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Ci risiamo. Ogni qual volta dalle pagine dei giornali emergono notizie scottanti, in Italia la reazione polemica delle forze politiche in campo, dei sedicenti intellettuali, degli ospiti dei numerosi talk show o meglio ancora della gran parte dei cittadini pronti a dare sfogo ai propri istinti sui social network, assume le forme della “tifoseria”, quasi fosse tutto una partita di calcio, una competizione tra vincitori e vinti senza via di scampo: io sto con Tizio, io sto con Caio. Perché stare con Tizio o con Caio quasi ci piace, ci rassicura, ed in un certo senso ci esime dal guardare la luna oltre il dito. E’ forse un vizio tutto italiano, o forse ancora è semplicemente un vizio universale figlio della superficialità e funzionale alla mera “spendibilità” di una notizia che, grazie anche al contributo della stampa e dei grandi mezzi di comunicazione di massa, riesce il più delle volte a fare breccia sulla gente e sull’opinione pubblica prima ancora di essere approfondita, discussa, accertata.

Il nostro Paese conosce bene questo fenomeno, tanto da aver indotto Annalisa Chirico a scrivere su Il Foglio di “triangolo della Repubblica giudiziaria” con riferimento al delicato circolo vizioso che fin troppo spesso (anche se nel caso specifico si parla dell’inchiesta Consip) viene ad instaurarsi tra l’ambiguo operato di alcune procure, l’informazione giudiziaria e le forze politiche: le prime non sempre rispettose dell’obbligo di segretezza imposto dalla legge ed in particolare con riferimento alla più delicata delle fasi processuali quale quella delle indagini; la seconda fin troppo attenta alle fasi degli arresti e delle indagini preliminari, nonché alle tesi dell’accusa e quindi troppe volte artefice di un “processo mediatico” che tende a tradurre la notizia nello scoop e che per questo quasi mai prosegue di pari passo con quello penale; ed infine i terzi, ovvero i partiti politici, sempre pronti a cavalcare l’onda mediatica dell’inchiesta ma per puntare il dito contro l’avversario. Inutile chiedersi che fine facciano, in tutto questo, i vari principi che regolano ogni giusto processo tra cui- ci preme sottolineare- la presunzione di innocenza e l’imparzialità o cosiddetta virgin mind del giudice. 

“Quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve rassegnarsi al paradosso doloroso per quanto sia, che non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto”, Leonardo Sciascia.

Una premessa doverosa, la nostra, per arrivare al fulcro dell’argomento che in questi giorni riempie le prime pagine dei giornali dividendo l’opinione pubblica tra chi appoggia e chi invece condanna la posizione assunta dal Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, riguardo alle dichiarazioni sulle presunte collaborazioni tra scafisti ed alcune organizzazioni non governative (Ong) accusate di lavorare per il perseguimento di fini poco nobili come la destabilizzazione dell’economia italiana. “A mio avviso alcune Ong”, aveva detto Zuccaro nel corso di una intervista, “potrebbero essere finanziate dai trafficanti, e so di contatti” un giro di soldi, quello dell’immigrazione che parte dalla Libia che “sta fruttando quanto quello della droga”. Dichiarazioni forti che inevitabilmente sono finite sotto i riflettori della politica ed in primis del Movimento Cinque Stelle che, per tramite di Luigi Di Maio e coerentemente con le interrogazioni dapprima presentate, ha pienamente appoggiato il Procuratore invitandolo a proseguire nelle indagini perché “in Italia nel 2016 abbiamo fatto entrare 180 mila persone mentre la Spagna soltanto 8 mila e quindi io voglio capire”, afferma Di Maio a L’Arena di Giletti, “di questi 180 mila quanti ne abbiamo salvati in mare e quanti invece ne abbiamo traghettati dalla costa libica alle coste italiane”. Più leggero- si fa per dire- il leader della Lega, Matteo Salvini: “Ma dai, ma chi l’avrebbe mai detto..”.

 

L’intervento completo di Luigi Di Maio (M5S) a L’Arena di Giletti del 30 Aprile 2017.

Si tratta chiaramente di un argomento estremamente delicato che non può in alcun modo essere affrontato, come dicevamo inizialmente, con un atteggiamento dispotico tipico di chi sente necessariamente l’esigenza di schierarsi con l’una e l’altra parte come se non esistesse via alternativa allo schiamazzo tipico del talk show televisivo. Per due semplici ragioni: da un lato perché non si può rifiutare a priori l’idea che possa davvero esserci una qualche forma di collaborazione tra scafisti e alcune ong soltanto perché la notizia potrebbe screditare tutte le altre ong, dunque anche quelle oneste; dall’altro, perché non si può semplicemente accettare che un Procuratore- in quanto magistrato e non poeta, come dice giustamente l’ex presidente dell’Anm, Edmondo Bruti Liberati, riferendosi alle famose parole di Pasolini del “Io so ma non ho le prove”– possa lasciarsi andare in dichiarazioni aperte come queste (e perlopiù in interviste ai giornali), avviando una sorta di inchiesta nell’inchiesta. A maggior ragione se poi, nel caso in questione, non vi è neppure, al momento, un fascicolo a carico di noti o di ignoti. 

