quando sembra che si stiano scrivendo leggendarie pagine storiografiche, non sarebbe nemmeno consigliabile rivangare ciò che sia stato prima. Soprattutto, se la storicità in questione coincidesse con il fermento sovranista, fervidamente agognato nei recenti decenni di dittatura finanziaria dell’Unione Europea. Ergo, convocare all’altare della memoria attempate reminiscenze, non risulta essere l’alternativa più adatta per accompagnare le notizie quotidiane. Neanche aprire lo schedario degli accadimenti trascorsi – ove miserie, livori e rancori coesistono in una macabra armonia e ci raccontano di uno Stivale che, per vent’anni, è stato al confine tra la contraddizione e il ridicolo -, aiuta a convivere quietamente con un afflusso di fatti difficile da arginare. Peccato, però, che la magistratura – sebbene “politicizzata, tendenziosa e comunista!” (cit.) – riesca costantemente a contravvenire. E dunque, mentre Tsipras sgambetta il connubio Merkel-Hollande e mette in fuorigioco l’assetto unionista, noi, al riparo dell’orticello peninsulare, discutiamo di Silvio Berlusconi. Di nuovo. Ancora. Perennemente.

Di lui e di come egli si garantisse – a colpi di milioni e di promesse di opportunità politica – la fiducia parlamentare. Il Tribunale di Napoli ha condannato l’ex Premier a tre anni, in seno all’accusa di mercimonio di senatori, durante i mesi del suo ultimo Governo. Niente di originale. Se non fosse che, delle paturnie giuridiche del Presidente – di cosa, non è dato sapere -, non ce ne freghi nulla! Sarà senz’altro necessario che gli errori pregressi non riaffiorino, e che gli auspici dell’elettorato non si riflettano nel fenomeno mediatico-propagandistico di turno – nonostante l’esperienza di Renzi possa dimostrare il contrario -. Però l’assodato, a lungo andare, finisce per scadere nella petulanza. A partire dal 1994, Berlusconi è stato la sciagura politica per antonomasia, ma a fronte di un’opposizione inesistente e di un azionariato antagonistico improponibile, quanto sostanzialmente inconsistente. Nell’intero periodo intercorso, ci hanno imposto di assimilare le distorsioni della sottocultura politica italiana, avuta in gestazione dall’intellighenzia (fintamente) egualitaria del ventennio appena conclusosi. Siamo figli della negazione del berlusconesimo. Ossia, prole di un astio nei riguardi della mitizzazione di un fantoccio borghese, a cui la sinistra dei Prodi, dei D’Alema, dei Rutelli, dei Veltroni, e dei loro adepti, ha dichiarato guerra.

Ma senza che potesse rendersi conto di quanto stesse indirettamente prendendo parte – per mezzo di sterili dissapori, pilotati da una scriteriata faziosità – all’appiattimento culturale e allo svuotamento politico, eseguiti dallo stesso Berlusca. In quelle che, senza indugi, potrebbero essere connotate dalla Storia come le settimane della svolta – ove l’iconico arrembaggio democratico della Grecia svela ed annichilisce le ambizioni tecnocratiche di Bruxelles e Francoforte -, le beghe processuali dell’ex Cav tengono banco. In un’Italia al bivio: scegliere di emulare il modello ellenico – sulla base di una propulsione popolare, volta alla riconquista della sovranità -, o arrendersi al riacutizzarsi dell’esiziale passato politico-istituzionale – nella fattispecie, berlusconiano. Lasciando, per giunta, che l’incancrenirsi di cronache scongelate dall’ibernazione del tempo divenga sempre più insanabile, e ci allontani dalla interlocuzione di tematiche sensibilissime. “NAI Silvio”, oppure “OXI Silvio”?