Intervistato da L’Intellettuale Dissidente, Paolo Becchi, docente ordinario di Filosofia del Diritto dell’Università di Genova, esplicita l’attuale situazione del Movimento 5 Stelle, e definisce le motivazioni che l’hanno spinto a sancire il suo addio alla squadra di Beppe Grillo.

Gli allontanamenti coattivi dal Movimento 5 Stelle sono dato acclarato nelle cronache politiche nostrane. Singolare, però, che un’eminente voce decida autonomamente di defilarsi. Cosa L’ha convinta a prendere le distanze da Grillo, sebbene abbia sempre creduto che il Movimento potesse rappresentare l’apice di un ribaltamento democratico – rappresentativo?

Ci sono diversi aspetti: goccia a goccia, si è riempito il vaso, sin quando un’ultima goccia lo ha fatto traboccare. Partiamo proprio da qui: leggendo sul blog di Grillo l’intervista a Di Maio pubblicata dal Financial Times, in cui trapela che il Movimento 5 Stelle è per il Patto Atlantico, benché a più riprese Grillo abbia lottato per l’uscita dell’Italia dalla NATO, non capisco cosa sia cambiato rispetto a qualche anno fa, quando sarebbe bastata un’esternazione del genere per essere radiati dal M5S. Mentre oggi, su una piattaforma telematica di proprietà di Casaleggio, appare questa presa di posizione marcata, in un momento così particolare ove la NATO sta svolgendo un ruolo imperialistico del tutto evidente. Mi sono chiesto, dunque, se fosse ancora questa la realtà politica alla quale sono stato legato nelle ultime stagioni. Dopo aver compreso l’interrogativo, mi sono subito autoescluso. Potrebbe sembrare una scelt impulsiva, ma in realtà era una decisione che avevo maturato da tempo, e che probabilmente non avrei peso, perché mancava un’ultima goccia, appunto. Le altre gocce sono piovute postume alle elezioni europee, dove il Movimento è stato protagonista di una sconfitta che ha indirettamente sancito la vittoria di Renzi, visto che per i Pentastellati non è stato raggiunto il risultato auspicato, ossia il superamento del Partito Democratico. Da allora, è cominciata una trasformazione: il movimento liquido è divenuto partito ibrido, perché vorrebbe mantenere gli aspetti del movimento, ma assume le sembianze di un vero partito. Per giunta, con un Direttorio di 5 persone, che avrebbe dovuto coadiuvare Grillo nelle scelte politiche. Beppe, però, si è tirato indietro, e non si capisce che cosa significhi questo coordinamento con lui. Il gioco è chiaro: il tutto deve concentrarsi su una persona, che è Gianroberto Casaleggio. A mio avviso, questo crea uno squilibrio all’interno del movimento stesso, e lo trasforma gradatamente in un partito tradizionale. Gli elementi di questa trasformazione sono evidentissimi: la battaglia sull’Euro è fra i primi, considerando che Grillo avesse promesso agli italiani che ci sarebbe stato un referendum tra il dicembre 2015 e il gennaio 2016, dichiarando che avrebbe lottato per ottenerlo – indipendentemente che si tratti di una scelta legittima, o meno -. Invece, oggi che la questione non interessa più, è stata accantonata.

