L’approvazione della legge Cirinnà, che ha introdotto le unioni civili anche tra individui dello stesso sesso, è stata celebrata su buona parte dei media nazionali come il necessario riempimento di un vulnus legislativo che condannava l’Italia ad un abissale ritardo rispetto agli altri paesi europei.  Il ddl della senatrice PD ha creato non pochi grattacapi al governo: i mal di pancia dei cattodem, la crisi d’esecutivo minacciata e poi ritirata da Alfano, il dietrofront sulla stepchild adoption ed, infine, l’imponente manifestazione del popolo del Family Day al Circo Massimo dove campeggiava l’emblematico striscione “Renzi ci ricorderemo”.

Al di là dei proclami entusiastici e della prevedibile retorica, le ricorrenti polemiche suscitate da sindaci disobbedienti che dichiarano di non voler celebrare unioni civili nel proprio comune, dimostrano il persistere di giudizi nettamente contrastanti sulla legge anche dopo la sua entrata in vigore.

Molti dei sostenitori del ddl Cirinnà hanno più volte fatto ricorso alle classiche formule del “ce lo chiede il paese” e “la società è pronta” per giustificarne l’approvazione in tempi rapidi. Tuttavia, se le piazze fossero veramente – come per anni ha sostenuto un’influente fetta politica e culturale del paese – il termometro dell’opinione pubblica, il confronto tra la manifestazione del Family Day e quella delle Piazze Arcobaleno, ad una sola settimana di distanza l’una dall’altra nei giorni più caldi dell’iter parlamentare, sembrerebbe rivelare una realtà ben diversa. Il fronte favorevole ha insistito nel presentare il riconoscimento legale delle unioni civili come un’urgenza che il Parlamento italiano non poteva continuare ad ignorare. Divenuto attuativo il provvedimento, però, non sembra essersi verificata l’annunciata corsa alle nozze:  i numeri pubblicati da “Panorama” la scorsa settimana riportano di appena 109 prenotazioni a Roma, 50 a Torino, 38 a Firenze e 5 a Pisa. Capofila è Milano con 220 prenotazioni, una percentuale non troppo esaltante per la città con la comunità gay più numerosa del paese[1].  Se è vero che la legge Cirinnà è divenuta operativa solamente dal 29 Luglio, non si può negare che, a fronte di un milione di italiani che si dichiarano omosessuali o bisessuali, per il momento, non sono molti quelli interessati alla tanto decantata “svolta storica”.  Così com’era accaduto in Francia all’indomani della promulgazione della legge analoga nel 2013, anche in Italia non c’è stato quel boom di richieste verificatosi, invece, in Olanda, Spagna e Svezia.  Ma anche in questi paesi pioneristici, terminata l’euforia iniziale, si è verificato un calo progressivo: in Spagna non si è più toccata la quota di celebrazioni raggiunta nei primi due anni[2], ad un decennio dall’introduzione della legge solo 1/10 degli omosessuali e lesbiche olandesi ne hanno beneficato[3] ed è in discesa anche il trend svedese dopo il picco del 2009, anno inaugurale.[4]

E’ ancora presto per poter dire se le nozze gay non interessano alla maggior parte degli omosessuali e delle lesbiche d’Italia dal momento che il ddl Cirinnà è in vigore da solo un mese, ma il numero di prenotazioni per i mesi successivi reso pubblico da “Panorama” rende legittimo un interrogativo: una legge così, peraltro carica di contraddizioni e causa di contrasti all’interno dell’opinione pubblica, rappresentava davvero un’urgenza per i legislatori, come ripetuto dai suoi sostenitori?

[1] http://www.arcigayagora.it/blog/quante-persone-si-dichiarano-gay-lesbiche-o-bisex-in-italia/

[2] http://www.ine.es/prensa/np784.pdf

[3] http://www.marriagedebate.com/pdf/iMAPP.May2011-rev.pdf

[4] http://www.scb.se/sv_/Hitta-statistik/Artiklar/Fler-kvinnor-an-man-ingar-samkonade-aktenskap/