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Si parla di protezione civile solo in occasione dei disastri ambientali ai quali purtroppo l’Italia ci sta insegnando ad abituarci sempre più spesso. Nel dettaglio il Dipartimento della Protezione Civile è la struttura preposta al coordinamento delle politiche e delle attività in tema di protezione civile, fa capo alla Presidenza del Consiglio e si occupa a livello nazionale della previsione, prevenzione, gestione e superamento di disastri, calamità, umane e naturali, di situazioni di emergenza. Sono numerosi i fallimenti attribuiti alla protezione civile negli ultimi mesi, a cominciare dalla promessa mancata di dare le case ai terremotati del 24 agosto, ai clamorosi ritardi dei soccorsi degli ultimi giorni. Ma è veramente colpa degli uomini della protezione civile? Il governo Monti nel 2012, tra le altre cose, varò una riforma strutturale della protezione civile modificandone risorse e organizzazione. Rispetto alla precedente legge 225/1992, viene introdotta una durata di riferimento (non tassativa) e l’obbligo di accordo con la Regione interessata, circa la proclamazione dello stato d’emergenza. La norma limita anche l’utilizzo delle ordinanze emanate dalla protezione civile. La protezione civile di oggi non ha nulla a che fare con quella di Bertolaso e di Berlusconi, quella dei Grandi Eventi.  A quei tempi da istituto privato di diritto pubblico, la protezione civile poteva continuare ad emettere ordinanze immediatamente esecutive e a trattare in modo paritetico con le pubbliche amministrazioni italiane, senza essere più soggetta all’obbligo dell’assunzione esclusivamente tramite concorso pubblico, ma anche con chiamata diretta e nominativa, alle leggi antitrust per le gare d’appalto e al controllo preventivo contabile della Corte dei conti. La possibilità di derogare i concorsi pubblici secondo alcuni favorirebbe la meritocrazia e risorse umane di valore, per altri un sistema clientelare privo di controlli, come si è verificato spesso con la privatizzazione di società municipalizzate. Con Bertolaso le cose andavano diversamente da adesso, nel bene e nel male: i troppi poteri nelle sue mani hanno fatto sì che ci fossero problemi con le gare e gli appalti nel caso del terremoto de L’Aquila, ma il grande potere di cui disponeva ha fatto in modo di consegnare ai terremotati d’Abruzzo la famigerata “new town” in appena 100 giorni. In poco più di tre mesi furono realizzate 5.653 abitazioni, 4.449 in muratura, 1.204 in legno per circa 25 mila sfollati (più del doppio rispetto a quelli del terremoto di questi mesi).

La famigerata “new town”

Una foto della “new town”

Le case della “new town” realizzate per un uso temporaneo sono ad oggi risultate di grande utilità per i loro residenti, del progetto C.A.S.A infatti, hanno scritto di tutto, ma non che permette a gente che ha vissuto l’inferno di dormire sonni tranquilli in delle case, magari non bellissime, ma costruite con l’ultima tecnologia antisismica ed oggi è l’unica cosa che conta.  I terremoti recenti, non accennano a diminuire e con le scosse anche l’emergenza che ne deriva. A fronte di una situazione decisamente più precaria e instabile le risposte delle istituzioni sono invece tardive e di pura facciata. Nomine su nomine, che vanno a sovrapporre i poteri e a rendere la catena di comando sempre più confusionaria e complicata. L’ex direttore generale della protezione civile Agostino Miozzo, chiarisce brevemente il problema che si è andato a creare dopo la nomina di Vasco Errani a commissario speciale: “la gestione dell’emergenza non è un tavolo di discussione politica, la gestione dell’emergenza non può essere configurata come una democrazia assembleare: non c’è democrazia nel governo delle emergenze. E ci deve essere una sola persona che prende decisioni, che comanda, per poi rispondere e dar conto delle decisioni prese, ed eventualmente pagare se ha sbagliato”. Anche il depotenziamento dei poteri decisionali della protezione civile ha avuto i suoi effetti: “Se si considerava necessario disporre di dieci o venti turbine il capo della Protezione civile avrebbe dovuto essere nelle condizioni di poterle comprare, affittare o persino requisire alle regioni del nord, per esempio, dove oggi non c’è una necessità immediata. Se le previsioni dicono che arriveranno due metri di neve, allora devi prepararti e portare i mezzi necessari dal nord o dal sud Italia, o magari richiederli dall’estero. Questo potere deve essere in mano al capo della Protezione civile”.

Una foto di Amatrice sotto la neve.

Amatrice sotto la neve, dopo il terremoto.