Un ennesimo aspetto è il non poter sindacare l’alleanza PD – Forza Italia sulla Consulta, criticando la Lega Nord perché avrebbe fatto da stampella a Berlusconi per l’elezione dei Giudici Costituzionali, e poi agire allo stesso modo, dichiarando di aver ottenuto un risultato gigantesco nel portare qualcuno ad occupare una poltrona di prestigio. Si è consumato un inciucio che precedentemente si rimproverava ad altri, proprio quando Renzi si è trovato in un momento di difficoltà, non gestendo il suo partito perché riuscisse a nominare i membri della Corte Costituzionale. Ciò ha fatto capire che non siamo più al cospetto di un movimento anti-sistema, ma che è parte integrante del sistema, addirittura disposto ad accondiscendere ad un patto nascosto – altro che Nazareno! -, segreto, implicito, con Renzi sull’Italicum, in quanto a questo occorrevano i Giudici eletti, che voteranno – a partire da Barbera – a favore della renziana legge elettorale e non ci sarà possibilità che la si metta in discussione. Inoltre, la riforma costituzionale è destinata a passare al vaglio del referendum, dove i 5 Stelle hanno anche una posizione ibrida, perché non gli interessa niente del risultato, nonostante farà battagli formale e di facciata a sostegno del “No”. Il Movimento è in un limbo che gli consente di raccogliere voti a Destra e a Sinistra. Al momento, la strategia sembra dare un buon risultato, visto che i sondaggi confermano abbondanti consensi. Io ho scelto di andarmene proprio nel momento di massima ascesa del M5S, e non come altri soggetti partitocratici che abbandonano la baracca alle prime difficoltà.

Prendendo spunto dal Suo interessante punto di vista sull’involuzione del Movimento da forza anti-sistema, a partito tradizionale, cosa è variato, a Suo avviso, nella logica comunicativa e pratica dell’attività politica del M5S, in Parlamento e fuori?

C’è stato un rovesciamento completo dell’ideale iniziale, in cui chi era in Parlamento, era portavoce delle istanze dei cittadini. Ora, invece, i portavoce sono del tutto autonomi dai cittadini, e i cittadini non contano una beata mazza, e forse anche i loro parlamentari non contano nulla. Probabilmente, contano solo i 5 del Direttorio, che hanno la funzione di una cinghia di trasmissione per smistare le decisione prese da una sola persona – ossia, Casaleggio -, e farle filtrare all’interno del Parlamento. A questo punto, il Movimento è “Uno conta tutto, 5 contano qualcosa, e tutto il resto non conta un cazzo”! E tanti saluti al “Uno vale uno”… Questa è la verità attuale. Basti vedere la svolta dei meetup, che erano il cuore della spontaneità, della ricchezza del dibattito, e dell’attività politica. Oggi, sono privati di una propria autonomia, e di politica se ne occupano i parlamentari, mentre i territorio hanno un ruolo del tutto marginale, benché il Movimento sia nato e cresciuto al loro interno. Ergo, uno stravolgimento totale dell’idea iniziale, e una trasformazione in un partito vecchio stampo: né personalizzato alla Renzi, né di massa. Ma un qualcosa di nuovo, che ho definito “Partito Ibrido”.

Di qui al 2018 – quando presumibilmente si andrà al voto -, crede ci possano essere delle possibilità che il Movimento 5 Stelle ritorni ad essere credibile per Lei e per quell’elettorato che rigetta la costante ambiguità del mancato schieramento, soprattutto in tema di politica internazionale – dalla lotta all’Eurocrazia, alla sfida al Blocco Atlantico -?

Ritengo sia difficile che possa ritornare sulle posizioni originali, perché ormai la svolta è chiara: diventare un partito di governo – per esprimerci in un linguaggio tradizionalista -, e non più di lotta. Evidentemente, personalità come Di Battista continueranno ad esistere e a sbraitare contro la riforma costituzionale – che è una violenza alla democrazia -. Ma ho la vaga impressione, forse sbagliata, che il Movimento 5 Stelle abbia già raggiunto il suo punto di massima ascesa, e, purtroppo per loro, al momento non ci sono elezioni immediate. In Primavera, le Comunali ruberanno la scena, con la consapevolezza che la ventina di amministrazioni a 5 Stelle denoti la validità dell’operato grillino. Come a Parma – nonostante Pizzarotti sia in rotta di collisione coi vertici del Movimento -, e a Livorno – dove Nogarin gode della fiducia di Grillo e Casaleggio, vivendo con un po’ di diffidenza le espulsioni che ci sono state -. Gela e recentemente Quarto, invece, non è che diano una buona impressione, fermo restando che rispetto al numero stratosferico di inquisiti che ha il PD, quelle del Movimento 5 Stelle siano inezie. Quando, però, fai della questione morale il tuo cavallo di battaglia, basta poco a farti cadere dalla sella.

