Quello che più colpisce di tutta la vicenda riguardante il trambusto che regna in Campidoglio in questi giorni, è la sfrontatezza con cui i grillini, per nascondere le enormi difficoltà nella gestione del Comune di Roma, accusano i soliti “poteri forti” come i principali ostacoli alla loro missione. A parte il fatto che non si capisce bene chi siano questi poteri forti, se provengono dall’interno del Movimento oppure da fuori, il problema è un altro: esistono davvero queste resistenze o si tratta semplicemente di inadeguatezza da parte loro nell’affrontare un impegno così gravoso come quello di amministrare la Capitale.

Certo, nessuno dei pentastellati riconoscerebbe mai questo limite, come nessun altro politico che si troverebbe al posto loro. Tuttavia, se la sindaca Raggi si è limitata ad un pacato “diamo fastidio ai poteri forti, ma siamo uniti e determinati”, il suo (quasi ex) marito, Andrea Severini, parla addirittura di “squali”. Su Facebook ha postato recentemente: “È il momento di fare quadrato, gli squali sono in agguato, altri sono fuggiti!”. Di Maio ricorda che Roma è “una città piena di insidie e trabocchetti”. Dall’altra parte della barricata, quella dei dimissionari, si risponde con cinismo. I vertici di Atac hanno parlato di “indebite ingerenze” della giunta. Marcello Minenna, ex assessore al Bilancio, sostituito dal Procurato generale della Corte dei Conti Lazio, Raffaele De Dominicis, denuncia un “deficit di trasparenza” in perfetta linea con il pensiero del magistrato Carla Ranieri, dimessasi dall’incarico di capo di Gabinetto, la quale ha ricordato sarcasticamente: “Se manca la legalità nell’Amministrazione di Roma? Diciamo che un magistrato se ne va”.

Fermo restando che di trasparente e limpido di tutta questa vicenda sembra esserci ben poco, alcune certezze si possono evidenziare. Le difficoltà che stanno incontrando i grillini per le nomine nei posti chiave di governo sono del tutto prevedibili e giustificabili da un fattore importante: il Movimento 5 Stelle è, appunto, un movimento e non un partito radicato nel territorio, che abbia quindi quella forza e autorevolezza di sapere già in anticipo chi collocare nei punti nevralgici del potere, dove sono richieste maggiori responsabilità e competenze. È un problema di personalità affidabili e leali che i grillini fanno fatica a trovare subito, proprio perché si dichiarano fieramente fuori dalle logiche della politica. Ma la vera svolta risiede proprio qui. Ecco perché le novità che emergeranno dalle decisioni in Campidoglio potranno riverberasi a livello nazionale.

D’altronde per loro è la prima vera esperienza di governo, il banco di prova su cui sono puntati i riflettori non solo dei suoi elettori speranzosi o dei curiosi che li osservano con velata simpatia, ma anche dei gufi che sperano in un totale fallimento. E questa è l’altra certezza: l’inesperienza. I grillini non si sono mai trovati di fronte ad una prova così importante e forse questo aspetto potrà rivelarsi  positivo, considerando che le passate amministrazioni, costituite da politici di lungo corso, non hanno certamente migliorato lo stato di salute della Capitale. Se inoltre lo stesso Di Maio sottolinea che “servono anche competenze ed esperienze che vanno oltre” il Movimento, allora sembra un po’ prematuro parlare di fallimento. Tutto si giocherà sulla capacità dei giovani ai vertici del Movimento di scrollarsi di dosso l’etichetta di “grillini” e di cominciare con audacia a pensare e ad agire con più autonomia e magari, con più umiltà. Altrimenti, tutti  a casa.