La prima ragione, dicevamo, riguarda la presunta collaborazione tra ong e scafisti sostenuta dallo stesso Procuratore Zuccaro, pur in assenza di prove utilizzabili in processo in quanto intercettazioni provenienti da fonti non identificabili. “Dalla Libia partono delle telefonate”, ricostruisce Zuccaro, “’possiamo mettere in mare delle imbarcazioni anche se c’è il mare agitato?’ E da navi vicine ai luoghi di soccorso si risponde ‘fate tranquillamente, tanto noi siamo a ridosso’”. Dalle dichiarazione di Zuccaro emerge sicuramente un’ipotesi preoccupante che, tuttavia, non stupisce davvero molto. Se pensiamo infatti all’ingente numero di migranti economici (da distinguere infatti dai profughi che effettivamente scappano da zone di guerra) che negli ultimi mesi sono giunti quotidianamente sulle coste italiane affollando i centri di accoglienza sempre più saturi, allora è veramente facile chiedersi cosa possa nascondersi dietro una tale – verrebbe da dire- “organizzazione”, che rischia di alimentare un nuovo business sulla pelle in primis di quella stessa gente che approda sulle nostre coste.

Stando ai dati forniti dalla stessa Commissione europea, ben l'80 % degli immigrati che giungono in Italia sono irregolari e dunque andrebbero riportati nelle terre di origine. Il problema è che il più delle volte i costi per i rimpatri sono ancora più gravosi.

Stando ai dati forniti dalla stessa Commissione europea, ben l’80 % degli immigrati che giungono in Italia sono irregolari e dunque andrebbero riportati nelle terre di origine. Il problema è che il più delle volte i costi per i rimpatri sono più gravosi di quelli per l’accoglienza.

Non meno preoccupante però è la seconda questione inerente il comportamento del Procuratore Carmelo Zuccaro, sottoposto al vaglio del Csm, come ha fatto sapere il vice presidente di Palazzo de’ Marescialli, Antonio Legnini. Nonostante le difese avanzate da varie forze politiche come Fi che parla di «ipotesi investigative, eretiche rispetto alla narrativa ufficiale del fenomeno della immigrazione nel nostro Paese», è indubbio che l’iniziativa di Zuccaro si ponga in forte contrasto con quelli che sono i principi cardine del nostro codice di procedura di penale ed appaia quasi espressione di quel “populismo giudiziario” che il prof. Fiandaca dell’Università degli Studi di Palermo ha più volte criticato definendolo come:

«Un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo ( o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale».

Il Professore, che nel suo saggio Populismo politico e populismo giudiziario mette insieme una serie di spunti interessanti circa quel fenomeno che tende a “farsi carico populisticamente del bisogno di sicurezza” della gente, non risparmia nemmeno il nome di un esempio più o meno recente di populismo giudiziario personificato dal prototipico dell’Antonio Di Pietro protagonista dell’inchiesta “Mani pulite”. Quest’ultima è ormai rimasta alla storia come quella rivoluzione giudiziaria milanese con cui i magistrati si sono fatti volutamente promotori di “missioni palingenetiche” che, ne è convinto Fiandaca, stentiamo a credere abbiano creato più vantaggi che danni. A parere di chi scrive, nel caso riguardante il Procuratore di Catania Zuccaro, è sicuramente giusto e doveroso, se ne esistono i presupposti, proseguire nelle indagini al fine di giungere ad un risultato che possa o meno suffragare quelle che ad oggi rimangono soltanto delle supposizioni. Ma prima di allora, ogni altra riflessione pubblica sull’argomento nasconde semplicemente il rischio di coltivare nell’opinione pubblica l’errata convinzione che la supposizione sia una verità dichiarata a metà, a maggior ragione se sostenuta dall’autorevolezza di un Procuratore della Repubblica ed enfatizzata dai megafoni irresponsabili delle forze politiche.

Ciò che non si può accettare è quindi il metodo utilizzato dal Procuratore per smuovere le forze politiche sull’argomento, il quale  certamente- a prescindere da ogni altra riflessione nel merito della vicenda- non fa e non può far parte dei compiti di un magistrato inquirente. Quest’ultimo infatti, in quanto espressione del generale interesse dello Stato alla repressione dei reati, quando indaga deve ricercare tutte quelle prove che possano sostenere le accuse in giudizio, e solo dopo- ammesso che ne sia legittimato nelle forme previste dalla legge- comunicare all’esterno, anche per mezzo di conferenze stampa ed evitando frequenti apparizioni in tv, le operazioni svolte e le intenzioni della procura che rappresenta. Non il contrario. Perché, come scrive l’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria dell’Unione Camere Penali, “l’unico sbarco preoccupante in atto” in questi casi, è allora “quello di alcuni pubblici ministeri nel mondo della politica e dell’informazione”.