Vedremo cosa succederà a Roma, che è una possibilità enorme di successo, dato che la Sinistra non possa ritornare ad aspirare alla guida della città, la Destra non mi pare sia organizzata, la Meloni – ovvero l’unica che potesse giocarsela – sembra non abbia intenzione di partecipare al giuoco. In ogni caso, la mia impressione è che il M5S abbia toccato il suo punto di massima estensione nel momento più insignificante, perché non ci saranno urne nazionali, e la circostanza più incidente, quale quella del referendum, non viene compresa appieno. Di certo c’è che nasceranno comitati cittadini spontanei, che si renderanno conto che, qualora dovesse passare questa riforma, Renzi avrebbe il cammino spianato per i prossimi 20 anni. In quest’ottica, il ragionamento dei 5 Stelle del volersela giocare alla pari con il Presidente del Consiglio, è tremendamente miope. Ci aspetta un anno impegnativo, ma non credo che il Movimento ritorni al suo spirito originario, che era dato dall’immagine guerriera di Grillo: come dice lui, il Paese è un ologramma, ma egli stesso s’è trasformato in qualcosa di intangibile.

Tenendo in considerazione che la Sinistra si stia squagliando sotto i raggi del renzismo – che tenterà di far convogliare tutte le forze più moderate e centriste verso un progressismo di filigrana statunitense -, che la Destra sia mantecata da demagogia e fratture, e che il Movimento 5 Stelle sia così fallace, infattibile che si affacci sul panorama politico italiano una compagine effettivamente anti-sistema, che possa sostanziare le ragioni di chiunque voglia lottare in modo alternativo, con posizioni anti-imperialiste (quindi, anti-americane), e prospettive di riappropriazione della vera sovranità machiavelliana, cioè militare e monetaria?

Realisticamente, l’attuale valutazione sulla politica italiana ci risponde in modo negativo, in quanto i movimenti non si creano dal nulla: lo stesso M5S ha avuto il suo periodo di elaborazione. Sono forze che nascono in ragione di esigenze e bisogni del popolo: la Spagna ha Podemos, la Grecia ha Tsipras, e noi abbiamo avuto Grillo e il Movimento. Sono esperienze differenti che fanno capire il malessere presente all’interno della società. Quella dei grillini è stata notevole, e chi pensava fosse transitorio, si sbagliava, perché si è affermato e consolidato. Altra cosa è se riuscirà a guidare il Paese, prendendo le redini del Governo. Io non credo, tenendo presente le evoluzioni che potrebbe avere Renzi. Ovvio che se dovesse saltare la riforma costituzionale, si potrebbero riaprire i giochi. Per tornare alla domanda, non vedo né la possibilità che il Movimento recuperi la sua carica antagonistica iniziale, né che si creino delle alternative nuove e significative. Certamente, le percentuali da prefisso telefonico di Civati e delle “sinsitre” – nel senso metaforico della parola -, si potranno costituire, ma non saranno funzionali a nulla, se non ad occupare spazi vaganti. Ciò in cui è riuscito il Movimento e sono stati incapaci gli altri, è stato creare, fra Camera e Senato, un gruppo molto compatto ed omogeneo di persone fidate, nonostante un costante stillicidio lasciasse presagire che il contesto potesse indebolirsi, che, però, ha permesso al Movimento di continuare a vivere e agli ex grilli di sparpagliarsi, senza che fossero in grado di creare una squadra parlamentare notevolissima che magari potesse far pressione sui 5 Stelle perché recuperassero la carica originaria. Queste sarebbero potute essere le basi per un M5S 2.0, che fosse spinta propulsiva per il M5S di oggi e gli suggerisse di non smarrire la sua funzione principale. Da questo punto, si sarebbe potuta istituire una possibile alternativa tramite il gruppo dei dissidenti. Soltanto così il Movimento e la sua interna diaspora avrebbero potuto concepire un’opzione a loro stessi, utile paradossalmente anche per il Movimento, di modo che si ricongiungesse agli ideali di partenza. Ma è successo che ognuno se n’è andato per conto proprio, ed isolatamente non ha ascendente, venendo additati come traditori, arrivisti, ed opportunisti, alimentando le fila del gruppo misto e divenendo politicamente irrilevanti.

