Correva l’anno 1979 e l’azienda tedesca Rewe, una delle più importanti in tutta la Germania per quanto riguarda il commercio di generi alimentari, citava in giudizio l’amministrazione tedesca a causa di un veto sulla commercializzazione di un liquore francese, il cassis de dijon, importato dalla ditta con lo scopo di venderlo sul proprio mercato nazionale. La controversia riguardava una discrepanza sui regolamenti interni: il diritto tedesco proibiva, per ragioni di salute pubblica, la commercializzazione di acquaviti con tenore alcolico inferiore a 32% e la bevanda francese, con i suoi 20 gradi, aveva subito un veto sulla vendita. La sentenza della corte di giustizia europea, che dichiarava la limitazione inammissibile nel caso in cui un bene fosse stato fatto in uno stato membro conformemente alle norme del diritto interno, ebbe una portata storica e sancì un passo importante verso l’abbattimento delle barriere doganali e l’istituzione, de facto, di un mercato unico.

Oggi, purtroppo, il risultato di una simile politica è, prevalentemente, una concorrenza sfrenata su tutto il continente, con conseguenti abbassamenti di qualità dei prodotti offerti. Uno degli esempi più lampanti a sostegno di questa tesi è quello che riguarda la truffa dell’olio tunisino sulle nostre tavole. Pur non essendo la Tunisia un paese membro dell’ Unione Europea essa riesce, tramite una lacuna procedurale, a esportare il proprio olio in Spagna e immetterlo nel nostro mercato. Il meccanismo è semplicissimo e diabolico: un produttore del paese arabo vende delle grandi quantità del proprio olio di qualità infima ad un prestanome con residenza in Spagna; ovviamente il prezzo è più che appetibile visto che i metodi di produzione nel paese d’origine sono di tipo intensivo e la remunerazione salariale è molto più bassa rispetto alla media europea.

l’acquirente iberico mescola ciò che ha comprato con un poco del frutto delle olive della propria terra, modificandone, così, le proprietà organiche. Il risultato finale è un olio che, sulle carte, è di provenienza europea e può essere immesso nel mercato interno. Dalla Spagna questo arriva in Italia, dove subisce lo stesso taglio fino a diventare nostrano.

I prezzi di vendita sono, sia all’ingrosso che al dettaglio, molto contenuti e gli ignari consumatori si appropriano di un bene spacciato come italiano ma che di esso ha ben poco. La conseguenza più importante è la rovina di onesti produttori che smerciano i propri lavorati ad un prezzo più alto, per via dei maggiori costi di produzione. Come questo caso di abbassamento di qualità ne esistono molti altri, come ad esempio quello che riguarda le carni separate meccanicamente. Alcuni alimenti, in particolare würstel, kebab, cotolette  e simili, nascono dagli scarti delle carni (ossa, nervi, muscoli, tendini …) che vengono separate tramite un macchinario, tritate e insaporite chimicamente. La normativa europea sull’argomento non obbliga i produttori ad indicare sull’etichetta la provenienza delle carni e come esse siano state lavorate (contrariamente alla rigidità imposta nel caso di prodotti freschi), accontentandosi della dicitura “carni separate meccanicamente”.

Se, per quanto disgustosa sia questa pratica, essa viene ancora oggi condotta con prodotti europei, sottoposti a controlli sanitari tra i più stringenti al mondo, così non sarà in futuro se verrà approvato il TTIP. Questo accordo servirebbe a favorire gli scambi commerciali con gli Stati Uniti d’America, rendendo i commerci più veloci e fluidi a scapito delle verifiche sanitarie. Nel mercato statunitense, tuttavia, sono in vigore normative molto più blande circa la qualità dei generi alimentari e i loro metodi produttivi (ogm, pesticidi nocivi e quant’altro) e aprire ad una tale possibilità, oltre che fare un regalo inestimabile ad un paese economicamente morente, rappresenterebbe un rischio per la pubblica salute di tutto il  vecchio continente.