Fin da piccoli la domanda più riflessiva alla quale i “grandi” ci invitavano a rispondere faceva quasi sempre così: “Cosa vuoi fare da grande?”. Ed in quella risposta cominciava a nascere o a stimolarsi un pensiero che travalicava di gran lunga i confini di quella ingenua spensieratezza. Il lavoro era missione, un desiderio, un sogno, e come ogni sogno prima o poi era destinato a svanire per proiettarci in una realtà ben diversa da quella limitata ai quattro angoli del proprio letto. Una realtà che oggi ci porta a fare i conti con contesti che mai abbiamo conosciuto o che mai abbiamo voluto conoscere, presi come siamo (o come eravamo) dall’estenuante corsa al voto universitario, che tutto insegna della professione e quasi nulla delle difficoltà della vita. La corsa al voto diventa adesso corsa al lavoro, con la sostanziale differenza che il voto- una volta ottenuto- rimaneva tuo, mentre il lavoro diventa sempre più un contratto aleatorio, precario, una condizione di incertezza alla quale stiamo pericolosamente abituandoci. Il lavoro è ciò che permette ad una persona di realizzarsi, guadagnare e farsi una famiglia, ci hanno sempre detto. Ma cosa succede quando il lavoro diventa la condizione “obbligatoria” per ottenere – chissà quando- lo stesso lavoro? Quando lo sfruttamento o il volontariato vengono mascherati per tirocini, esperienze, punteggi? Quando qualsiasi condizione di precarietà comincia ad essere accettata come qualcosa di normale perché “ormai bisogna accontentarsi”?

Il lavoro è diventato un ricatto, i lavoratori una merce. Il mondo del lavoro, sempre più precarizzato, di questo passo è destinato a “progredire”, regredendo. Anni ed anni di vittorie popolari e sindacali verranno sacrificate sull’altare di un capitalismo finanziario sempre più aggressivo ed incisivo. La progressiva abolizione dei diritti dei lavoratori in Italia come in tutta Europa risponde certamente ad esigenze di mercato che i media ci presentano col termine politicamente corretto di “flessibilità” (in uscita-in entrata). Quella flessibilità che l’ex Ministro Fornero intendeva raggiungere per “cinesizzare l’Europa”. E come riuscirci se non precarizzando il lavoro e rendendolo sempre più “ricattabile”? I giovani choosy– come la stessa li definì- saranno dunque sempre più costretti ad accettare l’impossibile pur di lavorare. E poco importa se il contratto, certamente vantaggioso per l’impresa o per multinazionale, ha già previsto una durata lavorativa di soli sei mesi con possibilità di rinnovo (non sicura) per altri tre anni: perché tale sistema- che apparentemente sembra offrire maggiori possibilità lavorative- è in realtà un espediente politico per precarizzare il contratto a tempo indeterminato, rendendo “il mercato dei giovani” più appetibile alle grandi imprese.

La riforma del lavoro, concretizzata nel Jobs Act (chiamato in questo modo perché giustamente la lingua inglese va più di moda) così come la riforma della scuola, mira di fatto a rendere sempre più docile e povero il lavoro. La forza-lavoro a basso costo per le grandi imprese è pertanto garantita dal nuovo contratto indeterminato a tutele crescenti che- come spiega in questo VIDEO l’avv. Ernesto Maria Cirillo- “non riconosce al lavoratore la più importante tutela che è quella dell’art. 18, e quindi la possibilità di reintegro contro i licenziamenti illegittimi”. Anzi, nel caso in cui il lavoratore volesse impugnare il licenziamento, questo potrebbe ottenere solo uno scarso indennizzo pari a 1,5-2 mesi di lavoro: anche per questo “non c’è l’interesse del lavoratore ad impugnare lo stesso”, sapendo che ciò potrebbe concludersi semplicemente con una transazione di poche centinaia di euro. Dunque, ricatto servito e gioco fatto. Chi comanda se non la grande impresa? Maggiori possibilità lavorative- come dicono- che però saranno direttamente proporzionali alla stessa facilità di licenziamento, unita alla progressiva diminuzione di quei diritti dei lavoratori che una volta gravavano sulle responsabilità della stessa impresa. Secondo l’avv. Cirillo- che in diverse occasioni si è occupato di numerosi casi di esternalizzazione di gruppi di lavoratori- “siamo di fronte un contratto indeterminato che indeterminato non è, perché appunto non essendoci la garanzia della reintegra, il lavoratore è alla mercé del datore di lavoro”. Più che tutele crescenti, forse sarebbe il caso di chiamarle de-crescenti. Ma di fronte tali buie prospettive, cosa possiamo fare per opporci a questa governance? A questo sistema di “lavoro ricattabile”?

Riscattarsi è possibile. In una società dove i doveri te li impongono e i diritti devi pretenderli, difendere il lavoro e l’economia reale dal ricatto della finanza internazionale è un’impresa difficile ma non impossibile. La cronaca degli ultimi giorni ci ha raccontato la vicenda emblematica del Call&Call Milano srl, un call center che ha pensato bene di licenziare 186 persone a Milano per assumerne altrettante tra Roma e Calabria, al fine di ottenere glii sgravi fiscali dal governo (previsti dal Job Act) e prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili (La Repubblica, Milano). Operazione resa possibile grazie alla creazione di un sistema “a scatole cinesi” che la studiosa di diritto ed economia, Lidia Undiemi, ha ben spiegato nel suo libro Il ricatto dei mercati (Ponte alle Grazie). Un sistema che gioca nella contrapposizione tra imprese che controllano e imprese controllate; un trasferimento di ramo d’azienda nel quale le prime cedono parte della propria attività e dei propri dipendenti alle seconde (non autonome), deresponsabilizzandosi.

Eppure la cronaca ci ha anche raccontato anche della grandissima vittoria ottenuta da un gruppo di quasi mille lavoratori senesi contro la banca MPS, alla quale il tribunale di Siena ha ordinato di reintegrare i lavori ceduti per illegittimità della stessa cessione. Si apre dunque una grande sfida a difesa del mondo del lavoro nell’era del capitalismo finanziario. La magistratura, ultimo baluardo a difesa del lavoratore dal sistema finanziario internazionale, sarà in grado di proseguire determinata nella sua più grande sfida del ventunesimo secolo?

*Di questo e di molto altro la redazione de L’Intellettuale Dissidente ne parlerà sabato 9 Maggio alle ore 10:30 presso Tribunale di Agrigento, in occasione di un convegno che vedrà la partecipazione di relatori di tutto rispetto, tra cui la stessa Lidia Undiemi, l’avv. Ernesto Maria Cirillo, il Dott. Angelo Bruno e il professor Paolo Barchiacchi.