Cresce sempre più un’euforia filorussa  nei ragionamenti di chi vuole schierarsi contro il pensiero dominante ad ogni costo, dai movimenti e partiti di destra (Lega Nord) alla sinistra radicale (seguaci di Syriza). Pur di essere innovativi  gli intellettuali odierni sono abbagliati dal faro della Russa di Putin che sprigiona multipolarità da tutti i pori. Eppure di certi abbagli bisogna stare attenti, non tutto ciò che luccica è oro. Dall’altra parte della barricata mondiale, quella presieduta dai  BRICS la superpotenza che delinea le azioni geopolitiche non è che una: la Russia. Brasile, India e Cina (escludendo il Sud Africa esaminate le sue potenzialità ridimensionate rispetto alle altre) non riescono ad avere la stessa solidità che l’establishment russa ha, una classe dirigente che riesce a resistere a qualsiasi attacco esterno e di questo va il merito al Presidente Putin. Così come in Europa la cancelliera Merkel infligge un senso di inferiorità alle altre nazioni, e non solo ai PIIGS, prendiamo ad esempio il sorpasso tedesco ai danni del Regno Unito negli accordi per la pace in Ucraina.

Prendendo in considerazione Machiavelli, non dobbiamo cadere nell’errore della fretta. Presi dalla furia di sbarazzarci dell’influenza statunitense, non possiamo inseguire ciecamente una superpotenza come la Russia; questo non ci porterà che all’assoggettarsi  ad un’altra grande potenza. Se si è in condizione di debolezza e fragilità, allearsi con nazioni molto più forti di noi porterà a lungo andare a una sorta di dipendenza. L’esempio rampante è ancora quello europeo, un continente debole che nel secondo dopoguerra chiese aiuto agli Stati Uniti e le conseguenze nefaste sono tangibili tutt’ora oggi: le sanzioni contro la Russia volute dagli USA costano circa 12 miliardi di euro fonte Leading European Newspaper Alliance), una possibile guerra in Europa ancora a contrastare la Russia, per non parlare del TTIP che farà da tappeto rosso alle multinazionali dello zio Sam.  Un mondo multipolare non può che passare da un’Europa libera ed indipendente, radicalmente diversa da quella odierna. Il progetto europeo di cooperazione è completamente fallito. L’Europa di oggi fa da mercato e da “cane da guardia” statunitense, obbligati dalla Nato a rincorrere gli “Yankee” nelle loro guerre. Riferendomi a  Ludwik Lejzer Zamenhof, fondatore della lingua ausiliare Esperanto, l’Europa deve fare da giudice imparziale e internazionale degli equilibri mondiali. Non una “Unione” Europea ma un ritorno ad una “Comunità” europea, slegata da qualsiasi alleanza, forte solo della sua indipendenza. L. Zamenhof ideò una lingua, l’Esperanto, molto semplice e diretta, la quale doveva prendere il posto dell’inglese. Zamenhof intuì subito quella sudditanza culturale verso la nazione che impone la propria lingua per le comunicazioni internazionali.

L’Esperanto fu pensata unicamente come lingua secondaria, utile per la comunicazione internazionale ma soprattutto neutrale dal punto di vista socioculturale. Non possiamo ricadere nello sbaglio, l’Europa non può dipendere da altri. Il compito è quello di essere l’ago della bilancia, difensori di una vera multi etnicità, di una varietà di pensieri e di modelli di sviluppo, portabandiera di un mondo multipolare. Questa indipendenza geopolitica passa però da un riavvicinamento delle relazioni internazionali tra Europa e Russia, passa dalle risorse energetiche del partner russo, ovvero, da accordi strategici in tale ambito e passa soprattutto dalla ripresa dello sviluppo economico dei due mercati, europeo e russo, che non possono che crescere sinergicamente. Non dobbiamo però tralasciare il fatto che la cultura russa è stata molto spesso conservatrice nei confronti di quelle continentali, e questa si è pressoché mantenuta intatta ed inalterata fino ai giorni nostri. Infatti la lingua molto articolata e complessa insieme alla posizione, geopoliticamente parlando, marginale nei confronti delle grandi rivoluzioni e dei movimenti culturali avvenuti nel corso dei secoli, hanno reso questa nazione e il suo popolo, culturalmente puri, estranei a qualsiasi contaminazione esterna, forti della loro identità. Quindi un ricongiungimento con la Russia deve essere cauto dal trasformarsi in una genuflessione culturale.

Nel dibattito politico italiano occorre non sbagliare ancora, la responsabilità di tale dibattito è negli intellettuali e nei guru di partito, dobbiamo ergerci a protagonisti nel fermare quel processo che tanto bene descrisse G. Orwell in 1984, la divisone del mondo in blocchi continentali macroscopici ai quali, aggiungo io, uno solo prevarrà. Non possono esistere semplicemente due blocchi , non possiamo ripetere gli stessi errori della Guerra Fredda. Il terzo dovrà fare da giudice neutrale e questo terzo siamo noi. Per fare questo dobbiamo azzerare l’UE come la conosciamo, rifondarla non per realizzare gli Stati Uniti d’Europa, ma gli “Uniti Stati d’Europa”.