Attenendoci ai numeri – dei 163 di fine febbraio 2013, meno di 130 sono i parlamentari ancora fedeli alla linea del Movimento -, questo potrebbe essere un gruppo di per sé autonomo e molto consistente, indirizzandosi verso principi che potrebbero essere volti ad un ritorno allo spirito iniziale. Questo sarebbe stato un progetto politico interessante, dato che, su un calcolo sommario, tutti i partiti hanno fuorusciti: questo Parlamento illegittimo, che approva la riforma costituzionale sulla distruzione della democrazia, ha 300 membri e più che hanno cambiato casacca, e tra questi la maggior parte è del M5S. Se questi trovassero una posizione comune, e noi fossimo compatti verso il “No”, la società civile potrebbe essere solleticata. Per il resto, non credo ci siano altre possibilità, stante che i tempi siano stretti. Ora, Renzi avrebbe tutto l’interesse a portare a casa il risultato, con elezioni anticipate al 2017, e col Movimento che potrebbe arrivare anche al ballottaggio, fermo restando che, ad oggi, il Capo di Governo si avvii verso un plebiscito. Non dimenticandoci che il suo mandato sia frutto del Colpo di Stato di Napolitano, che ha costretto alle dimissioni l’ultimo esecutivo legittimo del nostro Paese, che è stato quello Berlusconi. Quindi, Renzi potrebbe avere un potere assoluto, e dopo la conclusione del cosiddetto “berlusconismo”, ci avvieremo verso il renzismo. L’unico modo per impedire tutto questo è riaffermare la sovranità del popolo attraverso il “No” al referendum.

Consequenziale è una curiosità politica: il post-ideologico è portatore di ambiguità? O, per meglio dire, una non definita collocazione potrebbe essere la ragione delle incongruenze che il Movimento 5 Stelle sta manifestando?

Non credo che le vecchie categorie ideologiche possano aiutarci, e su questo il Movimento ha ragione: le democrazie occidentali non hanno più bisogno di discutere di Destra e di Sinistra. Abbraccio completamente la concezione del post-ideologico, che non significa non avere proprie idee politiche, o che si ragioni nella logica del carrierismo: questo è il modus operandi della partitocrazia. Post -ideologico vuol dire che le grandi narrazioni siano finite: dalla vecchia Sinistra comunista degli anni 20 con Amadeo Bordiga, alle marcate tradizioni della Destra. È una contrapposizione ideologica finita, che non conduce a nulla. Grillo ed adepti, su questo aspetto, ci avevano visto lungo: andare oltre le dicotomie tradizionali, non opportunisticamente, ma spostando l’attenzione da esse. Oggi, la distinzione è tra coloro che difendono questo modello di sviluppo della globalizzazione, dell’egemonia del pensiero unico, e dell’Eurocrazia, e di coloro che sono contrari.

*Per approfondire ulteriormente le teorizzazioni del Professor Becchi:

http://www.mondoperaio.net/wp-content/uploads/2015/09/BECCHI-Mondoperaio-9-2015-ok9-10.pdf;

http://www.mondoperaio.net/wp-content/uploads/2016/01/2-becchi.pdf.”.