Finita l’epoca di Bertolaso la Protezione Civile nazionale è stata smantellata, Sindaci e Regioni si sono ritrovate troppe responsabilità. Non è colpa degli uomini e delle donne della Protezione civile italiana e dei loro ottimi dirigenti, ma senza fondi e senza poteri esecutivi non si riesce a dare il supporto immediato e di impatto che serve ai cittadini colpiti dal terremoto. Un altro problema che ricade direttamente sulle emergenze è quello dei vincoli europei sugli investimenti e sul Patto di stabilità che impedisce alle strutture pubbliche centrali e periferiche di fare la manutenzione necessaria a prevenire i rischi sismici e idrogeologici. L’Italia rischia moltissimo e diventa fondamentale risolvere il problema di escludere dai vincoli dell’Euro tutti gli interventi necessari non solo per l’emergenza, ma per la ricostruzione e soprattutto per la prevenzione. Le scelte politiche fatte in questi anni, drammaticamente, si ripercuotono non solo sulle nostre tasche, ma anche sulla vita della popolazione, in un Paese in cui l’emergenza terremoto sta diventando quotidianità. Se il terremoto non si può prevedere, il maltempo, quello sì. Sembra diventata una cantilena, ma è tristemente vero: perché le strade sono rimaste ricoperte di neve così a lungo? I comuni colpiti dal sisma non hanno né soldi né competenze, perché la responsabilità è della Protezione civile, che oggi deve accordarsi con gli enti, un tempo la competenza sarebbe stata quasi sempre delle Province, le stesse soppresse dal governo Renzi, lasciando le regioni e i comuni a scambiarsi oneri e colpe. Oggi invece, niente responsabili, niente direttive e niente fondi.

Il meraviglioso inno dei pompieri

Ancora peggio è stata gestita l’emergenza del Rigopiano, l’albergo sommerso da una valanga prevista da un’emergenza valanghe 4 su 5. La tragedia ancora non si è finita di compiere perché dopo quasi una settimana, le operazioni di soccorso, e forse tristemente di recupero cadaveri oramai, sono ancora in alto mare e questo per tantissimi motivi. Al di là delle polemiche sui panini con la nutella dati da mangiare agli operatori della protezione civile, il dramma vero è rappresentato dal fatto che i pompieri inviati sul luogo della disgrazia sono solo 40, il personale è talmente poco che una “vasta area dell’hotel non è stata ancora battuta”. “Ci vorrebbe un esercito”, si sfogano i pompieri. E invece niente esercito, come manca la luce di notte senza la quale non si può lavorare. “Eppure – denuncia Marco Piergallini, pompiere e sindacalista Conapo – basterebbe mettere delle torri-luce per lavorare anche la notte. Siamo sempre gli stessi, ogni tanto chi si stancava a riposare un’oretta. Non c’è nemmeno un bagno chimico, e siamo in tanti qui, tra carabinieri, guardia di finanza, volontari, poliziotti, soccorso alpino e noi pompieri. La pipì la facciamo nella neve, per tutto il resto c’è il bosco”.

Un militare in Abruzzo trasporta una bambina.

Un militare in Abruzzo mentre trasporta una bambina.

Gli eroi della protezione civile, perché così vanno chiamati, non fanno questo mestiere certamente per i soldi. Il governo in un solo anno ha tagliato 71 milioni di fondi e lo stipendio medio, anche a fine carriera non supera i 1800 euro mensili. Inoltre i vigili del fuoco, quelli che più rischiano la vita per proteggere la popolazione sono il corpo meno retribuito e più penalizzato in quanto a pensioni. In un sistema che non funziona sono gli uomini a funzionare e a colmare le lacune che le istituzioni hanno creato. Nell’incredibilità di questa situazione, 12 soccorritori hanno percorso chilometri sotto la tormenta in salita con gli sci ai piedi, diretti verso l’albergo ricoperto dalla slavina, altrimenti irraggiungibile. E non sono i soli a compiere ogni giorno sforzi sovrumani per puro senso di comunità e altruismo.

 

La scena commovente in cui i vigili del fuoco salvano un bimbo e una donna dalle macerie dell’Hotel Rigopiano.

Non sono mancati in questi giorni gli episodi di sciacallaggio politico e o di strumentalizzazione. Da Salvini che accusa il governo di politicizzare la protezione civile, dichiarandola inefficiente, allo stesso governo che difende il proprio lavoro svolto arrampicandosi sugli specchi e scaricando le responsabilità. Come reagisce a tutto questo il premier Gentiloni? Predisponendo un ampliamento dei poteri alla protezione civile e al commissario per la ricostruzione post terremoto Vasco Errani, non capendo che questa decisione non comporterà nessun miglioramento della situazione. La responsabilità del disastro emergenziale tra le migliaia di persone isolate a causa della neve, la tragedia della slavina all’albergo Rigopiano e tutte le polemiche che ne sono susseguite non sono da imputare alle responsabilità del singolo, ma ad un sistema che si sta dimostrando sempre più inesorabilmente fallimentare. E come spesso è capitato, di questo bisogna ringraziare il governo Monti.