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Il malcontento cresce, di pari passo con il progresso nei lavori per l’eradicazione di 200 ulivi e la costruzione del circuito del gasdotto. Sebbene le proteste dei cittadini si siano finora rivelate pacifiche, l’aria che si respira nelle campagne è tesissima, un vero e proprio clima di guerra silenziosa. Una tensione, quella del popolo salentino, che deriva dalla consapevolezza di essere considerati quali “periferia” del continente, Sud in quanto “Sud arretrato e sottosviluppato”, dunque non meritevole di considerazione. Tuttavia, il Salento è una regione che, in tutte le proprie contraddizioni, risulta essere più ricco e prosperoso rispetto ad altre aree del meridione, pieno di opportunità per quanto concerne il business agricolo e turistico. Probabilmente, proprio in virtù di questo primato, i contestatori, ossia gente comune, (sindaci, famiglie, donne, bambini) avvertono questa continua minaccia incombente, rappresentata dalla questione Xylella prima, e, in seguito, dalla Tap. Il famigerato decreto di compatibilità ambientale firmato dal governo, secondo il quale gli ulivi andrebbero ricollocati in un’area sicura e sotto la supervisione di un agronomo, non costituisce la prova dell’incolumità assoluta degli alberi. L’ulivo è una pianta secolare, dalle radici robuste, che richiede ben più di una semplice cura; inoltre, si teme che nel sito di stoccaggio molti di essi non possano sopravvivere a lungo. Ragionamento plausibile, considerata la necessità immediata di un terreno per l’esistenza di questa specie vegetale.

Inoltre, contrariamente a quanto il governo italiano asserisce, la Puglia non trarrebbe alcun vantaggio dalla costruzione del gasdotto. E’ bene piuttosto dare ascolto alla voce di alcuni manifestanti, che evidenziano delle anomalie nella conduzione del progetto. A tal proposito, Mauro, un membro del coordinamento no-Tap, ha recentemente rilasciato delle dichiarazioni per l’emittente radiofonica ufficiale dell’Università del Salento, RadioWau, difendendo la causa degli oppositori e smentendo le voci sulla composizione “discutibile” dei manifestanti:

“In questi giorni non partecipa soltanto chi fa parte di associazioni o collettivi, ma vi è anche una grande mobilitazione popolare. Quindi questo è un grande risultato e ci si accorge finalmente che questa è un’opera tendente alla truffa, che distruggerebbe il territorio . Noi contestiamo questo: il fatto che, prima di tutto, vi sia un’enorme speculazione economica sui cittadini italiani e poi il fatto che i lavori vengano proseguiti nella più totale illegalità, ovvero senza permessi, non avendo nessun tipo di legittimazione a iniziare i lavori e a portarli avanti. L’eradicazione degli ulivi e la costruzione del gasdotto vengono spesso e volentieri favorite dai ministeri, dai più piccoli e occulti ingranaggi della politica, attraverso escamotage giuridiche.” Ancora:

 

 

“C’è tanta voglia di combattere, ma soprattutto di combattere contro quest’opera. Ai comitati di lotta non interessa contrapporsi alla polizia, è una situazione tesa, ma non perché i cittadini vogliano questo, bensì perché vi è stato un dispiegamento eccessivo di forze dell’ordine per delle realtà che sono completamente pacifiche e che esprimono il desiderio di contestare la Tap. (…) I manifestanti, in ogni caso, non hanno intrapreso alcuna forma di violenza durante le proteste del presidio, al contrario di quanto affermi l’informazione main stream. Sono state le forze dell’ordine a caricare, a spingere i partecipanti al presidio affinché si allontanassero dalla zona di lavoro del gasdotto”.

Una protesta pacifica, dunque, quella del movimento no Tap, iniziata il 26 marzo e culminata il con i blocchi stradali del 31, cui hanno preso parte non soltanto attivisti, ma anche anziani, donne e bambini. Grazie a un accordo raggiunto fra i no Tap e la multinazionale svizzera, era stata annunciata la sospensione dei lavori per il primo giorno del mese di Aprile. Tuttavia, la società non ha esitato a violare gli accordi e a riprendere i lavori all’alba, in una posizione difficilmente raggiungibile dai manifestanti: un pesce d’Aprile ben architettato. Per tale ragione, i contestatori si sono spostati sulla circonvallazione di Melendugno, al fine di interrompere la circolazione dei camion preposti al trasporto e al taglio degli ulivi, cogliendo di sorpresa gli agenti di polizia attraverso i campi. In seguito a tali azioni, si è conseguito l’effetto di un rallentamento dei lavori, ma non la loro sospensione. Nel frattempo, giungono i rinforzi da tutto il Salento, dai comuni limitrofi, in particolar modo Lecce, Martano e altri paesi della Grecìa Salentina. Un tentativo di infangare il movimento no Tap è avvenuto nella serata di venerdì 31 Marzo, quando due bombe carta sarebbero esplose nelle vicinanze dell’Hotel Tiziano, ove risiedono le forze di polizia impegnate nel mantenimento dell’ “ordine pubblico”. Le autorità investigative (e gli stessi manifestanti) hanno smentito la matrice popolare del gesto, pensando piuttosto ad agenti occulti, tesi a screditare le proteste e a legittimare ulteriormente l’uso della violenza.

Vi sono delle ragioni precise per cui il movimento no Tap non incarna pochi attivisti, ma l’intero popolo salentino; innanzitutto, l’intento economicamente opportunista e devastante, a livello ambientale, nei confronti di una terra ricca, non solo culturalmente, ma di zone protette e di un patrimonio paesaggistico inestimabile. Una costa frastagliata e un incantevole mare azzurro si alternano su ambo i lati (ionico e adriatico) della penisola del Salento, costellandosi di una fitta vegetazione mediterranea, la cui suggestione mistica è ben nota agli abitanti del luogo. Deturpare simili scenari costituirebbe un crimine inaccettabile, oltre che un colpo all’economia turistica locale. In secondo luogo, è evidente l’attacco psicologico all’identità e al legame viscerale dei salentini per la propria terra, motivo di orgoglio, inaccettabile per le invidiose multinazionali straniere e le élites eurofile. Una strategia che ben si coniuga con il cosmopolitismo borghese e continentale, che intende annullare i particolarismi culturali regionali, per lasciare spazio a una vaga (e non consolidata) identità europea. In terzo luogo, l’attacco al principio democratico della volontà popolare, in questo contesto calpestata violentemente non soltanto dalla società del gasdotto, ma da un governo italiano complice, da un lato dell’affarismo multinazionale e, dall’altro, della cieca obbedienza verso la Commissione Europea. La Tap, il Muos, la Tav costituiscono le prove fondamentali di questo processo di colonizzazione economica ed energetica del sud Europa, dunque dell’Italia. Alla luce delle considerazioni appena proferite, il Salento e i suoi abitanti non lottano per mero campanilismo, bensì per difendere la sovranità democratica e l’autodeterminazione politica proprie di ogni popolo.